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Dove la luce si ferma — Where Light Settles di Jasmine Myra

Jasmine Myra torna con Where Light Settles: jazz orchestrale e impressionista che rifiuta il virtuosismo per abbracciare la profondità. Recensione.

Il jazz britannico ha trovato il suo punto di quiete. O forse lo ha sempre saputo, e aspettava solo che qualcuno smettesse di urlarlo.

estratto

Con Where Light Settles, Jasmine Myra consegna il suo terzo album per Gondwana Records: sedici musicisti, nove composizioni originali, un approccio orchestrale ispirato a Kenny Wheeler. Il risultato è un disco tonale e impressionista che preferisce il silenzio alla dimostrazione, e che rappresenta forse la voce più coerente del jazz britannico contemporaneo.


Esiste una certa ironia nel fatto che uno dei dischi più interessanti del 2026 arrivi da una sassofonista che sembra aver deciso, programmaticamente, di non fare nulla di spettacolare. Niente virtuosismi da ostentare sui social, niente breakdowns ritmici che farebbero esplodere i contatori di TikTok, niente di quella urgenza performativa che ha trasformato buona parte del cosiddetto “new jazz britannico” in un manifesto generazionale con troppa firma e poca musica. Jasmine Myra, con Where Light Settles, fa una cosa radicale: suona piano, suona insieme, e lascia che la luce si sistemi dove vuole.

Dopo Horizons (2022) e Rising (2024), questo terzo album conferma che la traiettoria non è quella dell’ascesa rumorosa — nonostante il titolo del secondo disco potesse farlo supporre — ma di un approfondimento progressivo verso qualcosa che assomiglia alla maturità senza rassegnarsi alla nostalgia. Un percorso raro, in un’epoca che confonde la velocità con la crescita.


Un mini-big band senza complessi di inferiorità

La formazione è tecnicamente imponente e acusticamente discreta: alto sax della leader, tre flauti (Rianna Henriques, Arran Kent, Joel Stedman, che coprono anche flauto contralto e clarinetto), arpa (Alice Roberts), quartetto d’archi (Henry Rankin, Ellie Consta, Laurie Dempsey, Katt Newlon), chitarra (Ben Haskins), pianoforte (Jasper Green), contrabbasso (Sam Quintana), batteria e percussioni (George Hall), vibrafono (Jess Mollie) e — dettaglio non trascurabile — un secondo sassofono tenore affidato a Matt Carmichael. Il tutto tenuto insieme dal direttore Ozzy Moysey. Sedici musicisti in studio, a Nave Studios di Leeds, nel luglio del 2025.

Il paradosso è questo: con tutta questa gente, il disco suona come una conversazione a bassa voce. L’ispirazione dichiarata ai grandi ensemble di Kenny Wheeler non è un’operazione di lifting accademico, ma una scelta estetica precisa — quella di usare la massa orchestrale non per riempire il silenzio, ma per dargli forma. Wheeler lo sapeva benissimo: più strumenti hai, più puoi permetterti di non suonarli tutti insieme.

La produzione è firmata da Myra insieme a Matthew Halsall, il fondatore della Gondwana Records di Manchester — etichetta che negli anni ha costruito una coerenza stilistica rara nel jazz europeo contemporaneo, e che qui conferma la sua capacità di trasformare l’intimità in estetica. Il missaggio, affidato a Greg Freeman a Berlino nel novembre 2025, e la mastering curata da Peter Beckmann completano un processo produttivo che si avverte nel risultato: nulla è fuori posto, nulla è casuale, eppure nulla sembra controllato in modo ossessivo.


Tracce che respirano

Il programma si apre con Opening — titolo che sarebbe banale se il brano non si comportasse esattamente come una porta che si socchiude anziché spalancarsi — e prosegue attraverso Reflections, Likeness and Shadow, Some Rain Must Fall, Echo, Breath, Fragments, In an Instant, fino alla title track conclusiva Where Light Settles. Nove composizioni originali, tutte firmate da Myra. Non è un dettaglio: in un’epoca in cui il jazz vive di reinterpretazioni continue e omaggi incrociati, scrivere tutto il materiale significa prendersi una responsabilità precisa sul proprio linguaggio.

Quel linguaggio è limpido, tonale, morbidamente impressionista — riferimento inevitabile alla tradizione francese più che a quella americana, senza per questo risultare estetizzante. Some Rain Must Fall possiede una qualità che ricorda certi brani di Bill Evans nella loro capacità di tenere la malinconia a distanza di sicurezza dalla sentimentalità. Echo usa il vibrafono di Jess Mollie con quella parsimonia che è il vero lusso dell’arrangiamento: uno strumento usato poco suona sempre come una sorpresa.

Il sassofono di Myra non sgomita per emergere. È presente in modo quasi conversazionale, integrato nelle trame degli archi e dei fiati senza mai smettere di essere il centro gravitazionale della musica. È una scelta che rivela più maturità che timidezza: il solismo sfrenato è facile da applaudire, il solismo necessario è difficile da costruire.


Il problema (simpatico) di un disco così

Diciamolo chiaramente: Where Light Settles è un album che non farà rumore. Non perché sia mediocre — tutt’altro — ma perché è costruito su una scala di valori che l’ecosistema mediatico contemporaneo fatica a metabolizzare. Non c’è il singolo radiofonico, non c’è il momento virale, non c’è l’headline biografica che semplifica tutto (“prima donna afro-britannica a fare il jazz orchestrale con l’arpa”, che so). C’è solo musica, curata e pensata, che chiede un ascolto in qualche modo complice.

Il che, naturalmente, è già una forma di controcorrente — non quella militante che si agita e protesta, ma quella silenziosa che semplicemente decide di fare le cose diversamente e aspetta che qualcuno se ne accorga.

Jasmine Myra ha trentadue anni, tre album alle spalle, e una coerenza che molti artisti con il triplo dell’esperienza faticano a costruire. Where Light Settles è un disco in cui la luce si deposita davvero — non abbaglia, non nasconde, non mente. La si può guardare con calma, e ci si trova qualcosa di diverso ogni volta.

Non è poco. Anzi, in questo momento storico, è quasi rivoluzionario.


Jasmine Myra — Where Light Settles
Gondwana Records, GOND083 — 2026



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Ennio Martignago