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Cani, gatti e psicologia della personalità

Fai parte del “ dog people” estrovers0, o del “cat people” introverso?

abstract

Sebbene alcune ricerche indichino che chi preferisce i cani tenda a essere più estroverso e chi preferisce i gatti più nevrotico, queste differenze statistiche risultano minime e spesso influenzate da fattori esterni. L’autore sottolinea che elementi come il reddito, l’urbanizzazione, la cultura e l’orientamento politico giocano un ruolo cruciale nel determinare la convivenza con un animale. Viene inoltre dato risalto alla categoria dei proprietari ibridi, ovvero coloro che amano entrambe le specie, i quali rappresentano il gruppo più numeroso ma meno studiato. In definitiva, lo scritto demolisce miti come quello della “gattara solitaria”, suggerendo che l’identità di un individuo non può essere definita esclusivamente dal proprio animale. Il “pet effect” sulla felicità umana appare quindi più come una percezione culturale che come una realtà psicologica universale e misurabile.

Le persone che si dichiarano “dog people” risultano in media leggermente più estroverse, gradevoli e coscienziose, mentre i “cat people” mostrano punteggi più alti in nevroticismo e apertura all’esperienza — ma le differenze sono piccole, le repliche disomogenee e il campione “ibrido” (chi ama entrambi) è il più numeroso e il più trascurato dalla narrazione divulgativa. Lo studio fondativo di Sam Gosling (University of Texas at Austin, 2010), basato su 4.565 partecipanti online, ha generato un’industria di articoli pop che hanno gonfiato effetti la cui dimensione reale (Cohen’s d tra 0,21 e 0,40) è classificata come piccola in psicometria. Repliche più recenti su campioni rappresentativi neozelandesi (Fraser et al. 2020, N=13.347) e australiani (Baines & Oliva 2024) hanno fallito nel riprodurre quattro delle cinque differenze originali. L’unico effetto robusto attraverso le repliche è il maggior nevroticismo dei “cat people”; l’estroversione superiore dei “dog people” è frequente ma non universale. Il quadro che emerge è meno “due tribù psicologiche” e più “leggera tendenza statistica con enorme sovrapposizione, mediata da cultura, abitazione, allergie e stile di vita”.

Lo studio Gosling e cosa ha davvero misurato

Il lavoro pubblicato su Anthrozoös da Gosling, Sandy & Potter (2010, “Personalities of Self-Identified ‘Dog People’ and ‘Cat People’”) rimane la pietra miliare. Su un Big Five Inventory di 44 item, i “dog people” risultarono significativamente più estroversi (d=0,40), gradevoli (d=0,33), coscienziosi (d=0,27) e meno nevrotici (d=0,30) rispetto ai “cat people”, che a loro volta superavano i “dog people” in apertura mentale (d≈0,21). Tutti gli effetti, pur statisticamente significativi a p<.001, rientrano nella fascia “piccola” della scala di Cohen. Ancora più importante: il 43% dei partecipanti si dichiarò “entrambi” o “nessuno dei due”, e questi gruppi vennero esclusi dai confronti principali; le loro medie sui Big Five erano quasi indistinguibili da quelle dei “dog people”.

Lo studio Carroll University di Denise Guastello, presentato all’APS 2014 e pubblicato nell’Human-Animal Interaction Bulletin nel 2017 (campione di 600 universitari, 16PF di Cattell), confermò la maggiore estroversione e coscienziosità dei “dog people” ma non replicò la differenza in nevroticismo. Trovò invece un risultato controintuitivo molto citato: i “cat people” ottennero punteggi più alti su intelligenza generale (Factor B), pensiero astratto e autosufficienza, mentre i “dog people” eccellevano in calore relazionale, vivacità, coscienza delle regole e audacia sociale. Reevy & Delgado (2015, Journal of Applied Animal Welfare Science) introdussero un’innovazione metodologica importante distinguendo “self-identification” da “actual favorite pet”: le differenze risultarono più nitide tra possessori effettivi che tra autodichiarati, segnalando che etichettarsi “dog person” è già un atto culturale, non solo psicologico. Il dato più recente, Baines & Oliva (2024, Anthrozoös 37/6, James Cook University, N=321 australiani), ha confermato solo due ipotesi su sei: maggiore resilienza nei proprietari di cani (+0,23 punti) e maggior nevroticismo nei proprietari di gatti (+0,78 punti su scala Mini-IPIP), spiegando — nelle parole degli autori stessi — “una porzione molto piccola della varianza”.

