estratto
C’è un paradosso che attraversa tutto il quinto disco di Lizzo, ed è il paradosso di chi sceglie come titolo l’insulto che vorrebbe disinnescare. BITCH non è soltanto un album: è un’operazione di recupero crediti emotivi, una “market correction” travestita da liberazione. Dopo il naufragio di Love in Real Life e una stagione passata fra avvocati, l’artista smette i panni della paladina del body-positive e ne indossa di più spigolosi — meno rassicuranti, meno vendibili, forse per questo più interessanti. Il problema, naturalmente, è che reclamare la propria narrazione “costi quel che costi” suona magnifico in un comunicato stampa e molto meno nelle aule di tribunale, dove le cause per molestie restano aperte. Il disco oscilla: fra il go-go di Washington e l’house di Chicago, fra la vendetta di A Toast e la nudità acustica di Like a Crime, fra autenticità viscerale e quel sospetto, mai del tutto fugato, di “ad music” che il Guardian le rinfaccia. Chi cerca un verdetto resterà deluso. Perché la domanda vera non è se BITCH sia un buon disco — lo è a tratti, lo è a sprazzi — ma se riappropriarsi di una parola basti a riappropriarsi di una reputazione. La risposta, qui al Franti, preferiamo lasciarla sospesa: né con i fan che cantano “100% that bitch”, né con i critici che sbadigliano. In mezzo resta un’artista che ha avuto il coraggio raro di buttare via un album intero e ripartire da zero. Coraggio o disperazione? Talvolta, ammettiamolo, è la stessa cosa.
Il Ritorno e il Reset Tonale
L’uscita di BITCH, il quinto album in studio di Lizzo (5 giugno 2026), non deve essere letta semplicemente come una nuova collezione di brani, ma come una necessaria operazione di “market correction”. Dopo il successo globale di Special(2022), la traiettoria dell’artista ha subito una brusca deviazione causata da una gestione d’immagine complessa e dal naufragio creativo del progetto Love in Real Life (2025), i cui singoli avevano fallito nel generare una trazione commerciale significativa. Strategicamente, BITCH rappresenta un “reset tonale”: Lizzo abbandona i panni della paladina dell’hyper-positive pop per abbracciare una postura di autodifesa e fiducia in se stessi, forgiata nel fuoco delle controversie legali e del mixtape di transizione My Face Hurts from Smiling. Il ritorno alle origini, cementato dalla residenza di tre date al Blue Note Jazz Club di New York, ha preparato il terreno per questo cambiamento: un passaggio dalla vulnerabilità performativa a una resilienza spigolosa, il cui baricentro è la riappropriazione del termine che dà il titolo all’opera.
Rivendicare il titolo di “BITCH”
La scelta del titolo non è una provocazione gratuita, ma un tassello di una narrativa di “heel-turn” (la svolta verso un personaggio più difensivo e meno conciliante). Lizzo trasforma un’etichetta storicamente sminuente in una dichiarazione di sovranità personale, inserendosi in una linea genealogica che unisce l’angst femminile di Meredith Brooks all’autorità hip-hop di Missy Elliott. Non è più la ricerca del consenso, ma la rivendicazione di un potere che non chiede scusa.
- Origine Lirica: Il titolo funge da richiamo sistematico al pilastro identitario di “Truth Hurts” (“100% that bitch”), elevando una catchphrase a manifesto programmatico.
- Ispirazione anni ’90: L’interpolazione di Meredith Brooks serve a modernizzare quel sentimento di complessità umana che rifiuta le categorizzazioni binarie, collegando la ribellione dei nineties alle sfide reputazionali del 2026.
Questa nuova attitudine funge da collante per un’architettura sonora che flirta con il caos, ma che strategicamente riflette una volontà di non essere catalogabile.
