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Da qui parte la rassegna del 17 luglio, con un sospetto: e se il vuoto non fosse una proprietà della musica, ma della posizione da cui la si guarda? Esce Different When It’s Silent, quindicesimo album di Tricky. È il primo in sei anni, e non doveva nemmeno essere un disco di Tricky finché Alan McGee, l’uomo della Creation, non ha deciso il contrario e ha coniato il claim che ora leggete ovunque: «il migliore dai tempi di Maxinquaye». Il documento più privato in circolazione arriva con un posizionamento perfetto. Non lo rende falso: lo rende un prodotto anche quando è una ferita. Intanto un argentino di Bariloche pubblica sedici tracce fatte di registrazioni ambientali e pappagalli fuori dalla finestra, tre ventenni inglesi scrivono una ballata su un morto che diventa un orto, e Madonna blocca gli Stones fuori dal primo posto iTunes occupando da sola nove posizioni. Ma niente morale opposta: anche l’oscurità, ormai, ha un ufficio stampa. Quando qualcuno annuncia che la musica è finita, sta descrivendo la musica o il proprio orecchio? Oppure, più semplicemente la qualità della musica è lo specchio della qualità di un periodo storico: per essere vero non deve necessariamente essere piacevole.
Il weekend in cui la classifica è piena e chi guarda la classifica si annoia. Tricky, un argentino di Bariloche e il sospetto che il vuoto sia una questione di posizione.
Chi apre la rassegna del fine settimana confessando che le recensioni diventano sempre meno, che l’estate ottunde la creatività sul bagnasciuga e che forse questa pagina sparirà, cita in coda Califano, Nisa e Bindi: «Ecco, la musica è finita, gli amici se ne vanno». È una citazione che si vendica di chi la usa. E la vendetta è piena di rap all’italiana, musichette da balera, mosciume r&b/acidjazz e dotti toni funesti pseudoclassici: per gli amanti del genere effettivamente la musica è finita, gli amici non se ne vanno e continuano a gozzovigliare sul Titanic.
Quella canzone, portata da Ornella Vanoni al Festival di Sanremo della Dolce Vita, arrivò quarta. Quell’edizione la vinsero altri, e di quei pezzi non ricordiamo più il titolo, nonostante fossero in ballo nomi come Claudio Villa, Iva Zanicchi e I Giganti che portarono la meravigliosa “Proposta” (Mettete dei fiori nei vostri cannoni), mentre il vincitore morale rimase l’ivi suicida Luigi Tenco che sembra intendesse “denunciare la deriva commerciale del Festival a scapito della canzone d’autore”. Nello stesso anno un ragazzo inglese di ventisei anni la incise in inglese con il titolo Our Song: si chiamava Robert Plant e di lì a poco sarebbe diventato la voce dei Led Zeppelin: dall’anonimato di una lagna inascoltabile al più celebre orgasmo rock.
La canzone che dichiara la fine della musica ha perso il festival e ha lanciato Ornella Vanoni, che quel congedo lo cantò a trentatré anni, per una carriera che ne ha trascorsi sessanta: la fine annunciata nel 1967 ha impiegato quasi sei lugubri decenni ad arrivare per i cantanti ma ha segnato la rimozione del suo autore: per lui la musica — almeno quella pubblicata — era davvero finita.
Va detto senza cattiveria, perché la stanchezza di chi ascolta troppo per mestiere è reale e onesta, ed è già più di quanto ammettano molte redazioni. Ma il sospetto va coltivato lo stesso: e se il vuoto di questo fine settimana non fosse una proprietà della musica, bensì della posizione da cui la si guarda, oppure più ragionevolmente un’espressione dei vissuti, uno specchio della nostra vita attuale?
Il disco che non doveva esistere

Il 17 luglio esce Different When It’s Silent, quindicesimo album a firma Tricky, il primo in sei anni. Su questo va fatta subito una correzione, perché la memoria collettiva ha già cominciato a riscriverla: non è il primo disco dopo la morte di sua figlia Mazy, scomparsa nel 2019. Quel disco fu Fall to Pieces, uscito nel 2020, ed era interamente il diario di un lutto in tempo reale. Questo viene dopo: dopo Lonely Guest, dopo i Fifteen Days incisi come Theis Thaws con Mike Theis, dopo Out the Way con la collaboratrice di lunga data Marta, tutti pubblicati dalla sua False Idols. Non l’anno del dolore, ma quello della sua memoria.
