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Claudio Vignali E Il Flusso che inciampa

Recensione di Flow (Alman Music, 15 maggio 2026). Otto tracce tra jazz, hip-hop e Gretchen Parlato. Un disco che non risolve i suoi paradossi — e fa bene.

Flow di Claudio Vignali — ovvero: cosa succede quando un pianista classico-jazz di Porretta Terme decide di attraversare il Rubicone

Estratto

Flow di Claudio Vignali esce il 15 maggio 2026 per Alman Music. Otto brani, un trio consolidato (Vignali, Martino, Frattini), Devon Miles al rap in quattro tracce, Gretchen Parlato in Believe con archi, la voce di Serena Zaniboni nel finale. Il disco attraversa jazz contemporaneo, hip-hop e musica d’autore senza fermarsi mai troppo a lungo in nessuno di questi territori — un percorso emotivo dichiaratamente ambizioso che nei momenti migliori (Crazy Bird, Believe, Double Reality) dice qualcosa di difficile da ignorare sul jazz italiano che vuole guardare avanti senza rinnegare le proprie radici


C’è una parola che nel 2026 non dovresti più usare se vuoi sembrare credibile: flow. È finita sulle magliette dei coach motivazionali, nei titoli delle newsletter di produttività, nell’headline di ogni startup che vende abbonamenti mensili a qualcosa di vagamente meditativo. Mihaly Csikszentmihalyi — il ricercatore ungherese-americano che teorizzò lo stato di flusso negli anni Settanta — probabilmente non immaginava che la sua idea avrebbe decorato le slide di PowerPoint di mezzo mondo aziendale. E tuttavia Claudio Vignali, pianista e compositore di Porretta Terme, ha scelto proprio Flow come titolo del suo nuovo album, uscito oggi per Alman Music. Una scelta coraggiosa o ingenua? Probabilmente né l’una né l’altra: semplicemente una scelta onesta, il che nel panorama musicale italiano è già qualcosa di notevole. Si tratta di un lavoro ambivalente. Pensate se Thelonius Monk in un suo album Jazz avesse fatto cantare alla Callas Madama Butterfly sopra i suoi pezzi genialmente schizoidi? Vignali fa un capolavoro di acoustic jazz di una originalità estrema strizzando l’occhio al mainstream con la sovrapposizione di un parlato hip-hop di una altrettanto estrema… banalità. Se riesci a non farti disturbare da questo chiacchiericcio pseudo-slang e, come se avessi un equalizzatore o un separatore di canali, potessi ascoltare solo la musica, l’esecuzione, godresti un jazz neoclassico di una cristallinità rara. Se invece non riesci potresti facilmente spegnere tutto e ascoltare Sanremo.


Chi è Vignali, e perché dovrebbe importarci

Prima di parlare del disco, un detour necessario. Claudio Vignali è uno di quei musicisti che esistono in uno spazio difficile da catalogare: troppo jazz per i puristi del classico, troppo classico per i puristi del jazz, e adesso — con Flow — probabilmente troppo tutto per i puristi dell’hip-hop. Ha vinto nel 2013 il Parmigiani Montreux International Jazz Piano Solo Competition, selezionato tra dieci pianisti jazz under 30 di tutto il mondo; ha suonato al Montreux Jazz Festival, in Norvegia, in Islanda, in Giappone; ha collaborato con Dave Weckl, Joe Locke, Gretchen Parlato, Rob Mazurek. La rivista londinese The Wire ha recensito la sua discografia, così come Jazz Trial di New York. Non è esattamente un outsider, e non è nemmeno un nome da classifica Spotify. È, con tutta la dignità del termine, un musicista.

