Cinque dischi, una formula con la radice cubica e il sospetto che ogni classifica serva più a chi la compila che a chi la legge
Ogni venerdì, alla stessa ora, il mondo discografico simula una nascita collettiva. Non è un evento naturale: è una convenzione commerciale adottata a livello globale nel 2015 perché i conteggi delle vendite e degli stream cadessero tutti dentro la stessa finestra settimanale, con buona pace dei mercoledì tedeschi e dei lunedì britannici. Da allora ci raccontiamo che il venerdì “esce” la musica, mentre in realtà il venerdì la musica viene sincronizzata. La differenza sembra sottile, ma spiega quasi tutto: spiega perché ogni sette giorni una rivista deve trovare cinque capolavori, perché ogni sette giorni un algoritmo deve riempire una playlist chiamata New Music Friday, e perché ogni sette giorni chi scrive di dischi si ritrova a fare, senza volerlo, il lavoro dell’ufficio marketing con il tono del critico indipendente.
Cominciamo quindi ammettendo il conflitto d’interesse strutturale del pezzo che state leggendo: anche noi, questa settimana, abbiamo trovato cinque capolavori. Che coincidenza.
Una formula, e il suo rovescio
Per non nasconderci dietro l’aggettivo — quel repertorio di “luminoso”, “urgente”, “necessario” che nella critica musicale funziona come il prezzemolo nelle cucine mediocri — abbiamo provato a scrivere il nostro giudizio sotto forma di equazione. Tre variabili: la qualità generale del lavoro, cioè scrittura, interpretazione, produzione, tenuta dell’insieme; la padronanza del genere, cioè quanto un artista conosce il linguaggio che ha scelto e riesce a portarlo fino in fondo; e la personalità, cioè quanto quel disco resterebbe riconoscibile se lo si ascoltasse per sbaglio, senza sapere di chi è. Il voto finale è la radice cubica del prodotto delle tre.
La scelta della media geometrica invece della media aritmetica non è un vezzo matematico: è una presa di posizione. Con la media aritmetica un disco tecnicamente impeccabile e completamente privo di voce propria può ancora arrivare in cima, perché i punti alti compensano quelli bassi. Con la radice cubica no: se una delle tre variabili crolla, crolla tutto. È una formula che punisce l’equilibrio mancante e premia la coerenza, il che la rende, va detto, moderatamente ostile ai dischi geniali e sbilenchi — quelli che valgono per una sola cosa fatta in modo irripetibile. La beffa è evidente: abbiamo costruito uno strumento contro la mediocrità levigata che, applicato con troppa fede, finirebbe per penalizzare l’irregolarità creativa. Teniamolo a mente mentre leggiamo i numeri, e teniamo a mente soprattutto che i numeri li abbiamo scelti noi. Nessuna formula rende oggettivo un gusto: rende soltanto tracciabile il modo in cui quel gusto è arrivato alla sua conclusione. Che è già molto più di quanto offra la maggior parte delle classifiche di fine settimana, ma è molto meno di quanto suggerisca l’aria da laboratorio.
I cinque, e cosa dicono di noi
In cima, con 9,23, i Lambchop di Punching the Clown (Merge). Kurt Wagner fa questo mestiere da più di trent’anni e ha attraversato tre o quattro trasformazioni radicali senza mai chiedere il permesso a nessuno, il che rende la sua padronanza del linguaggio — quel country da camera bagnato di gospel e poi passato al vocoder — difficilmente contestabile. I crediti indicano la produzione di Ryan Olson e Andrew Broder e un banjo di Justin Vernon: sulla carta, la genealogia esatta del Midwest sperimentale degli ultimi quindici anni. Il rischio, in casi così, è che l’autorevolezza accumulata funzioni da moltiplicatore automatico del voto. Un disco di Wagner parte già con mezzo punto di credito storico che nessuna formula sa scontare.
