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Redazionali

Il carro armato e il McDonald’s

Solotesto

Due influencer sovranisti in gita in Israele, un ministero che non conferma, follower che gridano ai “poteri forti” e una testata di CasaPound che cita l’ONU: cronaca di un cortocircuito in cui nessuno esce pulito

Il secondo giorno la foto è davanti a un carro armato. Il quarto, davanti a un McDonald’s. In mezzo, panorami, camere d’albergo mostrate stanza per stanza e un memoriale. Se esistesse una sintesi visiva più efficace della propaganda contemporanea, bisognerebbe brevettarla: l’arma e l’hamburger, la guerra e il comfort, nello stesso rullino. I protagonisti sono Arina Santini e Riccardo Maria Bruno, due giovani creator della galassia sovranista italiana che da alcuni giorni raccontano su Instagram un viaggio in Israele. Lei lo ha aperto con una dicitura che non lascia spazio a equivoci — «Invited by Ministero degli Esteri israeliano» — e che proprio per questo ne lascia uno enorme: da Gerusalemme non è arrivata alcuna conferma, e nessuno ha detto chi abbia pagato voli e alberghi. Un invito ufficiale che l’invitante non rivendica è già, di per sé, una notizia.

Il casting

Conviene guardare bene chi è stato scelto, perché la scelta dice più del viaggio. Santini ha ventiquattro anni, è italo-russa, ha circa 47mila follower e l’estate scorsa si è fatta conoscere a La Zanzara indossando una maglietta “White Lives Matter” e proponendo una remigrazione «su base etnica». Sul profilo alterna pose con Matteo Salvini e Roberto Vannacci a una foto, a settembre, davanti al pannello di CPAC Italy, la conferenza dei conservatori americani sbarcata a Roma. Bruno, “Rick” per i follower, si definisce autore satirico: un canale YouTube da circa milleduecento iscritti, un libro autopubblicato intitolatoDeficienza Artigianale— titolo su cui la tentazione del commento è tale che conviene resistere — e un passaggio sul palco di Atreju nel 2025.

Non sono star. Ed è esattamente questo il punto. Un apparato di comunicazione statale non va a cercare chi ha milioni di seguaci, che costa caro, è sorvegliato e ha un’agenzia che legge i contratti: va a cercare il micro-influencer con un pubblico fedele, compatto e soprattutto difficile da raggiungere con i canali ufficiali. Il giovane di destra radicale italiano che diffida dei giornali, della televisione e di qualunque cosa sappia di istituzione non leggerà mai un comunicato dell’ambasciata. Guarderà però una storia di “Rick” che scherza al confine con Gaza.

Il tono della gita

E infatti si scherza. La prima storia è goliardica: «Ciao ragazzi, siamo in Palestina e come potete vedere non siamo esplosi. Quindi niente, forse state solo esagerando». Poi la svolta seria: i rifugi, il confine fortificato con la Striscia, il memoriale delle vittime del 7 ottobre, un post in cui Bruno scrive che Hamas non è resistenza ma un gruppo di «sanguinari terroristi e tagliagole». Fin qui, un’opinione che condividono molti governi occidentali, compreso il nostro. Il dettaglio interessante è un altro: un video pubblicato con la scritta «Direttamente dalla striscia di Gaza».

Dove sia stato girato non si può verificare. Ma vale la pena fermarsi sull’ipotesi. Dal 7 ottobre 2023 Israele vieta ai giornalisti stranieri l’accesso indipendente alla Striscia e consente soltanto ingressi scortati dall’esercito; il ricorso presentato nel 2024 dalla Foreign Press Association attende ancora una decisione della Corte suprema israeliana. Se Bruno fosse davvero entrato, avremmo questa situazione: le agenzie di stampa internazionali fuori dalla porta, un autosatirico da milleduecento iscritti dentro. Non serve essere complottisti per notare che un sistema che seleziona chi può vedere e chi no sta scegliendo, prima ancora del racconto, il narratore.

Il copione già scritto

Nulla di tutto questo è improvvisato, e non lo è da tempo. Nell’agosto 2025 il ministero israeliano per gli Affari della Diaspora aveva accompagnato una decina di influencer americani e israeliani al valico di Kerem Shalom perché smentissero, in diretta, le denunce di carestia nella Striscia. Poco dopo, documenti depositati al dipartimento di Giustizia americano hanno fatto emergere il cosiddetto “Esther Project”: una rete di creator retribuiti attraverso l’agenzia Bridges Partners, con un budget fino a 900mila dollari, pensata per orientare l’opinione pubblica statunitense sulla guerra e sulle accuse di genocidio. E quest’anno la Knesset ha portato la spesa per lahasbara— parola che i sostenitori traducono “diplomazia pubblica” e i critici “propaganda”, e che in fondo vuol dire comunicazione di massa con la bandiera sopra — a circa 730 milioni di dollari, oltre quattro volte la cifra del 2025.