La sua storia è quella di una formazione verticale: diplomato con lode in pianoforte classico e jazz ai Conservatori di Ferrara e Adria; perfezionato con Giorgio Gaslini e Ramberto Ciammarughi; folgorato da Michel Petrucciani — come racconta lui stesso — con quel gesto semplice e decisivo che tutti i musicisti jazz italiani della sua generazione conoscono: il regalo di un CD da parte dei genitori. Da lì, il percorso verso Bill Evans, McCoy Tyner, Craig Taborn, Tigran Hamasyan. Una genealogia che non è snobismo ma ricerca, un’archeologia del suono fatta a mani nude.


Il disco: otto brani, un viaggio in quota emotiva

Flow conta otto tracce: Flow Bark, A Flower on Mars, Believe (con Gretchen Parlato), Double Reality, Crazy Bird (Intro), Crazy Bird, This Is Not My War, A Beautiful Dream. Il trio di base — Vignali al pianoforte, Frank Martino alla chitarra a otto corde, Marco Frattini alla batteria — è completato da Devon Miles “Messenger of Light” alla voce in quattro brani, da Gretchen Parlato in Believe (con violino, due violoncelli e archi), e da Serena Zaniboni nella traccia conclusiva. Il missaggio è di Martino stesso, la masterizzazione di Giovanni Versari. Tre studi di registrazione — Duna Studio a Ravenna, Ex Cantine Studio a Bologna, Deposito Zero Studios in provincia di Forlì-Cesena — per un album che fisicamente ha girato l’Emilia-Romagna come una piccola tournée regionale.

Il concept, secondo la nota dell’etichetta, è programmaticamente ambizioso: Flow vuole essere il movimento invisibile che attraversa ogni cosa, caos e luce insieme, caduta e rinascita, il viaggio dell’essere umano dentro sé stesso. Dalla crudezza terrena di Flow Bark alla sospensione quasi spirituale di A Beautiful Dream, il disco dovrebbe attraversare dolore, desiderio, nostalgia, smarrimento e speranza. È un concept che potrebbe intimidire — o insospettire — chiunque abbia sviluppato una sana allergia alle narrazioni auto-referenziali nel jazz italiano. Vale la pena, tuttavia, sospendere il giudizio, perché la struttura del disco tiene.


Traccia per traccia: dove il flusso regge e dove si inceppa (un po’)

Flow Bark, il singolo uscito a marzo, è la dichiarazione d’intenti: jazz e hip-hop non come fusione ma come collisione gestita. Devon Miles porta il rap come elemento narrativo, non decorativo — la differenza non è sottile, anche se spesso viene ignorata. Martino con la chitarra a otto corde occupa uno spazio sonoro che normalmente appartiene al basso, liberando Vignali da ogni obbligo di ancoraggio armonico. Il risultato ha una rugosità timbrica che impedisce al brano di scivolare nella fusion senza attrito che spesso accompagna questi esperimenti di contaminazione.

A Flower on Mars porta avanti la metafora: un fiore che sogna Marte come figura della tensione umana verso l’impossibile. Devon Miles è ancora presente, e il brano costruisce un’atmosfera cinematografica piuttosto che un semplice groove. È forse il momento in cui il disco dichiara più esplicitamente la sua ambizione di album concettuale nel senso nobile del termine.

Believe è il brano strutturalmente più complesso. Gretchen Parlato — tre candidature ai Grammy, collaboratrice di Herbie Hancock e Wayne Shorter, artista courtesy of Edition Records con registrazione affidata al batterista Mark Guiliana — non è una presenza ornamentale. La sua voce si muove sopra archi (violino di Valeria Magnani, violoncelli di Giulia Costa ed Enrico Ferri) in un brano che racconta la ricerca di una luce interiore apparentemente lontana. Il rischio del didatticismo è alto — l’intera premessa ha l’aria di una citazione da un corso di mindfulness — ma Parlato lo evita con quella qualità specifica di chi sa cantare intorno al significato invece di sottolinearlo.

