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Protagonisti - Interviste e biografie

In my life: il compromesso

Una riflessione autobiografica e ironica sulla distanza tra quello che si era capaci di sentire e quello che si finisce per accettare. Ribellione, musica, dovere e procioni rabbiosi.

Si era fissato su questa storia evangelica: la parabola dei talenti. Però non la pensava come era stata scritta. Intanto, non capiva perché darne una quantità diversa a seconda delle capacità di ciascuno. Se già sapeva — questo padrone onnisciente e presunto benevolo — che quello a cui ne dava solo uno era quello che aveva meno capacità di quelli a cui ne aveva dati rispettivamente due o cinque, voleva dire che sapeva già come sarebbe andata a finire: e quindi che avrebbe punito quello che considerava già dall’inizio meno capace. Povera pirla e gran balordo lui. Padrone compreso.

Per non parlare del fatto che invece di usare i talenti per fare delle cose, riteneva una buona azione passarli a quegli approfittatori dei banchieri che, sì, ne avrebbero restituiti il doppio, ma questo a scapito di altri sfortunati all’altezza del terzo a cui aveva dato un solo talento — o di quelli che non ne avevano ricevuto neanche uno e che peggioravano giorno dopo giorno il loro debito con le banche che avrebbero fatto guadagnare il padrone. Una storia di capitalismo travestita da parabola spirituale, insomma. Niente di nuovo sotto il sole.

Nonostante così pensasse di questa storia, la parabola dei talenti era rimasta la spada di Damocle che incombeva sulla sua testa. Era consapevole di aver ricevuto qualcosa di simile a quei talenti — nel senso delle capacità, non di monete d’argento — e pensava che non metterli a frutto fosse l’ennesima condanna che gli sarebbe toccata. Un circolo vizioso degno di un manuale di psicopatologia: sapere con precisione il nome della trappola in cui sei caduto non ti aiuta minimamente a uscirne. Anzi, ti fa sentire ancora più coglione.

La sua versione della parabola dei talenti avrebbe suonato più o meno così: intanto i talenti sarebbero dovuti andare a tutti ugualmente, e se invece qualcuno ne riceveva di più, voleva dire che avrebbe avuto più responsabilità, più carico e più angosce di tutti gli altri. Potremmo dire che la sua versione somigliasse alla filosofia dell’Uomo Ragno, quando lo zio disse a Peter Parker: «Da un grande potere derivano grandi responsabilità». Frase che suona bene, finché non ci convivi.

Il primo tra i destinatari dei talenti li avrebbe tutti spesi in donne, alcool, gioco d’azzardo e altre porcherie del genere, finché non gliene rimaneva più neanche un centesimo — e probabilmente ci avrebbe anche goduto, il bastardo. Il secondo li avrebbe investiti in azioni tossiche, riempiendosi di soldi, dandone solo una percentuale sufficiente a far bella figura col padrone e tenendosi il resto in tasca con l’aria di chi fa del bene al mondo. Il terzo, invece, li avrebbe usati per fare azioni di cui si riteneva capace e che pensava fossero utili al prossimo — senza nemmeno sapere se la cosa sarebbe stata gradita al padrone, ma sentendo semplicemente che fosse suo dovere in quanto destinatario di talenti che non erano suoi.

Lui si identificava molto in quest’ultima tipologia, e non la riteneva particolarmente gloriosa. Anzi, pensava che prima o poi avrebbe fatto la fine, come si suol dire, del cornuto e mazziato. Però qualche maga — o strega che fosse — gli aveva detto che nella vita precedente aveva compiuto degli atti che avevano deluso o peggio il padrone, o chiunque questi fosse, e doveva ringraziare la pietà o la fortuna che gli era stata concessa una nuova vita per riparare evitando gli stessi errori. Non capiva bene, quindi, se a guidarlo fosse la paura della pena o l’orgoglio della responsabilità. Fatto sta che tutta questa faccenda lo faceva oscillare costantemente tra la presunzione e il vittimismo — due posture che, come aveva imparato a sue spese anche nel mestiere di cui si occupava, sono spesso la stessa cosa travestita da costume diverso.

Nel frattempo la vita era passata, e una mattina dopo l’ennesima notte di sogni tormentosi si svegliò domandandosi: «Ma che cazzo di vita sto vivendo e ho vissuto?»

D’altronde, quando ti svegli così, come puoi sperare di farti domande più intelligenti di questa?

Sta di fatto che quella domanda incominciò a inseguirlo come un procione rabbioso con i denti attaccati alle sue chiappe — e non ne poteva più, perché non poteva né camminare né sedersi, né tantomeno stare in piedi, con quel procione che non lo mollava.

