Genealogia delle tribù estetiche italiane, dalle Timberland di San Babila alle tute d’acetato del centro commerciale
Il primo dato sui maranza non è sociologico, è lessicale: la parola non è nuova. Nasce a Milano negli anni Ottanta come gergo di periferia per indicare il ragazzo di strada dai modi rozzi, e Jovanotti la canta già nel 1988 in Il capo della banda. Chi oggi la usa come se fosse un neologismo importato da TikTok sta commettendo lo stesso errore di chi negli anni Ottanta credeva che i paninari fossero un’invenzione della televisione.
L’anagrafe, invece, è precisa quanto imbarazzante: si tratta in larghissima parte di adolescenti e preadolescenti, dai nove ai diciassette anni, cresciuti nelle periferie di un’Italia multiculturale. Una parte consistente di chi si autodefinisce maranza è di seconda generazione nordafricana, e questo spiega gli arabismi e le incursioni di francese nel gergo.
L’uniforme è nota: tuta d’acetato griffata — spesso contraffatta —, borsello a tracolla, catena, taglio di capelli standardizzato, trap in sottofondo.
Ora facciamo l’esercizio che nessuno fa. Prendiamo il paninaro milanese del 1984: uniforme rigidissima (Moncler, Timberland, El Charro), gergo proprio, luogo di ritrovo fisso, ostentazione di marchi al di sopra delle proprie possibilità, atteggiamento di superiorità verso chi non è del gruppo, panico morale dei quotidiani, servizi televisivi di scherno. Cambiate i marchi, il quartiere e il colore della pelle, e avete il maranza. La differenza è che il paninaro ostentava il benessere della Milano da bere e il maranza ostenta un benessere che non ha mai visto: la sua griffe è contraffatta, e l’imitazione è la forma più sincera di esclusione.
La sequenza italiana è lunga e sempre uguale: i sanbabilini e i freak degli anni Settanta, i punk e i dark del 1977 bolognese, i paninari, i metallari, i truzzi delle discoteche anni Novanta, gli emo di metà Duemila, gli hipster del decennio scorso, e oggi le estetiche a rotazione trimestrale di TikTok. Ogni volta l’adulto ha creduto di assistere a una degenerazione inedita. Ogni volta, dieci anni dopo, quella degenerazione era diventata un capitolo nostalgico di un programma televisivo del sabato sera.

Cosa cambia davvero, allora? Tre cose, e sono serie.
La prima è la velocità. Il paninaro impiegava mesi a diffondersi per contagio geografico. Il raduno di Peschiera del Garda del giugno 2022 — quello che ha portato la parola sui telegiornali, con una maxi rissa tra migliaia di ragazzi convocati per un raduno trap — è stato organizzato via TikTok in pochi giorni. La tribù digitale non si diffonde: si materializza.
La seconda è la documentazione. Le tribù precedenti avevano testimoni; questa ha operatori. Il gesto esiste per essere ripreso, e questo cambia la natura del gesto: chi filma alza l’asticella, perché il video mediocre non circola. È un incentivo strutturale all’escalation, e non è colpa dei ragazzi: è il modello di business della piattaforma.
La terza, la più scomoda, è che questa volta la tribù ha una faccia etnicamente riconoscibile, e questo ha trasformato una discussione su adolescenti in una discussione sull’immigrazione. L’Accademia della Crusca, che di solito non fa cronaca, ha annotato che l’uso del termine riferito a persone di origine nordafricana potrebbe recuperare una semantica originaria non priva di connotazioni razziste. Tradotto: una parte del paese ha trovato nella parola “maranza” un modo socialmente accettabile per dire qualcos’altro.
L’opinione pubblica si è divisa tra chi vede un fenomeno criminale e chi ne sottolinea gli aspetti caricaturali. Il Franti, per statuto, sta con i secondi — ma con una riserva. Ridere di un quindicenne che indossa una cintura falsa da duecento euro è facile e persino igienico. Chiedersi perché quel quindicenne pensi che quella cintura sia l’unico documento di cittadinanza a sua disposizione è più faticoso, e molto meno divertente.
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