Sperimentazione e Poliglotismo di Genere
L’album si muove attraverso un “genre-hopping” frenetico che alcuni critici hanno liquidato come disorganizzato, ma che analiticamente appare come una negazione deliberata delle etichette industriali. Lizzo mescola R&B, Go-Go e Jazz con un’alta densità interpolativa, cercando di ricostruire una credibilità artistica che prescinda dai soli algoritmi pop.
| Traccia Esemplare | Genere/Influenza | Elemento Chiave (Campionamento/Interpolazione) | Impatto Strategico |
| Don’t Make Me Love U | Pop-ballad / Rock ’80 | Beat di “Billie Jean”, tastiere di Tina Turner (“The Best”) e basso di Bon Jovi | Una fusione di nostalgia familiare e modernità per un reset melodico potente. |
| Sexy Ladies | Go-go music | Campionamento della band UCB (Uncalled 4 Band) | Celebrazione del 50° anniversario del Go-Go come musica ufficiale di Washington D.C. |
| Like a Crime | Acustico/Minimalista | Chitarra acustica solista | Trasparenza lirica brutale; l’artista si spoglia di ogni sovrastruttura produttiva. |
| That Grrrl | Techno-disco / House | Bassline Chicago House / Human League | Inno dancefloor studiato per riconnettersi alla club culture indipendente. |
Dalla Vendetta alla Resilienza
Liricamente, BITCH è l’album in cui Lizzo “regola i conti”. Brani come A Toast e Too Nice non sono semplici sfoghi, ma atti di autodifesa pubblica contro ex collaboratori e critici. L’onestà è quasi viscerale, come dimostrato in Like a Crime, dove Lizzo non esita a citare dettagli intimi (“me and my period fighting to the death”) per sottolineare una realtà umana non filtrata. Il disco oscilla tra la serietà della difesa personale e un umorismo tagliente: la traccia Whose Hair Is This, definita giustamente come un “southern soul pastiche”, utilizza un equivoco su un tradimento per disinnescare la tensione con una risata finale amara. Questo equilibrio tra il tragico e il faceto è ciò che conferisce all’opera la sua necessaria autenticità, pur in un contesto di “landfill music” pop.
Un’Opera che Divide la Critica
La ricezione di BITCH riflette perfettamente la polarizzazione che circonda la figura di Lizzo. Da un lato, Alexis Petridis sul Guardian ha descritto l’opera come “oddly subdued”, suggerendo che Lizzo sia stata superata dal zeitgeist e che il disco suoni come musica per spot pubblicitari (“ad music”). Dall’altro, testate come RIFF Magazine o The Independentriconoscono il valore di un’opera che, pur essendo frammentaria, rappresenta un atto coraggioso di indipendenza creativa. L’analista deve anche considerare il peso delle vicende legali: mentre le accuse di fat-shaming sono state respinte, le cause per molestie sessuali sono tuttora in corso. Questa ambiguità si riflette nell’accoglienza del disco, dove la qualità di brani come That Grrrl deve lottare contro una percezione pubblica ancora parzialmente compromessa. Tuttavia, è proprio questo conflitto a rendere BITCH l’opera più rilevante della settimana: un disco che non cerca di piacere a tutti, ma che obbliga a prendere una posizione.

La Sentenza
BITCH è l’album della settimana perché rappresenta l’ultima frontiera della “ownership” nel pop contemporaneo. Lizzo non ha prodotto un disco perfetto, ma ha prodotto un disco necessario per la propria sopravvivenza artistica. Nonostante le critiche sulla sua natura “disorientata”, l’artista ha avuto il coraggio di scartare un intero progetto discografico e ripartire da una prospettiva meno rassicurante. Come recita la chiusura di A Toast: “Sono finalmente chi ho detto che sarei stata per la prima volta”. In questo manifesto di resilienza, Lizzo dimostra che la caduta può essere trasformata in un nuovo inizio, a patto di avere la forza di reclamare la propria narrazione, costi quel che costi. Il risultato è un’opera che, pur tra ombre legali e voti discordanti, riafferma la centralità di un’artista che non ha ancora finito di combattere.
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