A un soffio, 9,19, GB con Herzsprung. Qui l’onestà impone di dire che sappiamo poco, e che il poco che sappiamo passa quasi interamente dalla scheda stampa. Il nome è un paese del Brandeburgo, ma la parola tedesca si lascia leggere anche come una crepa nel cuore, e su questa ambiguità il progetto costruisce la propria mitologia. Nel nostro schema è il disco con la personalità più alta di tutti, superiore persino a quella di Wagner, e resta appena dietro solo per una tenuta complessiva leggermente meno impeccabile. È esattamente il tipo di lavoro su cui una redazione dovrebbe tornare tra sei mesi, quando l’effetto novità sarà evaporato e resterà da capire se quella voce riconoscibile aveva anche qualcosa da dire.
Terza, 9,16, Julia Holter con Materia. La sua forza è quasi tutta nella costruzione: architetture armoniche che sembrano contenere insieme il madrigale, il minimalismo americano e l’ambient, con una precisione che raramente cede al bisogno di piacere. È musica che pretende attenzione e che, in cambio, non promette conforto. Se dovessimo indicare un disco destinato a invecchiare meglio degli altri, punteremmo su questo — con la consapevolezza che “invecchiare bene” è la scommessa più comoda che un critico possa fare, perché la verifica arriverà quando nessuno se lo ricorderà più.
Poi, quasi appaiati, Squirrel Flower con Say a Prayer to the Gods of Getting Going (8,67) e i Westside Cowboy di It Goes On (8,66), esordio britannico prodotto da Loren Humphrey per Island. Il secondo è il caso più istruttivo del gruppo: non inventa nulla, non apre nessuna direzione, e nonostante questo tiene, perché conosce benissimo il proprio dialetto e lo parla senza inflessioni prese in prestito. È un promemoria contro la superstizione dell’innovazione obbligatoria, quella per cui un disco vale solo se “sposta il genere”. La stragrande maggioranza della musica che amiamo non ha spostato niente.
La variabile che ci frega
Restava fuori qualcosa, e abbiamo preferito lasciarla fuori davvero invece di scioglierla nel voto: la rilevanza. Non quanto un disco è bello, ma quanto ha qualcosa da dire nel momento in cui esce. Su questa scala Lambchop e Julia Holter si tengono intorno al nove, GB scende leggermente, i Westside Cowboy si fermano un gradino sotto pur restando ottimi.
Tenerla separata serve a evitare l’equivoco più diffuso della critica contemporanea, che consiste nel confondere il valore con la tempestività. Un disco può essere eccellente e non rilevante: succede continuamente, e non è una colpa. Un disco può essere imperfetto e importantissimo, perché apre una porta che altri attraverseranno meglio di lui. Ma qui va aggiunta la contro-obiezione, perché altrimenti la variabile diventa un’arma comoda: la rilevanza è la misura più politica delle quattro, quella in cui il giudizio di chi scrive si traveste da constatazione oggettiva. Dire che un disco “parla al nostro tempo” significa quasi sempre dire che parla al mio tempo, alla mia generazione, alla mia bolla di ascolto. Chi la usa senza dichiararlo sta facendo propaganda con la faccia dell’analisi.
Italia: tre modi di stare nel presente

La settimana italiana si regge su tre gesti molto diversi. Fabri Fibra e i Pinguini Tattici Nucleari in Goya (Epic/Sony) mettono insieme due pubblici che di solito non si incontrano e costruiscono una satira sociologica: operazione che funziona finché la satira morde davvero e diventa imbarazzante nel momento esatto in cui il pezzo comincia a vendere alle stesse persone che dovrebbe irridere. Luciano Ligabue torna con Qualcosa per te (Warner) dopo tre anni, e il ritorno di un artista di quel peso è un fatto industriale prima che artistico: l’attesa la costruisce l’ufficio stampa, il giudizio dovrebbe costruirlo l’ascolto, e i due tempi coincidono sempre meno.