E il disco, in origine, non voleva neanche essere un disco di Tricky. Le canzoni erano nate tra la sua nuova casa in Francia e uno studio di Bristol, con la voce di un cantante locale, Mitch Sanders, e nella testa dell’autore erano l’ennesimo progetto laterale. Poi le ha ascoltate il suo manager, Alan McGee — l’uomo della Creation, quello che nel 1993 mise sotto contratto gli Oasis dopo averli visti per caso in un locale di Glasgow — e ha sentenziato: questo è un album di Tricky, è la cosa migliore dai tempi di Maxinquaye. Da quel momento in poi la frase è diventata il claim: la trovate in quasi tutte le recensioni di questi giorni, spesso senza virgolette, come se fosse un giudizio critico e non l’intuizione commerciale di chi il disco lo deve vendere. Ecco il primo cortocircuito della settimana, e riguarda proprio l’album che dovrebbe stare più lontano dal mercato: il documento più privato in circolazione arriva con un posizionamento perfetto. Il che non lo rende falso. Lo rende, semplicemente, un prodotto anche quando è una ferita — e chi crede che le due cose si escludano non ha mai letto un contratto discografico.
Detto questo: il disco è bellissimo, e il sospetto non impedisce di dirlo.
Funziona per sottrazione. Tricky si mette in disparte — sussurra, rantola, commenta da dietro come una coscienza che non ha voglia di farsi vedere — e lascia il centro a Sanders, il cui falsetto è quasi uno strumento, un requiem chiaro appoggiato sopra materiali sporchi. La prima parte è penombra: I Still See Me There apre su uno sfondo post-rock in rovina, Because I Don’t Know è rock sfrangiato che chiede «senti il mio dolore? provi lo stesso?» mentre l’ombra del maestro bisbiglia sul fondo. Poi arriva Marinade, e il cielo si apre: è una versione largamente reinventata di un pezzo dei Dope Lemon, il progetto di Angus Stone, rivestita di violino e violoncello sopra un battito hip-hop. In Piano c’è una cantante lirica che tira la voce di Sanders verso l’alto. In Frontier Town, breve, canta Christian Pattemore, che di McGee è stato l’autista a Los Angeles. E Paris Maybe — l’isola di pop noir più accessibile del disco — è una composizione di Sanders che la sua etichetta aveva scartato, e che Tricky ha raccolto da terra.
Vale la pena fermarsi un attimo su questo dettaglio, perché è tutto il disco in miniatura. Un pezzo rifiutato da un ufficio A&R finisce sull’album di uno degli autori più intransigenti degli ultimi trent’anni, e ne diventa uno dei momenti migliori. Nello stesso posto in cui l’autista del manager canta una traccia. Non c’è nessuna gerarchia che tenga: c’è una stanza, e chi c’è dentro canta.
L’ultima parola tocca a Marta, unica voce femminile in tutto il disco, su Out of Place, chiusura in drum’n’bass dove si sente Tricky ripetere: canto per mia figlia. È l’unico momento in cui prende la scena, ed è per cederla. Un uomo la cui madre si è tolta la vita quando lui aveva quattro anni — Maxinquaye porta il nome di lei, Maxine Quaye — e la cui figlia ha fatto lo stesso trent’anni dopo, chiude un album di lutto dicendo che sta ricominciando. «Ero paralizzato emotivamente. Ora mi sto muovendo di nuovo.» E aggiunge di voler rifare un disco alla maniera di Nearly God, intitolandolo Nearly Good. Chi ha attraversato quel tipo di buio e ne esce facendo una battuta sul proprio nome ha capito qualcosa che nessuna recensione riesce a scrivere.
Il resto, che non è resto

Poi ci sarebbero le uscite che, secondo l’estensore della rassegna, sono state tirate per i capelli. Guardiamole meglio.
In a Minute, versione registrata dal vivo in studio, è la chiusura dell’album di TOMORA — cioè Tom Rowlands dei Chemical Brothers insieme ad AURORA, incontratisi perché lui la vide a Glastonbury nel 2019 e la chiamò su No Geography. Il pezzo, in disco, è ritmica a mitragliatrice; qui viene rifatto suonandolo davvero, il che per due che vivono di programmazione è quasi una dichiarazione politica.
Jardin d’Iver è un estratto di À la française, l’album di duetti che Hiba Tawaji e Ibrahim Maalouf pubblicheranno il 18 settembre — data scelta perché è il loro anniversario di matrimonio. Il titolo rimanda con ogni evidenza a Jardin d’hiver, la canzone che Keren Ann e Benjamin Biolay scrissero per Henri Salvador nel 2000. Il progetto è già passato per Cabrel e per Julien Clerc, quest’ultimo registrato con la Garde Républicaine. Una cantante libanese e un trombettista libanese che fanno la chanson française con la banda dello Stato francese: chiamatela integrazione, chiamatela ironia, l’oggetto resta interessante.
