Introduzione
Abbiamo esordito con un hamburger e un sopracciglio alzato. Un anno dopo, tra dossier a puntate, un monaco vietnamita di pura invenzione, podcast e newsletter, il patto è rimasto lo stesso: far sedere allo stesso tavolo tutte le generazioni e diffidare con metodo di chiunque abbia la conclusione già in tasca, sia il fact-checker o il complottista. Il primo compleanno de Il Franti, celebrato senza fanfare e con un po’ di sospetto.
No, non vale affatto la pena spendere righe e pazienza per ricordare chi è “Il Franti Magazine” e chi sono i suoi artefici: trovate tutto nella pagina “Siamo chi siamo”. Ci limitiamo a proporre alcune cover dei primi articoli che abbiamo pubblicato, a partire da questo iniziale del 9 settembre 2025:

Un anno di Franti: diffidare, ma con metodo
Dal burger post-vegano ai dossier sulle élite: come una rivista nata senza nemmeno la pretesa di durare ha finito per compiere gli anni
Il 9 settembre 2025 questa rivista ha debuttato con un articolo su una ragazza che addenta un hamburger. Non era un presagio, era una dichiarazione d’intenti travestita da pranzo: la Generazione Z che, dopo anni di militanza vegana, riabilita la carne come gesto di moda. Il tema era la moda, certo, ma il vero soggetto era un altro, e lo abbiamo capito strada facendo: ogni tendenza è l’inverso di quella precedente, e chi la spaccia per rivoluzione ha di solito qualcosa da vendere. Meglio cominciare, dunque, con un panino e un sopracciglio alzato.

Attorno a quel primo pezzo se n’è affollata una piccola compagnia di stranieri. Un fumetto giapponese ambientato in una discarica sociale, Gachiakuta. Un’America spaccata a metà raccontata da Taylor Sheridan. Zarathustra che, in epoca di algoritmi, sconsiglia di farsi scoprire dalla massa. Una guida semiseria per autostoppisti dell’intelligenza artificiale, firmata da Massimo Manzari, ai quali va il merito di aver capito per primi che i canarini nelle miniere oggi hanno un profilo social. Messi in fila sembravano un catalogo sbagliato; erano invece un metodo: prendere ciò che le generazioni si rinfacciano a vicenda e farlo sedere allo stesso tavolo, senza che nessuno abbia l’ultima parola per diritto anagrafico.

Perché il patto era questo, ed è rimasto questo: dai boomer alla Gen Z, ciascuno impara a cambiare dall’altro, senza prevaricazioni. Formula che suona edificante e che invece, alla prova dei fatti, è piuttosto scomoda. Vuol dire che il ventenne non può liquidare il settantenne come reperto, e che il settantenne non può più cavarsela con l’aria di chi ha già visto tutto. Vuol dire, soprattutto, che nessuno dei due ha il monopolio del buon senso: né chi si affida alla voce ufficiale, né chi ha fatto della diffidenza una professione, con tanto di abbonamento premium alla verità alternativa.

Il primo anno ha confermato che la diffidenza, per funzionare, deve essere democratica. Abbiamo guardato con sospetto i fact-checker e con pari cortesia i complottisti, e ci siamo accorti che spesso si somigliano più di quanto amino ammettere: entrambi hanno già la conclusione in tasca, cambia solo il taschino. Da qui sono nati i dossier, quelle serie a più puntate che permettono di tenere il dubbio acceso per settimane invece di spegnerlo con un titolo. Il Paracelso nella rete, l’ombra dell’occulto nel Novecento, la costellazione attorno a Thiel, le interviste impossibili con chi non può più smentirci. In mezzo, perché anche i cinici hanno un cuore, una lunga passeggiata narrativa accanto a un monaco vietnamita e a sei bambini, venti capitoli di pura invenzione che ci hanno ricordato come la finzione dichiarata sia spesso più onesta di certi reportage.

Poi c’è stato tutto ciò che nessuno aveva programmato, e che è forse la parte più eloquente. Gli articoli hanno imparato a parlare: sono diventati episodi audio, e il Franticast ha portato la rivista nelle orecchie di chi non ha tempo o voglia di leggere, cosa che ci pare una virtù e non un tradimento. È arrivata una newsletter settimanale, con la puntualità sospetta di una cosa che si credeva impossibile. È arrivata la domenica, con il suo supplemento da leggere in pigiama. E sono arrivati i collaboratori, che hanno portato voci diverse dalla nostra e talvolta in disaccordo con essa, il miglior segno di salute che una redazione possa esibire.

Un anno, dunque. Non è molto, ma decisamente impegnativo per un numero ridotto di autori di quasi millecinquecento articoli e proprio per questo va festeggiato con misura: senza fanfare, senza bilanci trionfali, senza quel tono da celebrazione che in genere precede la fase in cui ci si prende sul serio. Resta un solo impegno, che vale anche per chi ci legge: continuare a fare domande buone e a diffidare delle risposte troppo comode, comprese le nostre. Se tra un anno saremo diventati d’accordo su tutto, sarà il momento di preoccuparsi.
Intanto il panino, per la cronaca, era ottimo.
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