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Gli Album della Settimana

Sei album, una settimana, un invito a smettere di scorrere e cominciare ad ascoltare. Da Liberetto V di Lars Danielsson a Yaya Bey in poi, il meglio della settimana per Il Franti.​​​​​​​​​​​​​​​​.​​​​​​​​

Musica come Antidoto allo Scroll

Il Franti | Rassegna settimanale

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Questa rassegna settimanale propone una riflessione critica sul consumo distratto dei media, invitando a riscoprire l’ascolto attivo come forma di resistenza culturale. L’autore analizza sei album significativi, ponendo in risalto Liberetto V: Echomyr di Lars Danielsson per la sua capacità di valorizzare il silenzio e la chiarezza melodica. Vengono inoltre esaminati i lavori di Yaya Bey, che trasforma il lutto in postura politica, e le collaborazioni tra Tom Waits e i Massive Attack, che criticano il consumismo attraverso edizioni limitate. Tra le altre proposte figurano l’elettronica dei TOMORA, la club culture consapevole di Honey Dijon e il dialogo transatlantico di Paolo Fresu in Trama Latina. Il testo conclude che scegliere la musica rispetto allo scrolling compulsivo rappresenta una necessaria rivoluzione quotidiana per preservare la profondità dell’esperienza umana.

Esiste un esperimento mentale che vale la pena fare almeno una volta nella vita, preferibilmente di sabato mattina con la seconda tazza di caffè ancora calda: prendete il tempo che avete dedicato questa settimana allo scrolling compulsivo su Instagram, ai reel guardati a velocità 1,5 per sembrare efficienti, ai titoli di testa di serie televisive che avete abbandonato al secondo episodio, e immaginate di averlo speso diversamente. Diciamo, ad ascoltare musica. Musica vera, intendo — quella che richiede la vostra presenza, non solo il vostro orecchio in sottofondo. Se il calcolo vi spaventa, è perché probabilmente avete già capito il punto.
Questa settimana, il punto è particolarmente nitido. Sei album meritano la vostra attenzione, ognuno per ragioni diverse, con urgenze diverse, con la propria irriducibile personalità. Vi raccontiamo perché.

Il vincitore della settimana: Lars Danielsson e l’arte di suonare il silenzio

Se dovessimo scegliere un solo disco da mettere su questa settimana — e lo facciamo, perché questa rubrica ha il coraggio delle proprie scelte — quello sarebbe Liberetto V: Echomyr di Lars Danielsson, uscito per ACT Music. Non perché sia il più rumoroso, il più provocatorio o il più politicamente corretto. Anzi, per nessuna di queste ragioni. Ma perché fa una cosa che nell’economia dell’attenzione contemporanea equivale a un atto di resistenza: chiede silenzio, offre silenzio, e nello spazio che si apre tra le note costruisce qualcosa di raro — un luogo dove stare.
Il titolo è una parola inventata che unisce echo (il risuonare del suono) e myr (termine norreno per brughiera o palude): un luogo mentale preciso, quel territorio liminale dove il suono non finisce ma si disperde. Danielsson lavora con il suo quartetto Liberetto — il batterista dei e.s.t. Magnus Öström, il chitarrista John Parricelli e il pianista martinicano Grégory Privat — da oltre quindici anni, e si sente. Non nel senso di un gruppo che si è normalizzato sulla comodità reciproca, ma nel senso di musicisti che si fidano abbastanza del silenzio da non aver bisogno di riempirlo. Le quattordici tracce, registrate in due sessioni agli studi Tia Dia di Mölnlycke in Svezia, si muovono tra momenti solistici intimi e scrittura lirica d’insieme per 45 minuti esatti — «non un secondo di troppo», come abbiamo scritto nella recensione completa, e non era un elogio di maniera.

C’è una dichiarazione di Danielsson che vale la pena citare perché è quasi un atto di coraggio nel panorama attuale: da giovane, dice, componeva in modo complicato per nascondersi dietro la complessità. Oggi cerca il contrario — la chiarezza. «Non è difficile scrivere musica complicata. Ma scrivere musica che le persone capiscano e che abbia comunque personalità e profondità — questo è il mio obiettivo.» Nel 2026, in un’industria culturale dove la complessità ostentata è diventata garanzia di serietà e il minimalismo viene confuso con la pigrizia, questa è una posizione estetica abbastanza sovversiva. Glòr (termine irlandese per «voce») è uno dei momenti più belli: una melodia che sembra già esistere da sempre. Himlen Över Dig dura due minuti e mezzo ed è qualcosa che somiglia a una canzone folk svedese che ha dimenticato le parole, mantenendo solo il profilo della melodia. La title track è il centro gravitazionale: sei minuti in cui il quartetto trova un equilibrio tra struttura e improvvisazione che sembra facile proprio perché non lo è.

