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Protagonisti - Interviste e biografie

TEX NON MUORE. IL WEST NON TRAMONTA. 

Da 77 anni Tex Willer è il fumetto italiano più venduto. Storia, collane, numeri e paradossi di un personaggio che sopravvive a tutto — anche a Bonelli stessa.

E BONELLI RESPIRA ANCORA.

Settantasette anni, oltre 780 numeri della serie principale, una dozzina di collane attive e ora persino una nuova testata annuale: “Tex la Leggenda” arriva il 16 maggio. Ma la vera storia è un’altra — quella di come un ranger del Texas inventato da un italiano squattrinato nel dopoguerra sia diventato l’ultimo bastione commerciale del fumetto popolare italiano.

C’è qualcosa di vagamente paradossale nel fatto che il fumetto più longevo e più venduto d’Italia abbia come protagonista un americano. Non un italiano travestito da americano, non un ibrido mediato dalla sensibilità europea, ma un texano duro, squadrato, che porta la legge nel West senza chiedere permesso a nessuna istituzione culturale, a nessun festival letterario, a nessuna rivista patinata che di fumetti non sa che farsene ma li recensisce quando diventano “graphic novel”. Tex Willer. Ranger. Capo Navajo. Figlio del dopoguerra italiano.

Il 16 maggio 2026 Sergio Bonelli Editore manda in edicola il primo numero di Tex la Leggenda, nuova testata annuale dedicata al personaggio, composta da 224 pagine in bianco e nero nel formato bonelliano brossurato, al prezzo di 9,90 euro, con storie complete e inedite ambientate ogni anno in una diversa area del West . A inaugurare la serie è I due sceriffi, scritto da Pasquale Ruju e disegnato da Giampiero Casertano — coppia collaudata nell’universo texiano — con Tex e Kit Carson alle prese con la tribù dei Tigua ingiustamente accusata di un grave crimine. Atmosphère, come direbbe qualcuno con maggiore vocazione al cinema. Ma soprattutto: un’altra collana. La ennesima. Come se Tex non ne avesse già abbastanza.

L’universo parallelo che nessuno vi racconta

Perché il punto non è tanto il nuovo albo. Il punto è che intorno a Tex ruota un sistema editoriale che, per abbondanza e capillarità, non ha equivalenti nel panorama italiano del fumetto popolare. Vale la pena elencarlo con la precisione di un contabile del Far West.

La serie principale Tex è attiva dal 1958 nel formato gigante e conta oltre 1.448 numeri catalogati, con uscita mensile a 5,80 euro a albo.  È la spina dorsale, il muscolo portante. Ma poi c’è Tex Willer, la serie giovanile avviata nel 2018 che racconta le origini del personaggio: avviata nel 2018 e già arrivata al numero 90, con uscita mensile a 4,50 euro.  C’è Tex Classic, che ripropone in ordine cronologico le storie storiche a colori. C’è il Tex Magazine annuale, giunto al tredicesimo numero e pubblicato ogni gennaio a 9,90 euro.  C’è lo Speciale Tex, collana nata nel 1988 con cadenza annuale poi divenuta semestrale: oltre quaranta numeri pubblicati, al prezzo di 11 euro ciascuno.  C’è lo Speciale Tex Willer, dedicato al giovane ranger: partito nel 2020 e giunto all’undicesimo numero, con cadenza annuale poi divenuta semestrale a 7,90 euro.  C’è il Tex Willer Extra, avviato nel 2021 con uscita mensile, giunto al diciottesimo numero.  E ora arriva Tex la Leggenda.

Esiste persino una collana settimanale, Le Strisce di Tex, allegato a La Gazzetta dello Sport e al Corriere della Sera, che ripropone nel formato originale a striscia le prime storiche avventure del ranger. 

Sette collane attive. Una testata che esce ogni settimana abbinata ai quotidiani. Speciali, magazine, varianti. Un ecosistema. Non un fumetto: un continente.

