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Il Caldo

Una meditazione sul caldo come paralisi e rivelazione: de Chirico, fondine e gelatina ascellare. L’estate come supplizio che impariamo ad accettare.

Metafisica dell’immobilità

estratto

C’è una letteratura del freddo — il gelo che tempra, la neve che purifica, l’inverno come metafora di ogni resistenza eroica. Del caldo, invece, parliamo poco, e quando lo facciamo è per lamentarcene come di un fastidio meteorologico da bollettino. Eppure il caldo è la più filosofica delle stagioni, perché non ti tempra: ti smaschera. Ti inchioda alla sedia mentre dentro urli, ti impone l’immobilità del pistolero che aspetta il duello in un mezzogiorno di fuoco dipinto da de Chirico, dove l’unica minaccia è una zanzara appostata sotto lo stipite.

Questo testo non cerca consolazione né ti vende il refrigerio del condizionatore come salvezza. Fa qualcosa di più scomodo: usa la canicola come specchio. Perché la stessa afa che ti rannicchia nel tuo salotto al riparo è quella che, là fuori, schiaccia chi un riparo non ce l’ha — gli stessi abiti madidi, sempre quelli, sotto i ponti lungo il fiume. La condizione umana, suggerisce, è una vasca sigillata di gelatina ascellare in cui tutti annaspiamo per lo stesso refolo d’aria stantia, solo che alcuni hanno una parete in più tra sé e la strada.

E poi c’è il sospetto più tagliente, quello che lasciamo aperto: le mezze stagioni — il maggio, il settembre — non sono tregue, ma esche. Brevi illusioni che ci addestrano ad accettare il supplizio del caldo e del gelo senza mai ribellarci davvero. Viviamo convinti che l’esistenza scorra serena, mentre impariamo soltanto a sopportare. Il caldo, danzando con tacchi e speroni sopra la nostra presuntuosa fragilità, ce lo ricorda meglio di qualsiasi predica.

Le tende di casa sono un filo a piombo e io, come loro, sto aspettando un filo di brezza.

Il caldo è immobilità, una lacrima di sudore che scende al rallentatore, metafisica come un quadro di de Chirico, le Muse inquietanti nel Meriggio pallido e assorto di un Mezzogiorno di fuoco, tintinnio di speroni nell’ansia di uno sterrato deserto nell’attesa dello scontro.

La mano appoggiata alla fondina aspetta che spunti quella zanzara che si sta nascondendo sotto qualche stipite, vigilando fino a che il tuo sguardo si dirigerà altrove.

Il caldo rivelatore mi denuda per scoprirmi paralizzato: dentro sto gridando e mi dibatto come un tarantolato, ma sulla pelle vige l’ordine di restare immobile per non sudare più che mai.

Una canicola estiva che mi trova rannicchiato in me come sotto una bufera di neve. Però, se in quel caso a tremare sono i denti e gli arti, oggi vibro nel fiato e nel sangue, fremo di debolezza.

Il caldo è come un lutto che ti rivela impotente, incapace di agire, disabile nel desiderare. E ti spinge lontano, a immaginarti senza tetto al riparo dei ponti lungo il fiume o sotto i raccordi stradali. Un calore spietato per loro, gli abiti sempre gli stessi, sempre quello soltanto, madido di sudore.

Io con loro condivido la stessa identica condizione umana, come chi sia imprigionato in una vasca sigillata riempita fino all’orlo di un liquido viscoso, gelatina ascellare, con il muso contro la superficie per rubare affannato un refolo d’aria stantia.

Quanto sono brevi quei mesi, il maggio, il settembre… quando il cielo non è più di piombo e non è ancora di fuoco, e viceversa. Viviamo facendoci convinti che l’esistenza scorra serena nelle mezze stagioni, ma quelle sono solo brevi illusioni, utili ad abituarci ad accettare il supplizio della calura e del ghiaccio senza cercare di porvi definitivamente fine. Siamo dentro le nostre case, insoddisfatti e impotenti, ma al riparo, sempre consapevoli che prima o poi la strada ci avrà, e allora saremo indifesi di fronte all’aggressione della natura, con la sua puzza e la sua arroganza.

Nel frattempo non ci rimane che l’eterna attesa che passi: che se ne vada finalmente, seppur per qualche giorno, dopo aver danzato con arroganza, a tacchi e speroni, sopra la nostra presuntuosa fragilità.


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Ennio Martignago