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Provocazioni Musicali che Sfidano il Nostro Week End

Questo fine settimana proponiamo “in between: Choral works” di Jessica Ulusoy-Horsley e Tenebrae diretto da Nigel Short, Daniele Silvestri con il suo “Canzoni a sdraio (Live in studio)”, Francesca Michielin, “Magia bianca” e “L’école de la nuit” di Gilb’R

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Il Paradosso dell’Ascolto di oggi

Siamo immersi in un’epoca di “estasi acritica”. In questo scenario, le uscite del weekend del 12 giugno non possono essere trattate come semplici addendi di una playlist. Sono, al contrario, atti di resistenza o vere e proprie “eresie” che pretendono una postura intellettuale diversa.

Per attraversare questo territorio, è necessario rispolverare la lente del “Franti”: quella disposizione d’animo che ci impone di tenere accese, simultaneamente, la commozione davanti all’opera e il sospetto verso le sue sovrastrutture. Essere il Franti significa rifiutare l’unanimità del “mi piace” per abitare lo spazio intermedio, dove il giudizio non si spegne mai.

La Metafisica Acustica: Quando la Teoria delle Stringhe incontra il Sacro

L’album della settimana, in between: Choral works di Jessica Ulusoy-Horsley (eseguito dall’ensemble Tenebrae diretto da Nigel Short), è un’operazione di un rigore monumentale. Non abbiamo a che fare con i soliti dilettanti della trascendenza che si rifugiano in un neo-rinascimento melenso. La Ulusoy-Horsley è una violista da gamba formata alla scuola del Novecento più “difficile” — Boulez, Schönberg, l’elettronica di Subotnick — e la sua serietà è fuori discussione.

Tuttavia, il plauso popolare che ha portato l’ensemble Tenebrae a vincere i BBC Music Magazine Awards 2026 deve attivare il sospetto del Franti: cosa ha sedotto esattamente queste orecchie? L’album propone un “cortocircuito sinestetico” tra i versi del mistico Rumi, l’astrattismo di Kandinskij e la teoria delle stringhe, suggerendo che il suono sia la condizione stessa dell’esistere. È una sintesi magnifica, ma pericolosa. La “pace universale” qui evocata rischia di essere un “alibi scivoloso”, frutto di un’antologia curata che seleziona i versetti biblici o coranici che uniscono, tacendo strategicamente su quelli che dividono.

«[L’opera è] un invito ad “aprire livelli di coscienza”. La pace universale è il più nobile dei programmi e il più scivoloso degli alibi. in between… arriva avvolto esattamente in questa promessa: una spiritualità interconfessionale che attinge alla Bibbia, al Corano, alla liturgia greca e ai versi di Rumi.»

La parte migliore del lavoro non è dove afferma l’unità, ma dove la sospende: in quel silenzio tra le tradizioni che la Ulusoy-Horsley tratta come materia prima.

Daniele Silvestri e il Marketing della Non-Urgenza

Con Canzoni a sdraio (Live in studio), Daniele Silvestri compie il gesto classico del pendolo: dopo l’espansione massimalista di Disco X (2023) — saturo di featuring come Giorgia, Fulminacci e Franco126 — torna alla contrazione. Tre uomini in una stanza (Davide Savarese alla batteria e Marco Santoro a fagotto e tromba), “buona la prima”, e un’estetica da second hand musicale suggellata dalla presentazione presso Humana Vintage.

L’ironia del Franti qui è feroce: un disco che elogia la lentezza viene fagocitato da un sistema mediatico che lo ha già “impacchettato e rilanciato” via comunicati Sony fotocopiati prima ancora del secondo ascolto. Emblematico è il caso dell’unico inedito, Sana e robusta Costituzione. Nato come allarme per un referendum di protesta a marzo, al momento dell’uscita si ritrova a essere la celebrazione di una vittoria politica, cambiando segno senza cambiare una virgola. Persino l’errore tecnico in Il secondo da sinistra (un provino per Mina finito nel disco perché il fonico schiacciò “rec” per sbaglio) viene arruolato nella narrativa della spontaneità. Silvestri disinnesca ogni critica con una mossa abile: elevare la mancanza di urgenza a manifesto.