1948: nessuno ci credeva, e fu per questo che funzionò

Nessuna delle parti coinvolte credeva più di tanto nel progetto. Né gli autori, che avevano realizzato il fumetto nei ritagli del tempo dedicato ad altri progetti, né l’editore, che aveva stampato una prima tiratura di sole 25.000 copie, una cifra molto inferiore alla circolazione che avevano altri titoli del periodo: Il Piccolo Sceriffo, la serie western di maggiore fortuna, stava già vendendo 200.000 copie. Con sorpresa, Tex Willer si rivelò un buon successo, arrivando a vendere quasi subito 60.000 copie ad episodio. 

La casa editrice puntava tutto su Occhio Cupo, destinato agli amanti del fumetto più raffinato, che G.L. Bonelli considerava una delle sue scritture più riuscite. Eppure il pubblico la pensava diversamente, e ciò decretò la triste sorte dell’albo, chiuso dopo appena sei uscite. Tex, portato avanti contemporaneamente ma con minore cura e impegno, sarebbe diventato il titolo di punta della casa editrice. 

Il paradosso fondante: il figlio illegittimo ha ereditato tutto. Il capolavoro programmato è rimasto nei cassetti della storia. Tex è nato per caso, è sopravvissuto per inerzia, e poi ha semplicemente smesso di fermarsi.

Comincia a crescere senza mai più fermarsi, arrivando a vendere fino a 600.000 copie. Numeri incredibili, ora in parte ridimensionati, ma che lo collocano ancora in vetta nel mondo dei fumetti. 

La ragione del successo è meno mistica di quanto ci si aspetti. Il personaggio che si va a delineare sin dai primi numeri è indomito e implacabile, tutt’altro che infallibile, ma con risorse personali maggiori di chiunque gli stia intorno. È la sua tempra morale però a riscuotere il successo maggiore: Tex ha un grande senso di giustizia, a volte personale, ma che lo porta a schierarsi sempre dalla parte dei deboli e degli oppressi, anche a costo di rischiare in prima persona.  C’è poi un elemento che di solito passa in secondo piano nelle celebrazioni retoriche del personaggio: Tex è un personaggio che sotto molteplici punti di vista anticipò di molto i tempi. Precursore di un certo revisionismo storico soprattutto se si prende in esame l’approccio verso i nativi americani, fin dalle prime storie offre un punto di vista diverso e più rispettoso rispetto ai cliché tipici del genere western dell’epoca.  Non woke, si badi bene — il termine non esisteva e l’operazione era narrativa, non ideologica. Era semplicemente buona scrittura che funzionava.

Nelle edicole erano già presenti dei titoli di genere avventura — Il grande Blek, Capitan Miky, Il piccolo sceriffo — ma erano tutti fumetti destinati a un pubblico di bambini. Tex invece era pensato per essere letto da ragazzi già grandi, dai quindici anni in su, o addirittura dagli adulti.  Un dettaglio editoriale che diventa strategia involontaria di mercato: Tex aveva un pubblico che poteva comprarselo con i propri soldi.

Il Ranger conquista il mondo (con qualche riserva geografica)

Pubblicato in diversi paesi europei sin dal 1948, come Francia e Spagna con diversi adattamenti, a oggi Tex è popolarissimo in Brasile e Portogallo, ma anche in Finlandia, Norvegia e Turchia: tutti paesi dove è pubblicato regolarmente. 

Nei Paesi Bassi è stato pubblicato dal 1971 al 1981 per un totale di 128 albi; in ex Jugoslavia ha trovato buona accoglienza fin dal 1967 e continua ad avere un seguito in Croazia e Serbia. Nei paesi dell’Europa orientale è stato presente in Albania e Repubblica Ceca, con proposte recenti anche per il mercato russo. 

La geografia del successo di Tex è, a ben guardare, rivelatrice: attecchisce nei paesi dove la tradizione del fumetto popolare popolare ha radici autonome e dove il western — come mito, come forma narrativa — è stato assorbito non come prodotto americano ma come genere universale. Il Brasile, la Finlandia, la Turchia: non hanno in comune praticamente nulla, tranne forse un certo gusto per le storie di frontiera e la diffidenza verso i protagonisti troppo pettinati. In questo senso, Tex è meno americano di quanto sembri.

La casa che Tex ha tenuto in piedi

Il quadro non sarebbe onesto senza guardare a ciò che accade fuori dall’universo texiano. Sergio Bonelli Editore non se la passa magnificamente. Il bilancio 2020 aveva registrato un netto calo del fatturato da 30,6 a 27,7 milioni di euro. Ad aprile 2025 un albo classico come Tex è passato da 4,90 a 5,80 euro, mentre altre testate hanno visto una riduzione delle unità stampate. 