Double Reality è il pezzo più personale del disco: la vertigine di chi resta sospeso tra sogni e realtà, incapace di riconoscersi in un presente che cambia troppo in fretta. È anche, musicalmente, il momento in cui il trio esprime la sua coesione più profonda — tre musicisti che si conoscono da vent’anni non hanno bisogno di dimostrarsi nulla.

Crazy Bird (preceduto da un minuto scarso di Intro) è la traccia che interessa di più chi arriva al disco con un background jazzistico: una rilettura ispirata alla struttura armonica di Lazy Bird di John Coltrane, trasformata in vortice dove improvvisazione, groove e ricerca armonica si incontrano. Non è la prima volta che si rilegge Coltrane — è un’operazione compiuta talmente spesso da essere quasi un genere a sé — ma il punto non è la novità dell’idea quanto l’esecuzione. E qui l’esecuzione regge, con Vignali che porta la sua doppia formazione classico-jazzistica esattamente dove serve: non per citazione colta ma per necessità musicale.

This Is Not My War è la presa di posizione dichiarata: un manifesto contro la guerra e ogni forma di violenza, con Devon Miles che torna a portare il peso del testo. È il brano più esposto ideologicamente, il che nel 2026 — con tutto ciò che sta accadendo — non è un gesto neutro. Il rischio del pamphlet musicale è reale. Che ci si riesca è discutibile; che ci si provi con serietà è evidente.

A Beautiful Dream chiude il disco con la voce di Serena Zaniboni in una sospensione quasi corale. È la risoluzione — imperfetta, non consolatoria — del percorso emotivo che il disco ha costruito. Non risolve nulla, il che è probabilmente la scelta giusta.


Il paradosso del titolo e la domanda che rimane aperta

Torniamo alla parola. Flow, in musica, è lo stato in cui l’esecutore smette di pensare e comincia a essere. È quella condizione paradossale in cui la tecnica — anni di scale, armonia, contrappunto — diventa così incorporata da rendersi invisibile, e ciò che emerge assomiglia all’istinto ma non lo è affatto. È il risultato di una disciplina talmente profonda da sembrare assenza di disciplina.

Vignali conosce questo stato: lo ha dimostrato al Bergamo Jazz Festival nel 2025, dove ha costruito un concerto come racconto autobiografico, passando da Brubeck a Monk a Coltrane senza soluzione di continuità narrativa, con la musica come strumento di elaborazione personale. In quel contesto, il flow era palpabile anche per chi guardava da fuori.

La domanda è se si possa trasportare quella qualità in un album costruito — prodotto in tre studi diversi, missato, masterizzato — dove il rapper non è in sala con te e la vocalist americana registra la sua parte a Londra. Il disco può essere flusso quando è anche montaggio? È la tensione irrisolta di ogni album jazz-crossover ambizioso, e Flow non fa eccezione. Non risolve il paradosso. Forse — e questo potrebbe essere il suo merito principale — nemmeno ci prova davvero, accontentandosi di documentare il tentativo con onestà.


Cosa rimane, alla fine

Rimane un disco che ha il coraggio di essere programmatico senza diventare pedante, almeno per la maggior parte del tempo. Rimane una formazione — Vignali, Martino, Frattini — che suona con la solidità di chi non deve più convincersi di funzionare. Rimane Gretchen Parlato, che non sale su qualunque disco e la cui presenza dice qualcosa sulla caratura del progetto che nessuna nota di etichetta potrà mai esprimere meglio. Rimane Crazy Bird, che è probabilmente il momento in cui il disco smette di spiegarsi e comincia semplicemente a suonare.

E rimane la domanda — legittima e non retorica — su cosa significhi fare jazz con ambizioni crossover in Italia nel 2026, in un paese dove la scena è ancora cronicamente divisa tra chi custodisce il tempio e chi lo abbandona senza guardarsi indietro. Vignali sembra aver trovato una terza via: non la mediazione, ma l’attraversamento. Se ci sia riuscito davvero lo deciderà chi ascolta. Come sempre.




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Ennio Martignago