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Tribe - Gruppi umani e generazionali

IL PAESE DELLE TRIBÙ 10 — Dimmi che scarpe porti

Chi sostiene di saper classificare un ragazzo da un paio di scarpe sta probabilmente vendendo qualcosa: un articolo, un corso per genitori, un’indignazione, un’appartenenza. La stessa tuta Nike la porta il maranza della stazione e il fighetto che va in palestra

Maranza, fighetti, e-girl, gymbro e altre tribù di passaggio: guida semiseria per riconoscere i giovani di oggi senza crederci troppo

C’era un tempo in cui bastava uno sguardo. Il paninaro aveva il Moncler, le Timberland e il panino del Burghy in piazza San Babila; il dark aveva il cappotto nero e la faccia di chi ha appena letto Baudelaire alla fermata del tram; il metallaro aveva la toppa degli Iron Maiden cucita dalla mamma, e il punk aveva la cresta e una certa idea della società, magari confusa ma sua. Le tribù giovanili degli anni Ottanta e Novanta erano uniformi con dentro una visione del mondo: sapevi come si vestivano, cosa ascoltavano, dove andavano e soprattutto chi odiavano, che è sempre stato il modo più rapido per capire chi si è.

Oggi chi prova a fare lo stesso esercizio — un genitore, un insegnante, un giornalista in cerca di pezzo per l’estate — scopre che il catalogo è diventato enorme e insieme evanescente. I nomi ci sono, anzi abbondano: il problema è che molti durano quanto una tendenza su TikTok, e che quasi nessuno se li dà da solo. Vale la pena provarci lo stesso, con una premessa di metodo che è anche la tesi di questo pezzo: le etichette che seguono descrivono più lo sguardo di chi le usa che la vita di chi le indossa.

Il maranza, ovvero l’unica tribù che resiste

Se c’è un gruppo che nell’Italia di questi anni ha diritto al titolo di vera sottocultura, con tanto di territorio, divisa e nemici, è il maranza. L’etimologia è contesa — una delle ipotesi più diffuse lo fa derivare dall’incrocio tra “marocchino” e “zanza”, vecchio termine milanese per il piccolo truffatore — ma il ritratto è nitido: tuta Nike Tech Fleece, spesso in grigio o nero, scarpe Air Max Plus, le celebri “TN”, borsello a tracolla di marca vera o presunta, taglio di capelli sfumato ai lati con qualche variante di mullet o riccio lasciato crescere sopra, a volte una riga rasata nel sopracciglio. Il gergo mescola milanese, arabo, francese delle banlieue e trap: “fra”, “wewe”, “zio”, “bella”, “ti stacco”, con una grammatica tutta sua. I luoghi sono le stazioni, i centri commerciali, i kebabbari, le piazze delle grandi città, i monopattini come mezzo di trasporto e il telefono come palcoscenico. La colonna sonora è trap e drill, italiana e francese.

È qui che il dubbio metodico diventa utile, in entrambe le direzioni. Da un lato la stampa ha trasformato il maranza in un personaggio fisso della cronaca estiva, tra risse, raduni e stazioni presidiate, costruendo un’equazione tra abbigliamento e pericolosità che non reggerebbe un minuto in qualunque altro contesto: nessuno scrive che chi porta la giacca Barbour è un evasore fiscale. Dall’altro, la narrazione opposta, quella che vede nel maranza soltanto il ragazzo di periferia vittima di razzismo e pregiudizio, preferisce non guardare che dentro quella divisa convivono il quindicenne che vuole solo sentirsi forte e il gruppetto che fa davvero paura in metropolitana. La cosa più interessante, però, è un’altra: il maranza è il paninaro rovesciato. Stessa ossessione per il marchio, stesso bisogno di esserci in piazza, stessa tendenza a farsi deridere dagli adulti. Solo che il paninaro veniva dal centro e voleva sembrare ricco, mentre il maranza viene dalla periferia e vuole sembrare pericoloso. Quarant’anni dopo, i marchi hanno cambiato quartiere.