Chi vi dice che Echomyr è musica da arredamento mente — o non l’ha ascoltato con la dovuta attenzione. Come la migliore architettura minimalista, è il fruitore a scegliere quanto scavare.

Yaya Bey: la fedeltà come postura politica

Fidelity di Yaya Bey nasce da una camera d’albergo vuota e da un pianto che non aspettava il momento giusto per uscire. Era il 2025, do it afraid era appena uscito con accoglienza critica entusiasta, e Bey si trovava a elaborare contemporaneamente la morte del padre, la percezione di un modo di vivere nero americano che andava scomparendo, e le esigenze logistiche di un lancio promozionale che — come prevede il contratto non scritto dell’industria musicale — non prevede pause esistenziali tra il comunicato stampa e il tour.
Da quella stanza è nato un album che fa una cosa strutturalmente paradossale: si intitola Fedeltà e usa questo termine non come virtù coniugale o contratto sentimentale, ma come postura politica. Per Bey la fedeltà è «l’ultima abilità nera» — la capacità di cadere e rialzarsi, di essere «religiosamente gioiosa» anche mentre il mondo prende fuoco. Sedici tracce che sfiorano i suoni R&B/pop degli anni Duemila senza cercarne la croccantezza, mantenendo un’atmosfera vaporosa e intenzionalmente sfuggente. La produzione non vuole suonare attuale nel senso in cui lo intende TikTok: vuole suonare vera. Nel 2026, è già una posizione estetica abbastanza radicale.
Forty Days, costruita sul funk disco, elabora la credenza per cui ci vogliono quaranta giorni perché un essere amato transiti nel regno ancestrale — e la contraddizione tra il ritmo del corpo che balla e il peso del lutto che si elabora non viene risolta, viene lasciata aperta, come si fa con le cose che non si possono chiudere. Non è un disco perfetto — sedici brani portano con sé qualche ridondanza, qualche momento in cui la coerenza tematica prevale sull’urgenza musicale. Ma questi sono i problemi di chi lavora su scala ampia, non di chi ha rinunciato all’ambizione per inseguire la formula.

Lars Danielsson a parte, la settimana ci ha dato anche questo

Tom Waits e i Massive Attack sono tornati il 16 aprile con Boots on the Ground, sette minuti di post-punk industriale in cui Waits impersona un carnefice burocratico che ordina morti dal comfort dell’aria condizionata. Il dossier promozionale che descrive l’uscita occupa venti pagine — una sproporzione che è già, di per sé, una notizia. Il singolo non è su Spotify, il vinile è ecologico in rPET, i proventi vanno all’ACLU e all’Immigrant Defense Project, e ogni disco è un pezzo unico di «alta collezionabilità». Quest’ultima espressione, in un comunicato che dedica pagine intere alla critica del consumismo, appare senza suscitare nessun imbarazzo redazionale. La resistenza viene confezionata in edizione limitata. Il dissenso ha il suo valore di mercato secondario — il che non invalida la musica, che è probabilmente potente, ma rende il tutto più interessante da osservare che da idolatrare. La recensione completa su Il Franti, come sempre, fa le domande che il dossier non si è posto.

TOMORA, il progetto nato dall’incontro tra Tom Rowlands dei Chemical Brothers e la cantautrice norvegese Aurora Aksnes, porta un nome che è già un anagramma — e gli anagrammi sono, per loro natura, verità nascoste dentro verità che sembrano senza senso. L’album si chiama Come Closer e nasce da un concetto che Rowlands chiama deliberate unlearning: un disimparare deliberato, il tentativo di tornare a non sapere. Non una reinvenzione, non una svolta — qualcosa di più umile e più difficile. I Chemical Brothers non possono fare un disco che suoni come i Chemical Brothers senza sembrare una parodia di se stessi, ma non possono nemmeno smettere di sembrare i Chemical Brothers senza sembrare impostori. TOMORA è il tentativo di uscire da questa trappola attraverso una porta secondaria — con il risultato di un’opera che, sotto la lacca promozionale, pone una domanda vera al cuore del sistema musicale contemporaneo.

