Google annuncia Fonti preferite: un pulsante che, secondo il marketing, restituisce all’utente il controllo della propria dieta informativa. Scegli i tuoi editori di fiducia, e l’algoritmo li metterà in cima ai risultati di ricerca e nel feed Discover. Una rivoluzione partecipativa, dicono. Una migrazione di responsabilità, sospetta il Franti.
Il discorso ufficiale ha la grammatica delle cose ovvie: “controllo diretto”, “personalizzazione consapevole”, “combattere la disinformazione”, “premiare il merito editoriale”. Sono tutti termini con cui è difficile non essere d’accordo. È proprio questo il segnale che vale la pena fermarsi a guardare meglio.
La logica del trasloco
Per anni l’algoritmo di Google è stato accusato di tutto: di favorire il sensazionalismo, di chiudere gli utenti in bolle ideologiche, di promuovere disinformazione, di penalizzare i siti minori. Ogni accusa era difficile da contestare perché il funzionamento dell’algoritmo era — e resta — un segreto industriale. Le pratiche venivano dedotte, mai dimostrate. La piattaforma si difendeva dicendo che faceva del suo meglio, che il problema era la complessità.
Ora, improvvisamente, c’è una soluzione: la sceglie l’utente. Tu decidi quali sono le tue fonti affidabili. Tu costruisci la tua bolla — pardon, il tuo ecosistema personalizzato. Tu sei responsabile della qualità della tua dieta. È un trasloco di responsabilità così pulito che andrebbe studiato nei manuali di management. Il problema non è risolto: è stato spostato dal mittente al destinatario.
Se finisci in una camera dell’eco non è più colpa di Mountain View. È colpa tua. Hai scelto male.
Cosa rimane in mano a Google
Sotto la patina partecipativa, le leve di controllo sono intatte e — se possibile — più forti di prima. Google decide quali siti possono comparire nell’elenco delle fonti selezionabili (chi viene escluso dalla lista non esiste). Decide quanto peso dare alle tue scelte rispetto agli altri segnali algoritmici (la “priorità” promessa è una variabile, non una garanzia). Decide quali siti continuare a spingere nei tuoi risultati anche se non li hai selezionati, classificandoli come “rilevanti” o “di interesse generale”. Decide i criteri di certificazione delle fonti — come l’E-E-A-T che premia “esperienza, expertise, autorevolezza, affidabilità” secondo metriche che la stessa azienda elabora.
Soprattutto, raccoglie un nuovo dato di valore inestimabile: l’elenco delle fonti che certifichi come affidabili. È una dichiarazione esplicita della tua identità informativa, infinitamente più precisa delle deduzioni che si potevano fare dalle tue ricerche. Sapere che cliccavi sui titoli di destra era un’inferenza; sapere che hai messo Il Foglio e non Il Manifesto nelle tue fonti preferite è una confessione firmata.
L’esempio che fa specie
Il riassunto ufficiale del Franticast originale, generato da NotebookLM a partire dalle fonti, cita come esempio di fonte affidabile il sito MeteoWeb. Vale la pena fermarsi su questo dettaglio. MeteoWeb è un portale meteorologico noto per titoli sensazionalistici, allerta gratuita e una commistione tra notizie meteo e cronaca virale che lo posiziona, nei dibattiti sul giornalismo italiano, esattamente dalla parte opposta della “fonte autorevole”. Che il sistema lo proponga come esempio non è un’opinione: è la dimostrazione che il filtro di “affidabilità” che Google promette non è ancora — e forse non sarà mai — distinguibile da una preferenza di clic.
Il punto non è MeteoWeb in sé. Il punto è che la nozione di affidabilità non viene da Google: viene dalle community che la costruiscono. E quelle community, nella nuova architettura, non sono più convocate. È il singolo utente che decide. Da solo, con le sue lacune, le sue preferenze, le sue antipatie politiche. Il risultato non è un’informazione di qualità: è un’informazione personalizzata. Sono cose diverse, anche se la prossima generazione potrebbe averle confuse per sempre.
Il Franti tra le fonti?
C’è un’ironia ulteriore in tutto questo, che riguarda da vicino chi scrive. Il Franti è uno di quei siti che potrebbero esistere o non esistere, secondo il metro di Google. Se nessuno lo certifica come fonte preferita, scivola sempre più in basso nei risultati. Se qualcuno lo certifica, sale. La nostra esistenza editoriale dipende, almeno in parte, dal pulsante che state per imparare a usare. È esattamente il motivo per cui abbiamo pubblicato anche una guida operativa per aggiungerci ai vostri preferiti — non perché crediamo che sia un atto di liberazione, ma perché è la regola del gioco e il gioco lo abbiamo già accettato il giorno in cui abbiamo aperto un sito invece di stampare un giornale.
La differenza, almeno per chi sta a questo lato della tastiera, è non vendervi questa scelta come una conquista. È un adattamento. È una mossa difensiva. È, anche, un piccolo atto di mutuo soccorso tra siti indipendenti e lettori curiosi, in un’infrastruttura che non è stata progettata per nessuno dei due.
Scopri di più da Franti Magazine
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.