Le versioni locali esistevano già prima e continuano a vivere: il tamarro nazionale, lo zarro di Milano e Torino, il truzzo lombardo, il coatto romano, il cafone napoletano. Il maranza è la loro evoluzione globalizzata, con un piede in Italia e l’altro nei video di Marsiglia e Parigi.

I fighetti e il fascino discreto del vecchio denaro

All’opposto della mappa sociale, ma meno di quanto si creda, ci sono i fighetti, che a Roma continuano a chiamarsi pariolini e a Milano hanno cambiato indirizzo più volte senza cambiare atteggiamento. La novità degli ultimi anni è l’estetica “old money”: polo, camicia di lino, mocassini senza calzini, maglione annodato sulle spalle, colori neutri, nessun logo in vista, perché il logo è diventato roba da maranza. Le ragazze della stessa area si dividono tra la “clean girl” — capelli tirati in uno chignon lucido, pelle da pubblicità di siero, gioielli d’oro sottili — e varianti più romantiche con fiocchi e pizzi. Il gergo è un italiano aspirazionale infarcito di inglese da ufficio: “letteralmente”, “tipo”, “vibe”, “è un mood”. I luoghi sono l’aperitivo, i circoli di tennis e padel, le discoteche con la lista, la settimana bianca, la stagione estiva nei posti giusti.

Il paradosso è gustoso: l’estetica del vecchio denaro è oggi soprattutto un prodotto per chi il vecchio denaro non ce l’ha, venduta a prezzi accessibili dalle catene di moda veloce e insegnata in tutorial da tre minuti. Chi è davvero ricco da generazioni, di solito, si veste molto peggio.

La galassia degli schermi

C’è poi un insieme di gruppi che vive prima di tutto online e solo dopo per strada. La e-girl e il suo corrispettivo maschile, l’e-boy, sono figli di Twitch, Discord e TikTok: eyeliner grafico, a volte un cuoricino disegnato sullo zigomo, capelli con ciocche colorate, catene appese ai pantaloni larghi, smalto nero anche per i ragazzi. Parenti stretti sono gli “alt”, ultima incarnazione di quello che una volta si chiamava alternativo, con un revival emo che ha riportato in circolazione frange sugli occhi, magliette di band e scarpe da skate, spesso indossate da ragazzi che quelle band non le hanno mai sentite nominare in radio perché la radio non la ascoltano.

Accanto a loro gli appassionati di anime e manga, che si chiamano da soli otaku o weeb con autoironia variabile, hanno i loro luoghi di pellegrinaggio — le fumetterie, i locali di karaoke, Lucca Comics come una specie di Santiago di Compostela autunnale — e un gergo pieno di giapponese orecchiato. Il cosplay è diventato una forma d’arte artigianale seria, con ore di cucito e stampa 3D dietro ogni costume.

Più recente e più discusso è il gymbro, il ragazzo per cui la palestra è insieme religione, dieta e contenuto da pubblicare. Canotta scavata, borraccia gigante, creatina e proteine come argomenti di conversazione, un vocabolario preso dalla “manosphere” americana: “sigma”, “alpha”, “looksmaxxing”, “mewing”, cioè l’esercizio di tenere la lingua premuta sul palato per scolpire la mascella, pratica che la comunità scientifica guarda con un certo sopracciglio alzato. Anche qui il dubbio va distribuito con equità: è vero che attorno a questo mondo girano guru dai modelli discutibili, ma è anche vero che molti di questi ragazzi, semplicemente, vanno in palestra invece che altrove, e forse non è la peggiore delle notizie.