Il direttore editoriale Michele Masiero definisce il termine “crisi” improprio, perché i bilanci della società sono in salute. Si tratta piuttosto degli effetti di un fisiologico momento di contrazione che va avanti da tempo: “Negli ultimi 15 anni abbiamo dovuto chiudere alcune testate, e ridurre la foliazione di molte altre per cercare un equilibrio tra il prezzo di copertina e il costo delle tavole”. 

Il fatturato del 2024 si attesta a 28,32 milioni di euro, con un utile netto di 1,7 milioni — in flessione rispetto a tre anni prima (30,35 milioni) ma in recupero sugli utili del 2023 (823.000 euro) grazie a tagli e riduzione dei costi. 

Solo tra il 2020 e il 2024 sono state chiuse 2.700 edicole, e questa tendenza sta penalizzando quella distribuzione capillare che la casa editrice aveva sempre avuto. 

Nel frattempo, il mercato si è frammentato in modi che i bonelliani di vecchia guardia faticano a metabolizzare. Secondo il direttore editoriale, il fumetto italiano “sta sia bene che male”: c’è più offerta che mai, ma la crisi profonda dell’edicola — che sembra irreversibile — colpisce direttamente il modello storico di distribuzione.  L’ironia è che negli ultimi sei anni le vendite di fumetti in librerie, online e supermercati hanno segnato una crescita record del 193% in copie e del 196% a valore  — ma questo mercato in espansione è popolato soprattutto da manga, graphic novel, libri illustrati per ragazzi. Non da Tex.

Secondo Masiero, Dylan Dog è l’ultimo personaggio Bonelli ad aver intercettato una nuova generazione di appassionati — e lo ha fatto negli anni Ottanta.  Da allora, la casa editrice ha lanciato decine di serie, alcune delle quali tecnicamente valide, quasi nessuna capace di creare un fenomeno di scala. Il meccanismo ha continuato a girare soprattutto perché al centro del volano c’era sempre lui.

Tante volte Tex è morto. Viva Tex.

C’è una domanda che merita di non avere risposta definitiva: perché Tex resiste? Perché un fumetto nato nell’Italia del dopoguerra, ambientato nel West americano del diciannovesimo secolo, continua a uscire ogni mese nel 2026 mentre intorno a lui crollano testate, chiudono edicole, i giovani ignorano il bianco e nero?

La risposta onesta è che probabilmente neanche Bonelli lo sa con certezza. Le analisi retrospettive abbondano — il senso di giustizia, la fedeltà al personaggio, la continuità degli autori, la formula che non tradisce mai il lettore. Ma le formule di successo del passato spiegano il passato, non garantiscono il futuro. Il fatto che Tex abbia superato ogni crisi fin qui non dimostra che supererà la prossima.

Ciò che invece si può osservare, con qualche certezza empirica, è che Tex ha svolto nel tempo una funzione che va oltre la narrativa: ha tenuto insieme generazioni di lettori attraverso un codice condiviso, non ideologico ma esistenziale. Il senso di confine. La logica della frontiera. La diffidenza verso il potere istituzionale unita alla fiducia nella giustizia sostanziale. L’amicizia virile senza sentimentalismi. Queste non sono categorie woke né reazionarie — sono categorie umane abbastanza antiche da resistere ai cambi di stagione culturale.

La nuova collana Tex la Leggenda è, da questo punto di vista, sia un atto di fede che un hedging editoriale intelligente: storie complete, autonome, che non richiedono di conoscere settantasette anni di continuity per essere lette. Un punto di accesso. Un modo per dire: il ranger è ancora in sella. Chiunque voglia salire può farlo.

Che ci riesca — che questa mossa porti nuovi lettori anziché raccogliere solo gli appassionati già convertiti — è la domanda che le classifiche di vendita del prossimo anno risponderanno in modo molto più preciso di qualsiasi analisi culturale.

Nel frattempo, il numero 787 della serie principale uscirà a maggio. Come ogni mese. Come sempre.


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Ennio Martignago