«[Il disco] non ha urgenza, e il suo perché sta proprio nella sua non-urgenza. Un disco costruito tutto sull’elogio della lentezza arriva in un ecosistema mediatico che lo ha già impacchettato, etichettato e rilanciato prima ancora che qualcuno avesse il tempo di ascoltarlo due volte.»

Il sospetto resta: la critica ama questo lavoro per ciò che rappresenta (la “distinzione” dal mercato) più che per ciò che effettivamente suona.

Francesca Michielin: PowerPoint, Dungeon Synth e il Mito del 1484

Francesca Michielin con Magia bianca tenta l’operazione più ambiziosa della sua carriera, mescolando il dungeon synth(atmosfere da catacomba digitale) con il pop anni ’80 e il folk. Il concept è forte: un parallelo tra la bolla papale del 1484 e la moderna gogna dei social media.

Il Franti, però, deve rimettere ordine nell’archivio. L’album cavalca il mito ottocentesco del Medioevo come epoca di “femminicidio di massa”, ignorando che le grandi persecuzioni furono un fenomeno dell’età moderna (1500-1600). Ma il problema non è solo storiografico, è artistico: la Michielin ha ammesso di aver presentato il disco alla discografica con un PowerPoint, “come una tesi di laurea”. Questa eccessiva leggibilità trasforma i brani in manifesti didascalici. Se in Il canto delle anguane l’evocazione vince sulla spiegazione, in tracce come Una donna non può (sul wage gap) o 1484, la trasgressione sembra già approvata dalla stampa progressista prima ancora di essere ascoltata. È una magia che divide il mondo in “streghe buone” e “roghi cattivi”, evitando la vera, pericolosa ambiguità dell’arte.

«[Mi sento] più una studentessa di sociologia che un’artista. È un progetto che nasce da un PowerPoint… un disco che sa esattamente cosa vuole dire — e il sapere troppo bene cosa si vuole dire, in arte, è una benedizione ambigua.»

Gilb’R e l’Ultima Eresia: Difendere il Formato Album

A trent’anni dalla fondazione della Versatile Records, Gilbert Cohen, in arte Gilb’R, pubblica L’école de la nuit. È il ritorno a Parigi di uno dei padri della French Touch, che qui però rinnega i loop per un arsenale di legni e fiati. Accanto al complice di sempre I:Cube (il cui ritorno chiude il cerchio iniziato nel 1996), Gilb’R assembla un mosaico di mani e strumenti acustici (Hà mar, White Light).

L’eresia di Gilb’R non è solo sonora, è temporale: scommette su un ascoltatore capace di concedere 45 minuti di attenzione senza interruzioni. Il titolo evoca il cenacolo eretico di Walter Raleigh, e Gilb’R gioca a fare l’eretico dell’ortodossia algoritmica. Tuttavia, il sospetto del Franti è che questa difesa del “vero ascoltatore” scivoli in una “aristocrazia dell’orecchio fine”, un club esclusivo che si distingue dalla massa. La versatilità del disco (dal jazz allo shoegaze) rischia la dispersione, ma la sua ostinazione a essere ingovernabile è un atto di generosità rara.

«[L’album è] un manifesto in favore del formato album e un omaggio all’ascoltatore. L’aristocrazia dell’orecchio fine è pur sempre un’aristocrazia… Chiede l’unica cosa che oggi nessuno chiede più: di stare, al buio, ad ascoltare.»

L’Arte di Restare “In Between”

Queste quattro uscite, pur nella loro eterogeneità, tracciano una linea comune: la sottrazione come disobbedienza. Che sia il silenzio cercato dalla Ulusoy-Horsley, la non-urgenza di Silvestri, il rito identitario della Michielin o l’oscurità cercata da Gilb’R, il messaggio è lo stesso: la musica vera non è quella che pacifica, ma quella che “lascia vibrare il nodo” delle proprie contraddizioni.

L’invito per questo weekend non è di scegliere un campo, ma di stare nel mezzo. In un mondo che ci vuole spettatori passivi di playlist pre-masticate, siamo ancora capaci di stare al buio, in silenzio, ad ascoltare davvero? Il Franti vi guarda, e aspetta una risposta che non sia un semplice clic.

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