Incominciò a pensare: «Da giovane ero ribelle, sperimentavo cose, pensavo che avrei vissuto il grande amore, che avrei avuto qualcosa da dire al mondo e che qualcuno lo avrebbe anche sentito. Oggi invece sono remissivo, le cose che ho sperimentato non hanno mai interessato a nessuno e sono anche stufo di farlo, e invece il grande amore ho scoperto essere al massimo la condivisione e la solidarietà meno peggiore che si possa sperare — ed essere contenti così, perché altrimenti sarebbe solo peggio.»

Da giovane suonava e cantava anche in casa, a tarda ora, e i genitori lasciavano fare accontentandosi di chiudere le porte. Ascoltava la musica a tutto il volume che ogni pezzo si meritava — perché certa musica non ha senso se non ti entra nelle costole e non ti sposta qualcosa dentro — e se qualcuno si lamentava poteva benissimo andare a rompere le scatole a qualcun altro. Oggi invece, se suona, deve vergognarsi: non sa nemmeno più come si fa, da tanto tempo che evita di essere guardato male. E la musica, se la vuoi, te la senti in cuffia solo quando non sei obbligato a sentire quello che ti viene detto o ordinato da un’altra stanza — di certo non puoi ascoltarla liberamente per casa tua, anche perché spesso c’è il televisore acceso che trasmette cose turpi o banali, ma che hanno il massimo diritto di essere trasmesse ed ascoltate. La televisione, quello sì che ha sempre i diritti al loro posto.

Così, mentre il procione continuava a digrignare i denti sui suoi glutei, considerava che quei talenti che gli erano stati consegnati servivano solo a farlo sentire più impotente, più incapace e più sfigato di prima. Doppiamente sfigato, in quanto oltre a non averci saputo fare niente, doveva anche pagare per averli ricevuti in una vita da buono a niente — consapevole il padrone, fin dall’inizio, che sarebbe andata esattamente così. Una bella fregatura cosmica, strutturata con cura.

In definitiva, si domandava: «Ma perché diavolo dovrei continuare a vivere per non combinare niente di più che godermi il morso del procione e il senso di incapacità e di impotenza di una vita fallita — e per di più colpevole di ciò? Sarebbe molto meglio farla finita: spegnere quel cazzo di televisore con le sue porcherie, chiudere gli occhi e non avere più nessun sogno bastardo come quelli che mi tormentano quando cerco di dormire. Ma maledizione, se facessi così mi hanno detto che mi beccherei delle condanne ancora peggiori. E il senso del dovere ti tormenta lo stomaco e ti lascia la nausea peggio di una pinta di candeggina.»

Allora, non sapendo che fare per attenuare questa angoscia, pensò bene di riprendere a scrivere di proprio pugno — dopo aver consegnato per troppo tempo questo compito a qualche collaboratore meccanico. Una volta, sempre da giovane, scrivere il diario gli serviva. Oggi tutti cercano di mandarlo dallo psichiatra, per il matto che tutti attorno pensano che lui sia. In fondo la cura del diario una volta funzionava: perché non riprovare, per collaborare con psicofarmaci e antidepressivi? Magari anche la scrittura ha una sua chimica.

La cosa paradossale — e lui i paradossi li conosceva bene, ci aveva costruito sopra un modo di stare al mondo, un metodo, una pratica — era che aveva passato anni ad aiutare gli altri a districarsi esattamente da questo tipo di nodi. Sapeva nominare le trappole, riconosceva i pattern, capiva il meccanismo della difesa e quello del ritiro. Eppure eccolo lì, con il procione ancora attaccato e il televisore dell’altra stanza che trasmetteva qualcosa di inutile ad alto volume. La differenza tra capire e vivere, si sa, è un abisso che nessuna formazione colma — ed è forse l’unica cosa che gli anni insegnano davvero, quella differenza, con la brutalità silenziosa di chi non deve alzare la voce perché ha già vinto.

Alla fine, si domandava se tutta questa storia della parabola dei talenti — oltre che una grande fregatura — non portasse con sé l’unico insegnamento possibile: devi arrenderti a quello che capita e a quello che ti tocca, e il meglio che puoi ottenere è trovare il compromesso meno inaccettabile che chi ti circonda, la candeggina nello stomaco e il procione attaccato alle chiappe ti permettono di vivere, in questa tua vita.

In Your Life.
In My Life.

Un po’ come John Lennon, in fondo. Anche lui aveva capito che la nostalgia non è rimpianto: è la mappa di quello che eri capace di sentire. E se riesci ancora a disegnare quella mappa — anche male, anche a fatica, anche con un procione attaccato — forse non tutto è perduto.

Forse.


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Ennio Martignago