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L’“animale da compagnia” non è un’idea universale

Dal gatto sacro islamico al grillo aristocratico cinese, dal rito di nutrimento dei Kanamari alla solitudine occidentale: un viaggio tra culture che ridefinisce cosa significa davvero tenere un animale in casa.

La trappola del concetto

C’è una domanda nascosta dentro la domanda, ed è la più interessante: quando dici “animale da compagnia”, di cosa stai parlando esattamente? Di un animale che vive in casa? Di uno che viene nutrito? Di uno che ha un nome proprio? Di uno che non si mangia? Di uno verso cui si prova qualcosa che assomiglia all’affetto? Perché a seconda di dove sei nel mondo, una sola di queste condizioni può essere sufficiente, oppure nessuna di esse basta.

L’antropologia ha a lungo ignorato la questione, partendo dall’assunzione che tenere animali per compagnia fosse un lusso frivolo delle classi agiate occidentali, privo di rilevanza sociale o culturale. Era sbagliata. Ma l’errore è istruttivo.


Il mondo islamico — dove il Profeta amava i gatti

In molte culture islamiche il cane è considerato ritualmente impuro, mentre il gatto gode di uno status privilegiato. Non è superstizione: è teologia applicata alla zoologia domestica. La tradizione vuole che Maometto tagliasse la manica del proprio mantello pur di non disturbare un gatto che vi dormiva sopra — gesto di rispetto che ha percorso quattordici secoli e definisce ancora oggi il rapporto tra il fedele musulmano e l’animale felino. Il gatto non è tecnicamente un “pet” in molti paesi islamici, ma viene accolto come animale della casa per la sua reputazione di pulizia e per la sua connessione con il Profeta.

Il risultato è paradossale: il gatto islamico vive una libertà che il gatto occidentale non conosce. Non è di proprietà di nessuno, circola liberamente, viene nutrito da chiunque. Istanbul ne è l’esempio più noto. Il Medio Oriente contemporaneo però cambia rapidamente: gli Emirati Arabi Uniti sono all’avanguardia di questa trasformazione, con il 44% delle famiglie che possiede almeno un animale domestico, pet hotel e spa inclusi. La globalizzazione del lusso porta con sé anche la globalizzazione dell’affezione capitalistica per gli animali.


L’Amazzonia — dove nutrire è possedere è amare

Qui si entra in un territorio concettuale veramente diverso. I Kanamari dell’Amazzonia catturano, addomesticano e allevano cuccioli di animali selvatici come animali domestici, che vengono associati a un proprietario specifico — solitamente una donna o un bambino. Il possesso di un animale è concepito come una relazione filiale: l’animale adottivo viene allevato come un figlio.

L’atto fondativo di questa relazione è di una concretezza quasi sconcertante: la donna mastica il cibo, lo prende dalla propria bocca e lo deposita nella bocca dell’animale, creando o ratificando un orientamento corrispondente nell’animale che ora dipende da chi lo nutre. Chi nutre un altro ne è il “proprietario-del-corpo”. Non c’è metafora qui. Non c’è sentimentalismo. C’è una filosofia dell’addomesticamento ridotta alla sua essenza biologica: sei mio perché ti ho sfamato col mio stesso cibo, col mio stesso corpo.

Vale la pena fermarsi un momento. Mentre l’Occidente dibatte se il proprio golden retriever sia “come un figlio”, i Kanamari hanno già risolto la questione sul piano ontologico: l’animale che dipende da te per il nutrimento fa parte della tua famiglia esattamente come tuo figlio. Non “come se” — semplicemente lo è.


L’Asia orientale — dove il grillo vale più del criceto

La Cina è il caso più intricato. Il pesce rosso è stato selezionato lì per mille anni come simbolo di prosperità — non compagnia, prosperità. L’acquario domestico cinese tradizionale non era un atto di affetto ma un atto magico, quasi finanziario. Poi c’è la lunga tradizione di tenere grilli in gabbiette di bambù o di avorio: non per carezza, ma per il canto. Il cricket-keeping era pratica aristocratica nella dinastia Tang, poi popolarissima tra tutte le classi sociali; il grillo veniva ascoltato, studiato, fatto combattere — non accarezzato. Era una relazione estetica ed agonistica, non emotiva.

In Giappone il concetto di kawaii — il carino, il tenero, il miniaturizzato — ha prodotto una cultura del pet che non ha equivalenti: animali vestiti, fotografati, trattati con una formalità affettuosa che a uno sguardo esterno sembra quasi una parodia, e invece è del tutto seria. Ma anche qui c’è una particolarità: la densità abitativa e la cultura del lavoro hanno prodotto una generazione di proprietari di animali che vedono nel pet quasi un sostituto funzionale delle relazioni umane diventate troppo complesse o troppo costose in termini di tempo.


L’India — dove l’animale può essere tua nonna

Il concetto di reincarnazione, prevalente nell’induismo e nel buddismo, rafforza ulteriormente la connessione tra umani e animali: l’animale potrebbe essere un essere umano precedente o futuro. Questo non è sentimentalismo — è cosmologia. E cambia radicalmente il tipo di relazione: non si tratta di affezionarsi a qualcosa di “diverso” da te, ma di riconoscere in quella diversità una parentela ontologica profonda. Il rispetto per la mucca sacra in India non è analogo all’affetto del britannico per il suo labrador — appartiene a un registro completamente diverso, in cui la categoria stessa di “animale” è posta in questione.


L’Africa — variazioni su un continente

La straordinaria diversità culturale africana produce atteggiamenti verso gli animali domestici estremamente variabili. In Sudafrica, dove il possesso di animali è più diffuso, il 31% delle famiglie ha un cane e il 20% un gatto.

Ma è una media che nasconde tutto: nelle culture rurali dell’Africa subsahariana il cane è guardiano, il pollo è moneta, la capra è patrimonio. Non “animali da compagnia” nel senso occidentale — animali nell’ecosistema umano, con ruoli precisi e rapporti di reciprocità economica e simbolica.


La domanda scomoda — la solitudine come motore

C’è un’ipotesi che circola negli studi di antrozologia — la disciplina che studia le relazioni tra umani e animali — e che nessuno ama formulare esplicitamente. Nelle culture orientali, dove le persone tendono ad avere più comunicazione reciproca, il bisogno di animali da compagnia è generalmente inferiore. Nei paesi occidentali, dove i legami tra persone si sono rarefatti, il pet potrebbe essere diventato una risposta alla solitudine strutturale della modernità.

Se fosse vero — e i dati sembrano suggerirlo — significherebbe che l’enorme industria globale del pet, da 230 miliardi di dollari l’anno, è in buona parte un prodotto collaterale della disgregazione del tessuto sociale. Che ogni mangime premium, ogni giubbottino impermeabile per chihuahua, ogni spa per gatti sia in realtà una fattura emessa alla solitudine.

È un pensiero scomodo. Ma è anche il tipo di pensiero che vale la pena tenere in mente la prossima volta che qualcuno afferma, con tono leggermente superiore, che nelle “altre culture” non capiscono gli animali come li capiamo noi. Forse è vero. Forse però capiscono meglio di noi gli esseri umani.



Pubblicato su Il Franti

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Ennio Martignago