Le tribù usa e getta

Poi c’è tutto ciò che finisce in “-core”, il suffisso che negli ultimi anni ha trasformato ogni gusto in un’identità a scadenza. Il gorpcore veste i ragazzi di città come se dovessero scalare il Monte Rosa, con giacche tecniche costosissime e scarpe da trail running per andare al bar. Il cottagecore ha fatto sognare a una generazione una vita di torte di mele in un casolare che nessuno ha davvero comprato. Il revival Y2K ha rimesso in circolazione jeans a vita bassa e occhiali colorati degli anni Duemila, con grande sconcerto di chi quegli anni li aveva vissuti e sperava di essersene liberato. Ogni stagione ne porta di nuovi e ne archivia di vecchi, e il loro vero luogo di ritrovo non è una piazza ma la pagina “per te” di un’applicazione.

Qui sta forse la differenza più profonda con le tribù di una volta. Il punk del 1977 aveva un nemico e una causa; il gorpcore del 2026 ha un algoritmo e un carrello. Questo non significa che i ragazzi di oggi siano più superficiali dei loro nonni — il paninaro non era un filosofo — ma che la tribù è diventata qualcosa che si indossa per qualche mese e poi si rivende su Vinted, invece di qualcosa che ti segna per anni. Chi si scandalizza dovrebbe ricordare che anche la propria giovinezza era fatta in buona parte di vestiti, musica e appartenenze prese in prestito; cambiano solo i tempi di consegna.

Il gergo che attraversa le tribù

Se i vestiti dividono, il linguaggio unisce. Esiste un lessico trasversale che passa dal maranza al fighetto all’e-girl senza chiedere il permesso: “bro” e “fra” come intercalare universale, “cringe” per l’imbarazzo, “flexare” per l’ostentazione, “sus” per ciò che è sospetto, “delulu” per chi si illude, “NPC” per chi sembra un personaggio di sfondo di un videogioco, “aura” come misura del carisma, “rizz” per la capacità di sedurre, e un’intera famiglia di espressioni da “brainrot”, il nome che gli stessi ragazzi danno all’umorismo assurdo dei contenuti brevi, con parole prive di significato ripetute fino a diventare un codice. La funzione è sempre la stessa di ogni gergo giovanile della storia: escludere gli adulti. E funziona benissimo, visto che nel momento in cui un politico o un’azienda usano una di queste parole, la parola muore.

La tribù che nessuno vede

Resta il gruppo più numeroso di tutti, quello che non ha divisa, non ha locali, non finisce nei servizi dei telegiornali e non ha nemmeno un nome simpatico. Sono i ragazzi che non escono. L’Italia ha una delle quote più alte d’Europa di giovani che non studiano e non lavorano, e da qualche anno si parla anche di ritiro sociale, con la parola giapponese hikikomori presa in prestito come quasi sempre accade quando un fenomeno ci mette a disagio. Non si riconoscono dal taglio di capelli né dalle scarpe, perché nessuno li vede passare. È la tribù più silenziosa e probabilmente la più importante da capire, ed è anche quella su cui sia i giornali d’allarme sia i cantori della ribellione giovanile hanno meno voglia di scrivere, perché non offre né il brivido della rissa né l’epica della resistenza.

Come riconoscerli, e perché diffidare di chi ci riesce

Alla fine, la guida si chiude con un avvertimento. Chi sostiene di saper classificare un ragazzo da un paio di scarpe sta probabilmente vendendo qualcosa: un articolo, un corso per genitori, un’indignazione, un’appartenenza. La stessa tuta Nike la porta il maranza della stazione e il fighetto che va in palestra; lo stesso mullet sta sulla testa di un trapper e di un calciatore di serie A; lo stesso cuoricino sulla guancia può voler dire tutto o niente. I ragazzi di oggi cambiano pelle più velocemente di quanto gli adulti riescano ad aggiornare il vocabolario, e questo, a pensarci bene, è sempre stato il loro mestiere.

Forse il modo migliore per conoscerli non è osservarli come si osserva una specie esotica al documentario della sera, e nemmeno idealizzarli come avanguardia di una rivoluzione che non hanno mai annunciato. È chiedere, ascoltare e rassegnarsi a non capire tutto. Esattamente come facevano, con noi, i nostri genitori quando tornavamo a casa con un taglio di capelli di cui ancora oggi preferiamo non parlare.


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