Demografia, abitazione, reddito e religione

I dati Pew Research Center 2023 (N=5.073 adulti USA) mostrano che il 71% degli abitanti rurali possiede un animale contro il 53% degli urbani, ma il differenziale è quasi tutto cane: lo studio Hawes et al. (2021) su 2.327 famiglie statunitensi rilevò un tasso di possesso canino del 19% superiore nelle aree rurali, mentre il possesso felino era praticamente identico (~19,4%) tra città e campagna. In Italia il quadro Eurispes 2024 indica un 37,3% di famiglie con pet, con uomini più orientati al cane (44,4% vs 39,7% donne) e donne al gatto (40,4% vs 34,1% uomini), in linea con gli stereotipi europei tradizionali. Sul piano globale, però, il Mars Global Pet Parent Study 2024 (oltre 20.000 intervistati in 20 Paesi) rileva che il 52% dei proprietari di gatti nel mondo è uomo: lo stereotipo della “donna gattara” non regge come fenomeno globale.

Sul reddito, i dati AVMA 2024 segnalano un’inversione interessante rispetto al passato: la fascia più rappresentata tra i proprietari di cani è 50.000-74.999 dollari, mentre tra i proprietari di gatti prevale la fascia inferiore a 30.000 dollari. Ciò riflette probabilmente i costi annuali (oltre 1.700 $/anno per i cani contro meno di 1.350 $ per i gatti) e la maggiore concentrazione del possesso felino tra giovani affittuari urbani. Perry & Burge (2020, Journal for the Scientific Study of Religion, dati GSS 2018) hanno documentato un dato sociologico raramente menzionato: la frequenza alla funzione religiosa è negativamente associata al possesso di gatti ma non a quello di cani, anche dopo aver controllato urbanizzazione, reddito, genere e razza. I non affiliati religiosamente sono il gruppo con maggiore probabilità di possedere un gatto, suggerendo che il gatto eserciti una funzione di socialità sostitutiva o si associ a personalità non conformiste estranee al ciclo della pratica religiosa.

Stile di attaccamento, solitudine e politica

L’applicazione della teoria dell’attaccamento adulta di Mikulincer e Shaver al rapporto uomo-pet è la frontiera più rigorosa della letteratura. Beck & Madresh (2008, Anthrozoös 21:43-56) hanno mostrato che le dimensioni di ansia e evitamento si replicano col pet, ma con un risultato sorprendente: i partecipanti valutavano la relazione col pet come più sicura di quella col partner romantico su ogni misura. Zilcha-Mano, Mikulincer & Shaver (2011, Journal of Research in Personality 45:345-357; 2012, ibid. 46:571-580) hanno costruito il Pet Attachment Questionnaire e dimostrato sperimentalmente che la presenza fisica o cognitiva del pet riduce la pressione sanguigna in compiti stressanti e aumenta il numero di obiettivi di vita generati — confermando che l’animale funziona da “base sicura” reale, ma con effetto moderato dall’orientamento attaccamentale dell’umano. Studi su scala francese e basca con la Lexington Attachment to Pets Scale convergono su un risultato chiaro: i “cat owner” mostrano in media punteggi di evitamento più alti dei “dog owner”, con le donne proprietarie di cani al vertice dell’attaccamento totale.

Sulla solitudine, le evidenze sono contrastanti. Hajek & König (2020, anziani tedeschi senza partner, N=1.160) hanno trovato che i proprietari di cani — non quelli di gatti — sono significativamente meno isolati socialmente e meno soli dei non possessori, con un effetto particolarmente forte nelle donne. La review sistematica di Phillipou et al. (2022) su 24 studi conferma che il possesso felino non riduce la solitudine, mentre quello canino lo fa soprattutto post-COVID. Ma lo studio UCLA di Parsons et al. (2019, Royal Society Open Science) su 561 giovani adulti ha smentito categoricamente lo stereotipo della “cat lady”: nessuna differenza in depressione, ansia o funzionamento relazionale tra possessori di gatti, di cani e non possessori. Il dato di Hajek-König dunque non è universale ma specifico delle popolazioni anziane single, dove probabilmente la differenza riflette il diverso livello di attività fisica e socializzazione esterna richiesta dall’uno e dall’altro animale, non un tratto di personalità sottostante.

