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In my life — “Pagine”

Dimenticanze della propria storia intellettuale e delle passioni della mente

Stava lì, fermo, seduto davanti alla sua scrivania e si domandava che cosa stesse facendo in quel momento sospeso nel tempo. Era il tempo ad essere sospeso o era la sua mente, la sua persona?

Cercava un’ispirazione che rendesse meno vuoto, meno inutile quel momento. Forse era proprio il senso di inutilità che gli stava attribuendo ad essere sbagliato. Forse era la presunzione di una qualche utilità ad essere sbagliata.

Mentre i suoi occhi erano fissi sulla libreria di tanti colori e le copertine che sembravano ricordargli qualcosa, ma niente di preciso, la sua mente vagava come un cane da tartufi che annusasse il terreno alla ricerca di un profumo diverso, alla ricerca di un piccolo tesoro, che poi alla fine non sarebbe stato suo ma sarebbe stato donato a suo padrone.

In francese c’è un termine, “flâneur” che rende l’idea di un vagabondaggio ozioso senza meta: così era il suo animo in quel momento. Guardava quei libri. Tanti libri sopra la sua testa e dieci volte tanti nella libreria di fianco che a loro volta non erano che una piccola frazione di quelli che erano stati esiliati in garage, ceduti, smarriti, prestati e mai tornati. Fiumi di carte che lo colpevolizzavano per la loro orfanità. 

Quanti giorni, quante ricerche, quante indagini, quante ispirazioni si nascondevano nel tempo abbandonato fra quelle pagine, fra quella polvere e fra quell’odore tipico della carta che ha preso polvere per decenni e più!

Ne prese in mano uno qualunque dalla copertina gialla con il risvolto e lo scorse rapidamente. Si soffermava sulle righe di testo sottolineate e si sorprendeva del fatto che non ne ricordasse più la ragione per cui erano state evidenziate. Gli sembrava di non aver mai letto quelle parole, eppure se le aveva sottolineate con tanto vigore non poteva essere così.

Ma, se dimenticava i pensieri a cui aveva dedicato così tanto tempo, che cosa poteva valere la sua memoria, il suo investimento culturale e professionale e spirituale?

Quelle pagine erano un giudice severo dei diversi credo della sua esistenza. Erano una diagnosi impietosa di Alzheimer culturale. Certo, non dimenticava chi era o chi erano le persone vicine a lui; se interrogato, avrebbe potuto anche dichiarare chi fosse il Presidente della Repubblica o quella del Consiglio, ma i ministri, quelli certo no: esistono ancora? Hanno ancora un senso dopo Napoleone Berlusconi?

Ma tutto quel sapere così caro e ancora così vivo non gli apparteneva più. Erano sentieri di mollica di pane lasciati alle sue spalle a beneficio dei passerotti.

Erano amanti di cui non ricordava neppure più il nome e men che meno il profumo che la loro pelle aveva quando si giuravano eterno amore. Anni dopo lei gli disse: “Beh… che c’è? Ho cambiato idea!”.

Le pagine, loro non cambiavano idea. Loro erano davvero fedeli. Era il tempo che cambiava idea. Il tempo non crede più agli stessi valori e, sfrontatamente, si permette perfino di cambiare senso alle parole.

Quelle pagine erano lì a rimproverargli l’infedeltà. Lui era convinto che non sarebbe mai stato infedele a niente e nessuna, ma non era così, o almeno non lo era a quelle pagine.

Guardava fuori dalla finestra la gente per la strada. Loro non sentivano bisogno di essere fedeli. Non avevano neppure una storia di passioni, né culturali, né umane. Camminavano, ma le loro scarpe, i loro piedi non lasciavano tracce. Una volta lui ne lasciava di tracce quando c’era ancora il sole a segnare i contrasti sui contorni delle figure. Ora che la nebbia lattiginosa di un clima indeciso ha assorbito tutte le differenze, ora comprendeva che anche lui non stava lasciando tracce. Solo le sottolineature sulle pagine tracciavano ancora qualcosa. Un domani, quando la sua mente sarebbe evaporata, anche quelle pagine sarebbero state portate lontano, probabilmente in una raccolta differenziata. I libri non li vuole più nessuno. Sono troppo materici in un mondo che si vuole sempre più sfumato, sempre più inconsistente e sempre meno mondo e sempre più dimenticanza. Un’anestesia statistica.




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Ennio Martignago