E poi c’è tesoros, e qui la rassegna si smonta da sola. È il primo album lungo in quattro anni di Lumtz, musicista argentino di San Carlos de Bariloche, sedici tracce costruite con registrazioni ambientali e appunti sparsi, un diario sonoro di un periodo doloroso della sua vita. I sintetizzatori imitano i pappagalli fuori dalla finestra in Libretas, che prende il nome dai quaderni dell’autore — uno per disegnare, uno per la terapia, uno per le idee dei dischi. Un puñado de ramas nasce da fotografie di rami raccolte camminando. Nessun pezzo alza la voce. Se questa è la settimana in cui la musica è finita, la musica non se n’è accorta e ha continuato a registrare uccelli dalla finestra di una casa in Patagonia.
Il Role Model Hermit di Mary in the Junkyard, poi, non è nemmeno di questo fine settimana: è uscito il 3 luglio, e nel frattempo la stampa britannica lo ha eletto miglior debutto dell’anno con una compattezza sospetta. Il trio londinese — Clari Freeman-Taylor, Saya Barbaglia e David Addison, i primi due incontratisi a quattordici anni in un campo estivo di musica classica — pratica un folk-rock storto e letterario, ghost story delle isole britanniche filtrate da un post-punk a tre elementi. La ballata omicida Thou Shalt Sprout, dove un uomo ruba cibo per la moglie incinta, viene ucciso, e sulla sua tomba crescono le piante di cui vedova e figlia si nutriranno, è la cosa più antica e più nuova che si senta in giro.
Chi ha detto che è finita
Restano gli imputati principali: gli ultra-risentiti lavori di mestiere di Rolling Stones e Madonna. Il capo d’accusa è comprensibile. Ma i fatti sono più divertenti dell’accusa. Confessions II di Madonna, uscito il 3 luglio, è il seguito dichiarato di un disco del 2005, fatto con lo stesso produttore di allora, Stuart Price: un ritorno annunciato come tale, senza infingimenti, da una signora di sessantasette anni che rimette il locale al centro del mondo. Foreign Tongues degli Stones — venticinquesimo album, ottantenni, con Ronnie Wood pulcino a settantanove — è il disco in cui, dicono anche i recensori più tiepidi, la band evita accuratamente di guardarsi indietro. Nella settimana della loro uscita, sulla classifica iTunes britannica Madonna ha bloccato gli Stones fuori dal primo posto occupando da sola nove posizioni su duecento, quasi tutte versioni diverse dello stesso disco. Il mestiere, evidentemente, gode di ottima salute; è il concetto di “nuovo” a essere in crisi di identità.
Il capovolgimento è tutto qui. Non che la musica sia finita, ma che sia finita la fatica di cercarla dove non arriva già impacchettata. Le classifiche sono piene, i comunicati stampa funzionano, gli algoritmi consegnano, e chi legge solo quello si annoia legittimamente. Nello stesso weekend un uomo di Bristol pubblica un disco che non doveva esistere, un argentino registra i pappagalli, tre ventenni inglesi scrivono una ballata su un morto che diventa un orto. Nessuno di loro sta aspettando il nostro permesso.

Ma non vale la pena spendere dichiarazioni che celebrano la pura periferia contro la decomposizione del centro. In fondo anche il disco di Tricky ha un manager che l’ha deciso tale, il claim pronto e l’etichetta. Il diario patagonico di Lumtz circola perché una piattaforma l’ha marcato New & Notable. Anche l’oscurità, ormai, ha un ufficio stampa. La differenza non è tra venduti e puri: è fra chi ha tempo e soprattutto pazienza di scorrere tutto il menu fino in fondo, fino almeno alla centomillesima pagina.
Quindi sì, diteci pure cosa pensate della selezione, se sia vero che la musica è finita, se manca proprio quella che vi piace, o se è il nostro tempo ad essere alla sbarra delle note? La canzone che lo dice, nel 1967, arrivò quarta era lagnosa ma da qualche parte c’è sempre qualcuno che la sta ancora suonando.
