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Il Primo Maggio senza pensionati

Il Primo Maggio celebra il lavoro, ma dimentica chi ha già lavorato. Un paradosso tutto italiano tra demografia, welfare e calendario civile.

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Il Primo Maggio celebra il lavoro, ma dimentica chi ha già lavorato. Un paradosso tutto italiano tra demografia, welfare e calendario civile.
Excerpt esteso: Esiste la Festa dei Lavoratori. Non esiste la Festa dei Pensionati. In un Paese tra i più vecchi d’Europa, dove gli anziani sono una forza elettorale corteggiatissima e una risorsa economica invisibile, il calendario civile li ignora con eleganza. Esploriamo il paradosso con la consueta malevolenza metodica.

Ovvero: la festa di chi lavora, non di chi ha già dato

C’è una piccola anomalia nel calendario civile italiano che nessuno sembra trovare strana, e proprio per questo merita di essere guardata con la lente deformante del dubbio. Il Primo Maggio è la Festa dei Lavoratori. Non dei lavoratori in pensione, non di chi il lavoro lo ha attraversato per quarant’anni e ne porta i segni nelle articolazioni e negli occhi. Dei lavoratori: soggetti attivi, contribuenti, ingranaggi in rotazione. I pensionati, in questo schema, non esistono. Oppure esistono come fantasmi di una categoria che fu, come ex-combattenti senza una propria giornata commemorativa.
Nessuno lo trova strano. E questo è già abbastanza strano.

La prima domanda, quella che il pensiero educato tende a schivare, è semplice: perché non esiste una Festa dei Pensionati? Non si tratta di rivendicazione sindacale né di populismo generazionale — si tratta di constatare che la categoria numericamente più rilevante della società italiana, quella che muove miliardi attraverso consumi, rendite e trasferimenti familiari, quella che ha letteralmente costruito il Paese nel dopoguerra, non ha un giorno dedicato. Ha l’INPS, che è tutt’altra cosa. Ha le code agli sportelli. Ha le proroghe sulle rivalutazioni delle pensioni. Ma una festa, quella no.

Il paradosso si fa più acuto se si considera l’origine del Primo Maggio, che è una storia di sangue e di corpi — i martiri di Chicago del 1886, le otto ore strappate con la violenza di piazza e lo sciopero generale, la Seconda Internazionale che nel 1889 trasforma il dolore in ricorrenza. Una storia, insomma, raccontata da persone che non vivranno abbastanza a lungo da andare in pensione. Il Primo Maggio nasce da chi il lavoro lo subisce, non da chi lo celebra. Eppure oggi è diventato il giorno in cui il lavoro si autocelebra — con i concerti, i discorsi, le bandiere — mentre i suoi protagonisti storici, quelli che alle otto ore ci sono arrivati e poi ci hanno costruito sopra una carriera e una vita, guardano da casa.

C’è poi la questione, tutta italiana, del peso demografico. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi d’Europa, e la tendenza non accenna a invertirsi. I pensionati sono una forza elettorale enorme, corteggiata in modo spudorato da ogni coalizione in ogni campagna elettorale. Eppure nella liturgia del calendario civile non compaiono. Hanno i partiti che li inseguono, i candidati che li lusingano, i notiziari che li usano come indicatore di allarme demografico — ma non hanno una festa. È come se la politica li volesse come votanti ma preferisse non istituzionalizzarne l’esistenza in quanto categoria autonoma con una propria dignità celebrativa.

Vale la pena chiedersi, con la malevolenza metodica che la situazione richiede, se questo vuoto sia davvero casuale. Perché il lavoro viene celebrato? Perché produce, perché è misurabile, perché ha valore economico certificato. Il pensionato, invece, è per definizione il soggetto che ha smesso di produrre nel senso strettamente capitalistico del termine — anche se spesso produce in modo invisibile e non remunerato: accudisce nipoti, mantiene reti familiari, fa volontariato, porta avanti culture artigiane che il mercato ha abbandonato. Ma questo tipo di produzione non genera PIL e quindi non genera festa.

Nella logica del calendario civile, sei degno di commemorazione nella misura in cui partecipi al circuito della produzione formale. Il Primo Maggio celebra il lavoro, non la persona che lavora. E quando la persona smette di lavorare, esce silenziosamente dal perimetro della celebrazione.

Il Primo Maggio, a ben guardare, è anche — e qui il paradosso si avvita su se stesso — il giorno in cui i lavoratori non lavorano. È una festa nel senso più letterale: si smette di fare quello che si celebra. I pensionati, invece, sono tecnicamente in festa trecentosessantacinque giorni l’anno, il che forse spiega perché un giorno aggiuntivo sembri superfluo. Ma è una lettura che rovescia la questione in modo fin troppo comodo, quasi a dire che chi ha già smesso di lavorare non ha bisogno di essere ricordato perché è già libero. Come se la libertà dal lavoro cancellasse la necessità del riconoscimento. In fondo se i lavoratori si riuniscono per riconoscersi e proteggere lavoro e stipendi, che dovrebbero dire i tanti ex-lavoratori che devono fare i conti con la fine del mese come la madre nella canzone di Mogol e Battisti? La loro riunione negli stereotipi della gente sarebbe davanti ai cantieri, ma di fatto quello con cui fanno più spesso i conti è la solitudine e il disancoramento: chi più di loro quindi, meriterebbe almeno una festicciola?

C’è un’ultima cosa che vale la pena notare, e che i discorsi ufficiali del Primo Maggio raramente dicono. I pensionati di oggi sono i lavoratori di ieri — sono loro che hanno costruito il sistema previdenziale dentro il quale i lavoratori di oggi versano i contributi. Il patto intergenerazionale del welfare non è astratto: è concreto, è alimentato da decenni di buste paga e di sacrifici che oggi si chiamano “pensioni d’oro” nei titoli dei giornali quando superano i 1.500 euro al mese. Il Primo Maggio potrebbe essere anche la festa di chi ha reso possibile che ci fosse un Primo Maggio da festeggiare. Ma questo richiederebbe una memoria lunga, e le feste preferiscono il presente.

Quindi niente Festa dei Pensionati, almeno per ora. Niente cortei con le badanti e i nonni, niente concerti dedicati a chi ha già dato. Solo il silenzio gentile di chi ha smesso di essere utile nel senso che il calendario riconosce. E il paradosso finale, il più bello, è che i pensionati — almeno i più vispi — quel giorno vanno comunque al concerto del Primo Maggio. Da pubblico. Come sempre.


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Ennio Martignago