La tendenza imperante nel mondo del lavoro – oltre a cercare un posto da parte di chi non ce l’ha – è quella di andare via dal posto fisso, per quelli che invece un lavoro ce l’ hanno. Una tendenza davvero strana a dirla tutta. Da una parte nel nostro paese fuggono i cervelli come se piovesse. I giovani sono precari a vita e non possono costruirsi una famiglia, e neanche trovare una casa per sgusciare via dalla mammona o dal babbone del caso. E quindi il lavoro dov’è? Nello stesso tempo scopriamo dalle statistiche più recenti e aggiornate che anche qui nel BelPaese come nel resto dei paesi “evoluti” – stenderei i panni e li lascerei a lungo ad asciugare in terrazza per non essere costretto a spiegare cosa significhi evoluti – siamo pronti, anzi molto spinti, addirittura decisi al più presto, ad abbandonare il posto fisso perchè oppressi dalla routine, dai condizionamenti, dall’inutilità dei compiti svolti. Vogliamo liberarci al più presto del fardello del fisso, per andare a goderci la vita fuori dall’ufficio o da luoghi similari, tutti ugualmente oppressivi. Siamo tutti presi dalle cose da fare, – cose che in genere non ci danno soddisfazione – esauriti e demotivati, e abbiamo sempre meno tempo per noi, per vivere. Siamo oppressi dal carico sempre crescente dei nostri impegni, e non riusciamo più a fare altro. A trovare tempo per noi.
Siamo senza il tempo.Per dirla in breve. Non che non scadiamo più, ci mancherebbe. Scadiamo, eccome. Sia noi, sia i prodotti del nostro frigo e della dispensa di casa. Tutti abbiamo una scadenza. Anzi, forse è proprio l’ineluttabilità della nostra data di scadenza, irrinunciabile e improrogabile, a farci inpanicare sempre di più e a convincerci che dobbiamo imparare a spendere meglio il tempo che ci è stato concesso. La vita è adesso, vaticinava il cantautore romano col piccolo e pure grande amore.
E se questo tempo, lungo o corto che sia, lo passiamo a fare cose che non ci danno soddisfazione – puntini e sospiri di sospensione – allora dobbiamo cambiare. Provare altro. Al più presto. E quindi, mi domando? Quindi? Mah, non saprei, mi sorgono però spontanee, due altre questioni che vi porrei. Ma non voglio annoiarvi, e perciò ve le risparmio, tanto sono inutili. Però, questo non posso ometterlo, non riesco a non trovare strano il fatto che nello stesso paese e nella stessa epoca, si verifichino cose così diverse, quasi agli opposti, antitetiche, direbbero quelli bravi, eppure così evidenti.
La prima situazione è reale, verificata, non ci piove. I dati sono precisi, le persone vanno via, soprattutto i più giovani, e in genere, non tornano. I posti di lavoro non ci sono per davvero. E quelli che si trovano, sono pagati male, precari, pedanti e pesanti, e offrono poche prospettive di crescita e miglioramento. Però, e dico però, sembra, anzi appare certo, che sia vera e verificata anche la seconda notizia. Le persone si licenziano. E vanno a fare altro, anche cose inaspettate e molto più a rischio, anche economico, delle precedenti.
Io me medesimo di persona personalmente conosco un tipo che ha fatto questa scelta ultima detta. Egli lui faceva il dipendente in un’azienda pubblica, quindici anni di anzianità, ebbene, in quattro e meno di otto, si è messo a fare il roadies. Bum. Licenziato di botto e vai col vento nei capelli. Sapete no, i roadies? Quelli che montano e smontano i palchi degli spettacoli. Lavora al nero, qui lo dico e non lo nego. O al più con contratti a chiamata. Di nome e di fatto. Nel senso che quando lo chiamano va.
Allora mi sono detto, come possono stare assieme la mancanza di posti di lavoro e l’onda anomala dei licenziamenti volontari?
Pensa e ripensa, non riuscivo a darmi una risposta, fino a che non mi è venuta in mente l’intelligenza artificiale.
Lo dico adesso, in modo semplice e conciso e poi vi saluto. La risposta c’è. Almeno per me.
Se nelle statistiche del prossimo futuro gli scienziati e i benpensanti dicono all’unisono che i lavori, molti di essi, finiranno. Stop, bastalà, via via sciò. E che la maggior parte della manodopera – di mano e anche di testa – sarà sostituita dall’ai, o ia o macchine pensanti. Il bisogno di licenziarsi di cui abbiamo parlato sino ad ora ridurrà in modo sostanziale il trauma globale dei licenziamenti di massa. Facile e ovvio, se mi è permesso. Si convincono, anzi, si fa pensare alle persone che la scelta giusta sia licenziarsi, essi vanno via di loro spontanea volontà, ergo, meno o pochi traumi, e anche lotte di classe, sparuti scioperi, e rare altre eventuali evenienze non previste. Licenziarsi è bello. Anzi è meglio. Punto. Troppo facile, spiegazione ovvia e quindi inutile, lapalisse avrebbe goduto ma voi no? Che dire, boh o forse mah. Chiamiamola “psicologia inversa” e non ne parliamo più. Bye.

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