Qui serve onestà in entrambe le direzioni. Che uno Stato in guerra spenda per raccontarsi non è uno scandalo da prima pagina: lo fanno la Russia con i suoi canali, il Qatar con i suoi think tank, la Cina con i suoi influencer occidentali “spontaneamente” entusiasti dello Xinjiang, gli Stati Uniti da quando esiste la radio. Anche i ministeri italiani organizzano viaggi stampa da decenni, e il giornalismo “al seguito” ha una lunga e non sempre gloriosa tradizione. La differenza non sta nel fatto, ma nella trasparenza. Negli Stati Uniti l’Esther Project è venuto fuori perché esiste una legge che obbliga chi lavora per governi stranieri a registrarsi. In Italia un registro paragonabile non c’è, e le linee guida dell’Agcom sugli influencer si applicano solo a chi supera il milione di follower. Una creator da 47mila, invitata — forse — da un governo straniero, non è tenuta a dirci nulla. E infatti nulla sappiamo.

La rivolta della base

Il racconto, però, si è incrinato dal lato che nessuno aveva previsto: i follower. Una parte del pubblico di Santini l’ha accusata di essersi venduta ai «poteri forti». La risposta è un documento che meriterebbe di essere studiato nei corsi di logica, come esempio di tutto ciò che si può contraddire in un solo post. Dà ai suoi seguaci dei «branchi di cani», minaccia «100 denunce», deride chi crede che «gli ebrei controllino i media». Subito dopo, però, sulla teoria che vuole George Soros dietro la distruzione dell’Occidente si dichiara d’accordo — «tutto vero» — limitandosi a sfidare i follower a trovare un legame tra il finanziere e Netanyahu. Che la leggenda nera su Soros sia, da trent’anni, una delle forme più diffuse e meglio travestite dell’antico mito del complotto ebraico mondiale, evidentemente le sfugge. Si può dunque, nello stesso testo, ridicolizzare l’idea che gli ebrei manovrino il mondo e sottoscrivere l’idea che un ebreo ungherese-americano manovri il mondo. Basta non guardare le due frasi insieme.

Le accuse di genocidio vengono liquidate con una battuta: «Ma pensa te essere di destra e preoccuparsi di 70 levantini». E poi le due perle finali. La prima: «a me va benissimo essere una colonia, mi piace la comodità», detta da chi ha costruito un personaggio sulla sovranità nazionale e sulla remigrazione. La seconda, una profezia: «La destra sionista è la naturale evoluzione della destra». Che, a voler essere precisi, più che una profezia è una cronaca: da Orbán a Wilders, da Vox a buona parte della destra di governo europea, l’abbraccio con Israele in chiave anti-islamica è in corso da almeno un decennio. Santini non annuncia il futuro, legge il presente ad alta voce, e i suoi follower non gradiscono il volume.

L’ONU, chi l’avrebbe detto

L’ultimo paradosso arriva da destra della destra. Il Primato Nazionale, testata vicina a CasaPound, ha dedicato alla vicenda un articolo durissimo: camminare lungo un reticolato, vi si legge, non basta a smentire la commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite che nel settembre 2025 ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza; e i due creator sarebbero megafoni messi a disposizione di un apparato di propaganda già rodato, usati per arrivare a un pubblico che da solo non si lascerebbe raggiungere.

L’analisi sul meccanismo del megafono è, a ben vedere, la stessa che si trova in queste righe. Ma è difficile non sorridere davanti a un ambiente politico che per anni ha descritto l’ONU come il quartier generale del mondialismo e che ora ne cita le commissioni come fossero Vangelo. Va detto, per completezza, che quella conclusione è contestata da Israele, che considera la commissione prevenuta, e che la questione giuridica vera e propria è ancora aperta davanti alla Corte internazionale di giustizia. Il punto non è stabilire qui chi abbia ragione su un’accusa così grave, ma notare che le istituzioni internazionali, per molti, sono autorevoli solo nelle settimane in cui danno ragione.

Alla fine di questa storia nessuno ne esce con le mani pulite. Non il governo che invita senza dirlo, non i due creator che raccontano una guerra con la leggerezza di un room tour, non i follower che scoprono i “poteri forti” solo quando a servirli è la propria beniamina, non la testata radicale che riscopre il multilateralismo per convenienza. E nemmeno chi racconta, perché anche le notizie su questa vicenda arrivano filtrate da qualcuno che ha i suoi motivi per raccontarla. Resta al lettore il lavoro più faticoso e meno di moda: tenere insieme il carro armato e il McDonald’s, e chiedersi chi abbia scattato la foto.


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