Ovvero come trasformare la propria malattia in album dell’anno
C’è qualcosa di strutturalmente paradossale nell’album più coeso di Thundercat, e il paradosso comincia già dal titolo. Distracted — Distratto — è il disco con cui Stephen Bruner, bassista di culto da Los Angeles, chitarrista di Frank Zappa post mortem, custode del lutto per Mac Miller e armato di un basso Ibanez a sei corde come fosse una spada di luce, ha smesso di essere erratico per diventare accessibile. Il problema, naturalmente, è che nessuno ti chiede di farlo. Tranne il mercato. E il mercato, si sa, ha sempre torto e ragione simultaneamente — una proprietà che lo accomuna alla filosofia buddista e ai figli adolescenti.

Per capire dove siamo arrivati, occorre partire da dove eravamo. Tra i 2020 e il 2026, cioè nell’arco temporale in cui l’umanità ha prima smesso di uscire di casa poi ha smesso di smettere, Thundercat elaborava un lutto reale — la morte di Mac Miller nel 2018 — attraverso It Is What It Is, un album che aveva il pregio raro di essere sincero fino all’imbarazzo. Il passo successivo logico, seguendo la grammatica del music business contemporaneo, sarebbe stato sparire. Bruner ha invece scelto diversamente: ha iniziato a fare boxe, ha smesso con l’alcol, ha compiuto quarant’anni e ha deciso che «scegliere la felicità è un processo infernale». L’ha detto al Guardian, non a un life coach. Distinzione non trascurabile.
Distracted esce il 3 aprile 2026 e porta la firma produttiva di Greg Kurstin — già al lavoro con Adele e Paul McCartney, quindi un nome che nei circoli del jazz sperimentale evoca press’a poco la stessa reazione che Frank Zappa evocò in Snoop Dogg la famosa volta in cui Bruner, ancora turnista e ancora senza corazza, sottopose il re del G-funk a St. Alfonzo’s Pancake Breakfast. La risposta di Snoop fu: «Ain’t nobody told you to play all that.» Bruner fece una capriola e probabilmente si fece licenziare, ma la storia cambia versione a ogni racconto, il che è già un indizio del personaggio. La risposta di Kurstin all’erraticità del suo nuovo cliente è stata meno poetica ma più efficace: ha imposto una struttura pop levigata senza sacrificare il virtuosismo, e il risultato — 15 tracce, 46 minuti, Metacritic a 84 — è l’album che Thundercat aveva sempre lasciato intendere senza mai incidere.
La domanda interessante, però, non è se Distracted sia buono. Lo è. La domanda è: cosa significa che lo sia nel modo in cui lo è?
Il tema centrale dell’album — la distrazione digitale come condizione antropologica, l’ADHD non come patologia ma come «superpotere», la frammentazione dell’attenzione come linguaggio nativo di un’epoca — è anche la sua strategia di mercato. Difficile separare le due cose, e probabilmente non conviene provarci. Quando Bruner canta e suona sull’incapacità di concentrarsi nell’era dei social, sta descrivendo se stesso, il proprio cervello, la propria generazione; sta anche costruendo un prodotto perfettamente calibrato per la stessa generazione che cita, usando il modo Lidio — una scala che non risolve mai, che lascia il suono in una sospensione perpetua — come equivalente armonico dello scrolling infinito. Non è cinismo: è che l’arte e il capitale, quando si incontrano a metà strada, tendono a produrre oggetti ibridi che funzionano su entrambi i piani, e sospettare dell’uno per difendere l’altro è la forma più banale di romanticismo.
Flying Lotus, fondatore di Brainfeeder e produttore storico di Bruner, rimane nell’album come presenza parziale — contribuisce a I Did This To Myself, la traccia con Lil Yachty in cui i due lamentano di inseguire una «social media butterfly» troppo occupata con le proprie notifiche per accorgersi di loro. È una canzone sull’amore nell’era dell’iperconnessione, ma anche, se ci si sposta di un millimetro, una canzone sull’industria musicale, dove l’attenzione è la moneta e l’algoritmo è il cambiavalute che fissa il tasso ogni quindici secondi. Bruner lo sa, e questa consapevolezza è ciò che separa Distracted da decine di album che cavalcano lo stesso tema con la profondità di un comunicato stampa.
Il vertice emotivo del disco è She Knows Too Much, collaborazione postuma con Mac Miller ricavata da nastri registrati a Malibu durante le sessioni di GO:OD AM, album del 2015. Non è un’operazione nostalgica nel senso deteriore del termine — non c’è esibizione del lutto, non c’è santificazione del defunto. C’è un funk galleggiante, una linea di basso che cita apertamente I Wish di Stevie Wonder, e la voce di Miller che risuona con quella leggerezza scomoda che hanno i ricordi quando sono ancora vivi. Bruner ha dichiarato di voler ricordare l’amico come «un one-man Rat Pack», uno che faceva scherzi e rideva, non come un’icona tragica. Ci riesce. E questo, nel panorama della narrazione-del-lutto come contenuto da piattaforma, non è poco.
Il resto dell’album costruisce ponti con la precisione di un ingegnere e l’innocenza apparente di un bambino che colleziona figurine: Kevin Parker dei Tame Impala in No More Lies, Willow Smith in ThunderWave, A$AP Rocky e Channel Tres altrove, e persino Haley Joel Osment — il bambino che vedeva i morti in Il sesto senso — in Anakin Learns His Fate, brano surreale che cita Star Wars e funge da cartolina dall’universo interno di un uomo che ha fatto della cultura nerd una divisa da battaglia. Nessuna di queste collaborazioni sembra casuale, nessuna sembra obbligata.

Il network di Brainfeeder è costruito su vent’anni di relazioni reali, e si sente — anche se i dossier di marketing tendono a descriverle come «sinergie di cross-pollination», che è il modo in cui la lingua aziendale spiega ciò che gli esseri umani chiamano amicizia.
Distracted si chiude con You Left Without Saying Goodbye, una ballata sospesa in cui il basso accompagna l’ascoltatore verso un’uscita senza porte spalancate. È un finale che non spiega, non risolve, non consola. Lascia la sospensione del modo Lidio respirare fino alla fine. In un’epoca in cui ogni prodotto culturale tende a concludersi con una call to action — segui, condividi, abbonati — questa reticenza ha il sapore di una forma discreta di resistenza. Forse calcolata. Forse no. Probabilmente entrambe le cose, come quasi tutto ciò che vale la pena ascoltare.
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