Appendice — Le segnalazioni dei media e dei magazine

Tricky, Different When It’s Silent (False Idols, 17 luglio 2026)
Uscita segnalata da AllMusic come featured release della settimana del 17 luglio. Recensioni disponibili al momento della chiusura:
- Clash Magazine (14/7): album quindici, virata sulle sonorità post-punk della giovinezza, Paris Maybe indicata come punta; Tricky descritto nella sua forma più leggera senza rinunciare all’oscurità; Mitch Sanders «zucchero» sul timbro ruvido.
- Live4ever (15/7, 4 stelle, firma Andy Peterson): quattordici tracce, lavoro astratto su stili e toni «come un DJ»; ricostruisce la genesi (l’intervento di Alan McGee) e attribuisce a Marinade la matrice Dope Lemon.
- musicOMH (16/7): non è un ascolto facile; il falsetto di Sanders in contrasto con il rantolo dell’autore; le cicatrici portate «con contegno».
- The Arts Desk (11/7, Mark Kidel): «uomo posseduto», la ferita come fonte, mai autocompiacimento confessionale.
- Silent Radio (15/7): trentun anni da Maxinquaye, uscita in piena ondata di caldo che rispecchia l’atmosfera soffocante del disco; registro maximalista.
- Tinnitist (16/7): album della settimana; conferma il giudizio di McGee («il migliore dai tempi di Maxinquaye») e cita il progetto futuro Nearly Good.
- Record Collector: recensione con tracklist completa.
- Apple Music (editoriale): il dolore resta, ma con «nuovo senso di scopo»; primo rientro solista nell’estetica di sempre.
mary in the junkyard, Role Model Hermit (AMF Records, 3 luglio 2026)
Debutto prodotto da Oli Bayston, mixato da Ben Baptie, masterizzato da Matt Colton al Metropolis. Consenso critico compatto:
- The Skinny (2/7, Billie Estrine): folk-rock «arrabbiato, triste e fantastico»; Thou Shalt Sprout come favola moderna.
- Far Out Magazine: «perfetto quanto può esserlo un album di debutto».
- Paste (12/7): recensione estesa; l’artwork ritrae Freeman-Taylor nei panni del pescatore di Thou Shalt Sprout.
- Joyzine (5/7): folk come narrazione filtrata da post-punk a tre elementi; contrasto tra minimalismo dell’organico e massimalismo dell’immaginazione; il rilievo del «senso del luogo» e del folklore delle isole britanniche.
- Metacritic / Album of the Year: raccolta di giudizi tra Wolf Alice ed English Teacher, Modest Mouse e Big Thief; segnalato come possibile miglior debutto dell’anno a metà stagione.
Le uscite che dominano il periodo
- The Rolling Stones, Foreign Tongues (Polydor/Capitol, 10 luglio, prod. Andrew Watt, 14 brani, 62’33”): recensito da Clash («più ricco, più tosto e più divertente di quanto si abbia diritto di aspettarsi») e da Euronews Culture (album «immediato, rivolto in avanti», niente amarcord). Forbes (10/7) documenta il sorpasso di Madonna nella classifica iTunes britannica. Singolo di lancio In the Stars (5 maggio).
- Madonna, Confessions II (Warner, 3 luglio, 16 brani, prod. Madonna/Stuart Price con Cirkut, Andrew Watt, Arca, Martin Garrix): ospiti Sabrina Carpenter, Feid, Stromae, Lola Leon. BrooklynVegan la inserisce tra le Notable Releases della settimana; Musicletter.it le dedica il “disco in evidenza” del 15 luglio. Già pubblicata la After Hours Edition con i remix.
- Nello stesso giro: Jack White, Frozen Charlotte; Deep Purple, Splat!; Panda Bear & Sonic Boom, A ? of WHEN; Lorde, Xrays (27 giugno); Paul McCartney, The Boys of Dungeon Lane.
New Music Friday, 17 luglio 2026 (segnalazioni generaliste)
Album: Gracie Abrams, Steve Lacy, Rick Ross. Singoli e brani: Lil Baby (Dead Fresh), Nickelback, Mike Posner, Kim Petras (Pop Sound), Carly Rae Jepsen (After All), Kelly Clarkson (I’d Be Lyin’), Nessa Barrett, Pentatonix, Jessie Ware & Horse Meat Disco (remix). Sul versante pesante, Ghost Cult Magazine segnala tra le altre Boundaries (Yearning: The Unbeautiful, Sumerian) ed Emptiness (Nowhere Speaks, Season of Mist), oltre a una lunga fila di ristampe.
In arrivo
The Strokes (24 luglio), Ariana Grande (31 luglio), Hiba Tawaji & Ibrahim Maalouf, À la française (18 settembre, seguito da tournée novembre 2026 – marzo 2027).
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