Honey Dijon e il suo The Nightlife — terzo album in studio, uscito il 17 aprile — è il disco che sa più chiaramente cosa vuole essere: quattordici tracce costruite attorno all’idea della gioia nera e queer come atto di resistenza, con un cast che include Greentea Peng, Jacob Lusk e Mahalia, radici affondate nella house queer di Chicago degli anni Ottanta, e la consapevolezza di chi ha collaborato con Beyoncé su Renaissance e sa esattamente cosa significa costruire un floor come cerimonia collettiva. La tensione irrisolta dell’album — tra club come spazio di liberazione e club come prodotto premium — non è un difetto, è la cosa più onesta che la cultura club contemporanea sappia produrre. Ascoltatelo sapendo da dove viene e dove è arrivato. È più interessante che ballarlo con gli occhi chiusi.

Trama Latina, pubblicato per la collana Tuk Voice di Paolo Fresu, è il disco più europeo della settimana nel senso più scomodo del termine: tre musicisti — David Linx alla voce, Gustavo Beytelmann al pianoforte, Fresu a tromba, flicorno, produzione e direzione artistica — che tornano in America Latina a recuperare ciò che l’Europa aveva portato secoli fa e nel frattempo era diventato altro. Il paradosso del colonialismo culturale ribaltato in chiave grottesca: la metropoli che va a «scoprire» l’elaborazione della propria eredità altrove. Il titolo è già un programma critico — la trama come struttura portante e come percorso di attraversamento, non il «suono latino» della playlist da aperitivo. Dodici brani cinematografici, introspettivi, onesti nella propria ambiguità. Un disco che non conclude nulla, il che in questo momento storico è una forma di coraggio.

Sean Shibe porta su Vesper, il suo quinto album per Pentatone, una domanda che la chitarra classica si pone raramente con questa lucidità: cosa succede quando uno strumento viene affidato a compositori che non lo suonano? La risposta, nel caso di Thomas Adès, Harrison Birtwistle e James Dillon, è che accade qualcosa di strutturalmente interessante — il tipo di libertà che nasce dall’ignoranza tecnica consapevole, dalla mancanza di riverenza per le convenzioni del repertorio. Adès tratta la chitarra come un illusionista tratta i nodi: li stringe per poi scioglierli e liberare la forza che contenevano. Birtwistle, nella sua complessità intenzionalmente ostica, consegna pezzi che Shibe ha rilavorato in collaborazione con il leggendario Julian Bream — e questa stratificazione di interpretazioni è già, di per sé, una piccola archeologia sonora. I 12 Capricci di James Dillon, composti nel 2025 in pochi giorni come «distillazione spontanea» ai confini dell’improvvisazione, sono la cosa più strana e forse più onesta del lotto. Il filo che lega tutto — per quanto tenue — è la Spagna, o meglio la sua mitologia: Picasso, Lorca, Buñuel come coordinate di un paesaggio che non si visita ma si evoca. Shibe è uno di quei rari musicisti capaci di far sembrare impegnativo ciò che è accessibile e accessibile ciò che è impegnativo. Vesper non è un disco per tutti, ma non perché si nasconda dietro la difficoltà — è che richiede un tipo di ascolto che lo scrolling ha reso più raro di quanto dovrebbe.

Una cosa sola, prima di andare

Sei album. Ognuno con la propria urgenza, la propria geologia, la propria ragione per esistere. Nessuno si difende da solo dall’indifferenza — la musica non ha mai saputo farlo, e nell’era dello scrolling infinito ci ha provato a diventare contenuto come gli altri, con risultati che preferiamo non commentare in dettaglio.
Ma il punto è che la musica — quella vera, quella che richiede la vostra presenza — è ancora lì. Lars Danielsson ha costruito una brughiera che non esiste su nessuna mappa geografica ma che risuona perfettamente in quarantacinque minuti. Yaya Bey ha trasformato una stanza d’albergo in un atto politico. Tom Waits ha prestato la sua voce roca a un carnefice burocratico che ci assomiglia più di quanto vorremmo ammettere.
Il televisore e lo smartphone rimarranno lì ad aspettarvi. La musica, invece, richiede di essere scelta attivamente. Il che è già, in sé, una piccola rivoluzione quotidiana — e le rivoluzioni quotidiane, come ha imparato a sue spese chiunque abbia provato a fare altrimenti, sono le uniche che funzionano davvero.


Tutte le recensioni complete sono disponibili nella sezione FREQUENZE di Il Franti.


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Ennio Martignago