Il gesto più interessante è il terzo, e anche il più scivoloso. Vinicio Capossela, con Pierpaolo Capovilla, la Fanfara e FiloQ, rimette mano dopo trent’anni a Body Guard — dal Ballo di San Vito, 1996 — e ne fa Tutti Bodyguard (La Cùpa / Pioggia Rossa Dischi), con dub e ottoni balcanici sotto un testo riscritto in chiave civile. La guardia del corpo smette di essere protezione fisica e diventa allegoria dell’isolamento borghese, lo schermo che ciascuno alza per non far entrare i drammi del presente. L’idea è forte e l’arrangiamento la sostiene. Il cortocircuito arriva subito dopo: una canzone che accusa l’ascoltatore di proteggersi dalla realtà viene ascoltata, quasi per intero, da persone convinte di essere dalla parte giusta, e produce in loro esattamente la sensazione confortevole che dichiara di voler smontare. Non è un difetto del pezzo, è la condizione di tutta la canzone civile italiana da cinquant’anni a questa parte. Vale la pena ricordarlo mentre si applaude.
La forma breve del sospetto
Sui singoli il quadro è più mosso, e più onesto, perché nessuno può nascondere tre minuti dietro un concept. I Fontaines D.C. anticipano Dopamine Chamber (XL) con Marianne, prodotta da James Ford: passo plumbeo, debiti evidenti verso la new wave di Manchester, voce solenne su una melodia cinematografica. È la loro cosa migliore e insieme il loro rischio maggiore, perché la solennità è un materiale che si consuma in fretta. Shygirl rientra con Alyse, ballad eterea innestata su un tessuto da club cybergoth, prodotta con Karma Kid e JD Reid. I Teenage Fanclub fanno i Teenage Fanclub in There Was You, e a questo punto della loro storia è un complimento senza riserve. Beck anticipa Ride Lonesome con Disappearing Act, tornando al versante acustico e malinconico che periodicamente riscopre quando ha bisogno di essere creduto. I Gang of Youths rientrano dopo quattro anni con Things Take Time, il consueto respiro epico. Friko prosegue con Necessary la corsa che le testate anglofone gli hanno cucito addosso, il che è un dato sulla stampa almeno quanto sulla band. Beabadoobee estrae Memories da Pylon, pop immediato e senza secondi fini dichiarati.
L’outsider è NOIA con As Per My Last Email: prendere la formula passivo-aggressiva più temuta della posta di lavoro e trasformarla in avant-pop da pista è la trovata più intelligente della settimana, e anche quella che rischia di esaurirsi al terzo ascolto. Ma tre ascolti li merita.
Il resto dello scaffale
Attorno ai cinque si muove il consueto traffico di uscite maggiori. I Weezer pubblicano Weezer (The Gold Album) con la produzione di Kenny Beats e un featuring dei Wednesday: la strategia cromatica della band ha ormai la stessa funzione dei numeri romani nei film d’azione. Wild Pink con Still Coming Down raduna Alex Farrar alla produzione, MJ Lenderman e Meg Duffy tra gli ospiti, cioè il cast fisso dell’indie americano di questa stagione. Sam Smith prova la via acustica con Hazel Eyes, Brandon Flowers quella country-heartland di Nashville con Thrasher. Sul fronte breve, gli ENHYPEN pubblicano THE SIN : BLISS, primo lavoro in formazione a sei con concept dark fantasy, e Leon Bridges dà seguito al suo percorso con Happiness Anytime (Part 2), virando verso il retro-funk ballabile. Su questi ultimi due, per correttezza, il nostro giudizio si ferma al livello della descrizione: non li abbiamo ancora ascoltati abbastanza per metterli sotto la stessa formula che abbiamo usato sugli altri, e stiracchiare un voto per riempire una casella sarebbe precisamente il vizio che questo pezzo dichiara di voler evitare.
Sedici dischi e un dubbio

Resta la domanda che nessuna radice cubica risolve. Se cinque capolavori escono ogni venerdì, o siamo nell’età dell’oro della musica registrata, oppure il numero cinque non descrive la musica: descrive lo spazio disponibile in una pagina, il numero di slot in una playlist, la soglia oltre la quale un lettore smette di scorrere. Sospettiamo la seconda, e continuiamo a compilare la lista lo stesso, perché l’alternativa — non segnalare niente a nessuno — sarebbe una posa ancora più comoda.
L’unico antidoto conosciuto non è smettere di leggere le classifiche: è ascoltare i dischi prima di sapere che voto hanno preso. Compreso il nostro.
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