In ambito politico, Ivanski, Lo & Mar (2021, Collabra: Psychology 7/1, N=2.425, registered report) hanno trovato una correlazione modesta ma robusta: maggiore conservatorismo predice valutazioni più negative dei gatti e preferenza per i cani, con effetto parzialmente mediato dall’autoritarismo di destra (RWA). Tanuzi & Franklin (2024, campione Prolific N=954, elezioni USA): i possessori di solo gatti votano significativamente più per Harris/Walz, sostengono il diritto all’aborto e si identificano democratici; i possessori di cani e di entrambi gli animali tendono più conservatori (χ²=29,69, p<.001). Alba & Haslam (2015, Deakin/Melbourne) hanno aggiunto la dimensione che probabilmente collega le due cose: i “dog people” mostrano punteggi più alti di Social Dominance Orientation e di competitività interpersonale, dopo controllo per genere. L’interpretazione evolutiva degli autori è la “ipotesi della complementarità”: personalità dominanti scelgono pet sottomessi (cane), creando un fit ecologico-comportamentale.

Il grande dimenticato: chi ama entrambi

La narrativa pop ha cancellato la categoria più numerosa. Nel campione originale di Gosling, i “both” e “neither” insieme erano il 43% dei partecipanti, con medie Big Five entro 0,20 punti dai “dog people” su scala 1-5. Stanley Coren (1998, Why We Love the Dogs We Do, N=6.149) lo aveva già notato: “Le persone che possiedono sia cani sia gatti sembrano molto simili a chi possiede solo cani”. Reevy & Delgado (2015) hanno confermato l’assenza di differenze tra “dog-favorite” e “both-favorite”, mentre il “cat-favorite” emerge come gruppo distintivo. Coren riportò un dato rivelatore: il 70% dei proprietari di cani accetterebbe un gattino in regalo, ma il 68% dei proprietari di soli gatti rifiuterebbe un cucciolo — implicando che la “cat-only identity” è la posizione genuinamente esclusiva, mentre il “dog person” è di fatto una categoria default che ammette l’aggiunta felina. Lo studio italiano di Mongillo et al. (2018, Animals, N=1.270 italiani con entrambe le specie in casa) ha aggiunto un contributo metodologicamente prezioso: facendo valutare al medesimo proprietario sia il proprio cane sia il proprio gatto, ha controllato il bias del valutatore e ha confermato che il gatto è percepito come più nevrotico e meno socievole, ma con tratti di reattività e paura presenti in entrambe le specie. Nel framework attuale, dunque, il vero asse psicologico non è “dog vs cat” ma “cat-exclusive vs everyone else”.

Critiche metodologiche e bias culturali

Hal Herzog (Western Carolina University), il critico più sistematico di questa letteratura, ha messo in discussione l’intera architettura inferenziale del campo nel suo articolo “The Impact of Pets on Human Health and Psychological Well-Being: Fact, Fiction, or Hypothesis?” (Current Directions in Psychological Science 2011, 20/4): “L’esistenza di un ‘pet effect’ generalizzato sulla salute mentale e fisica umana è al momento un’ipotesi non confermata, non un fatto”. Herzog elenca tre obiezioni principali. Primo, le ragioni pratiche confondono la lettura psicologica: chi vive in appartamento, è allergico, lavora molto fuori casa, sceglie un gatto per logistica, non per personalità. Egli stesso, dichiarato “dog person”, possiede una gatta. Secondo, il bias culturale è massiccio: in Arabia Saudita un cane è considerato sporco e si è “automaticamente” cat person, e Herzog cita una ricerca cross-culturale di Peter Gray secondo cui in 60 culture solo 5 “giocavano” con i pet — il termine stesso di “pet” è occidentale. Gli americani sono quattro volte più propensi degli svizzeri a vivere con un cane. Terzo, il publication bias: gli studi positivi vengono pubblicati e citati più di quelli null o negativi.

Susan Krauss Whitbourne (Psychology Today, 2016) ha aggiunto la critica statistica più pungente al lavoro di Gosling: un campione di 4.565 persone rende significativi anche scarti minimi, e il fatto che le medie Big Five dei quattro gruppi cadano tutte in un raggio di 0,20 punti su una scala di 5 punti rende la rilevanza pratica trascurabile. Lo studio non controllò né reddito né istruzione, ma solo il genere. A questo si aggiunge il bias di selezione tipico delle survey volontarie online: chi accetta di compilare un questionario di personalità è già auto-selezionato sull’apertura mentale. La maggior parte dei campioni recenti è inoltre fortemente sbilanciata femminile (Finka 2019 92%, Salonen 2023 92%, Baines & Oliva 2024 ~90%), white, e WEIRD (Western, Educated, Industrialized, Rich, Democratic). Bao & Schreer (2016) hanno mostrato un punto cruciale per la replicabilità: gli effetti sono più forti tra possessori reali che tra autodichiarati, suggerendo che molti studi che misurano l’auto-etichettamento stanno catturando un costrutto identitario-culturale, non un tratto stabile.

