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Una Rete per il Franti

Una lettrice ci accusa di coerenza-lusso. Rispondiamo presentando CED, la rete che non è alleanza ma mappa di affinità divergenti.

Lettere al Redattore del “Franti”


Una Costellazione Europea di Riviste per la divergenza


abstract

La lettera di una lettrice ci porta a iniziare un lavoro di promozione per la Costellazione Europea della Divergenza (CED), un’iniziativa editoriale promossa dalla rivista Il Franti per mappare testate indipendenti e affini. Questa rete non si configura come un’alleanza formale o ideologica, bensì come uno spazio aperto di confronto intellettuale basato su criteri di originalità, autonomia e respiro internazionale. Il progetto include diverse realtà italiane ed europee, suddivise in assi geografici e funzionali che spaziano dalla critica letteraria alla divulgazione culturale non convenzionale. L’obiettivo è offrire ai lettori percorsi di riflessione che evitino il pensiero unico, valorizzando al contempo l’integrità della formazione culturale e un uso critico delle nuove tecnologie. Si tratta di un progetto in continua evoluzione, che invita alla partecipazione attiva del pubblico per arricchire una mappa editoriale volutamente libera e non istituzionale.

Un’amica lettrice ci scrive:

«Lettera di Giulia M. (revisione di stile)
Caro direttore,
leggo Il Franti da quasi un anno, scoperto quasi per caso. Da allora vi seguo con costanza, ho consigliato la rivista a diversi amici, ho ascoltato i podcast in macchina sulla Milano–Bologna.
E ogni volta che apro il sito penso la stessa cosa: «Questa roba meriterebbe dieci volte i lettori che ha».
Avete materiali che certe testate internazionali si sognano. Avete una newsletter bellissima che, però, arriva solo a chi vi conosce già e accetta di iscriversi al sito — cosa che spesso non si fa, per pigrizia o per quella diffidenza generica con cui ormai si guarda anche al gratuito. Così non riesco a non chiedermi: davvero pensate che, per farsi conoscere, basti scrivere bene?
Lo dico con affetto, e con un piccolo sospetto: temo che la vostra coerenza estetica stia diventando una forma di lusso. Pochi lettori ma giusti, va bene — finché qualcuno paga il dominio. Però la diffidenza verso i social, la riluttanza a “vendervi”, il tono per addetti ai lavori: non rischiano di essere, in fondo, anche una posa? Una rivista che parla di metamorfosi non dovrebbe essere capace di metamorfizzarsi anche lei?
Crescere senza venir meno a sé stessi: davvero è impossibile?
Con stima sincera,
Giulia M., Milano»

Cara Giulia,
sono dubbi che ci poniamo spesso anche noi — il che, beninteso, non li trasforma automaticamente in obiezioni innocue. Una rivista che si dichiara dalla parte del dubbio metodico avrebbe qualche difficoltà a respingere il dubbio quando arriva da fuori.
Però, se ci pensi bene: tolti alcuni re delle librerie — quasi tutti impaginatori di generi, dal fantasy all’horror, dallo pseudostorico al poliziesco fino al rosa più o meno aggiornato, e tutti in attesa che Hollywood telefoni — i grandi classici, gli autori più ispirati, gli sperimentatori veri sono per lo più morti di stenti. Oppure, come Kafka o Gadda, si sono procurati un mestiere per finanziarsi i sogni. Noi qui, modestamente, accettiamo di buon grado di pagare di tasca nostra ciò in cui crediamo. È un lusso, sì. Ma non quello che intendi tu.
Detto questo, nelle tue parole c’è molta verità. Solo che la metamorfosi, almeno per noi, non è trasformismo. È testimonianza della trasformazione di un mondo e delle sue tribù — la nostra inclusa. Si cambia perché il paesaggio è cambiato, non perché è cambiato il pubblico previsto.

Quello che invece stiamo davvero imparando — e qui ti diamo ragione senza riserve — è che dobbiamo allontanarci dal solipsismo. Non basta essere i primi della classe, peraltro un titolo che non rivendichiamo. Bisogna fare rete, riconoscersi, rinforzarsi a vicenda fra chi fa un lavoro analogo: critico, indipendente, divergente, e per una volta senza il bisogno di odiare il vicino di pagina.
Per questa ragione abbiamo cominciato a costruire una mappa: non solo la nostra testata, ma tutte quelle europee con cui ci sentiamo in sintonia, quelle italiane affini per tono, quelle internazionali con cui condividiamo una postura. L’abbiamo provvisoriamente battezzata CED — Costellazione Europea della Divergenza. Un acronimo che, lo sappiamo, fa sorridere; e va benissimo così, perché chi non riesce a sorridere di sé stesso ha già perso in partenza la battaglia con il proprio dogma.
Trovi qui sotto, in forma ancora aperta, la prima presentazione della rete. È un cantiere, non un manifesto. Torna a darci consigli — soprattutto quelli scomodi — dopo averla letta. E suggerisci ai tuoi amici non soltanto noi, ma tutti i siti che condividono l’idea di andare incontro al lettore senza svenderlo: a quel punto i “materiali da sogno” servono fino a un certo punto. Conta piuttosto la provocazione che funziona, quella che dà da dubitare, riflettere, masticare. Una nostra peculiarità è anche non perdere di vista il patrimonio della formazione che ci ha fatti, perché arrivi alle nuove generazioni il più possibile criticamente intatto, e fare in modo che il lavoro dei più giovani non venga sminuito da stereotipi fuori tempo. Per la stessa ragione, e con la medesima diffidenza, per elaborare alcuni dei pezzi usiamo le intelligenze generative – dicendolo, però, non facendo finta del contrario. Le usiamo come strumento, non come oracolo (come lo scrivano Renato Rascel in Policarpo De’ Tappetti quando accetta la dattilografia, o come scrittori quali Umberto Eco quando ha imparato a gestire i suoi libri con i primi computer di taglia e cuci, salvo poi dire affermare che Internet era il palcoscenico degli idioti che non erano baroni universitari). Al di là degli strumenti che usiamo, prima, durante e dopo, le idee, lo spirito, l’articolazione e la volontà restano fieramente nostre.
Grazie dell’attenzione.
Il redattore del Franti


Prosegui per approfondire prima presentazione di uno studio della Costellazione Europea della Divergenza






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Ennio Martignago