L’eterogeneità degli strumenti — Big Five vs 16PF vs Interpersonal Adjective Scale vs Edwards Personal Preference Schedule — rende la meta-analisi formale quasi impossibile, e in effetti nel 2025 non esiste ancora una meta-analisi pubblicata su Big Five e preferenza pet che soddisfi gli standard PRISMA.

Paradossi che la divulgazione ignora

Diversi risultati controintuitivi meritano attenzione. Solmi et al. (2017, Psychological Medicine, UCL), su una coorte di quasi 5.000 bambini seguiti fino a 18 anni, hanno demolito l’ipotesi del legame Toxoplasma gondii-schizofrenia: una volta controllati sovraffollamento abitativo e status socioeconomico, il possesso di gatti in infanzia non aumenta i sintomi psicotici a 13 e 18 anni. La cosiddetta “schizofrenia da gatto” era un artefatto di confondimento socioeconomico. Johnson & Volsche (2024) hanno smentito anche lo stereotipo dell’accumulatore: la mediana è di due gatti per “cat person” e due cani per “dog person” — la “cat hoarder” è statisticamente marginale. Le ricerche di Finka et al. (2019, PLOS ONE, 3.331 proprietari britannici) e Salonen et al. (2023, iScience, 2.724 finlandesi) hanno documentato un fenomeno di “contagio emotivo proprietario-pet”: il nevroticismo del padrone correla con problemi medici e comportamentali del gatto e con attaccamento ansioso del cane, ma la direzione causale resta indeterminata.

Particolarmente importante l’effetto Mongillo (2018) e il dato che i “cat people” non sono i meno intelligenti ma i più intelligenti in tre studi indipendenti (Guastello 16PF Factor B; Gosling Openness; Carroll University 2014). Lo stereotipo divulgativo si è invertito di segno e le riviste pop continuano a citarlo nella forma sbagliata. Infine, sul fronte del “pet effect” sulla felicità: il dato Pew 2006 su campione rappresentativo USA non rilevò differenze significative nella percentuale di “molto felici” tra possessori e non possessori, né tra cat e dog owner — risultato confermato dallo studio Tufts di Mueller et al. (2021), che ha indotto la stessa Mueller a chiedersi se gli effetti dei pet siano più percepiti che misurabili. Il “pet effect” è probabilmente più piccolo di quanto la cultura assuma, e largamente confuso con l’estroversione di base del proprietario.

Cosa resta dopo quindici anni di ricerca

Le differenze di personalità tra “dog people” e “cat people” esistono ma sono sopravvalutate dalla divulgazione. L’effetto più robusto attraverso le repliche è il maggior nevroticismo dei possessori (più che semplici amanti) di gatti, seguito dalla maggiore estroversione dei “dog people”; le altre tre dimensioni Big Five replicano in modo incoerente. Nessuna differenza supera Cohen’s d=0,40, e la maggioranza si colloca tra 0,1 e 0,3 — sovrapposizione tra i gruppi superiore all’80%. Il gruppo “both”, che è il più numeroso, somiglia psicologicamente ai “dog people” e suggerisce che la categoria realmente distintiva è il “cat-exclusive”, probabilmente per ragioni che intrecciano logistica abitativa, allergie, urbanità e disposizione antiautoritaria più che tratti di personalità in senso stretto. La correlazione politica esiste ma è modesta (r≈0,12) e mediata dall’orientamento alla dominanza sociale. Lo stereotipo della “donna gattara depressa e sola” è empiricamente smentito nei giovani adulti e parzialmente vero solo negli anziani, dove riflette probabilmente differenze di mobilità e socialità indotte dalla scelta dell’animale, non viceversa. La direzione causale — chi sceglie chi — resta in gran parte non risolta, e la cornice culturale (un americano texano vs un saudita vs un italiano vs un finlandese) modula talmente il significato della preferenza che parlare di “personalità del cat person” senza specificare il contesto è scientificamente incompleto. L’avanzamento metodologicamente più promettente è quello che separa preferenza dichiarata, possesso reale e attaccamento misurato con strumenti validati come PAQ e LAPS — solo allora le piccole differenze acquistano forma chiara, e si scopre che la variabile davvero predittiva non è la specie ma l’intensità del legame.

vedi anche “L’“animale da compagnia” non è un’idea universale” e “Bestiario sentimentale occidentale


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Ennio Martignago