Perché l’Italia era già tribale quando la sociologia francese si è accorta delle tribù
Ogni volta che un quotidiano scopre una nuova tribù giovanile, l’articolo comincia allo stesso modo: “un fenomeno nuovo, arrivato dai social”. Ed è quasi sempre falso. Le tribù italiane non arrivano da nessuna parte: erano già qui, cambiano solo il vestito e la colonna sonora.
La struttura profonda è il campanile. Non in senso metaforico: in senso letterale. Il Palio di Siena, che nella forma attuale corre dal Seicento, è una società perfettamente tribale con diciassette contrade, un battesimo, un territorio, un nemico ereditario e un sistema di alleanze che nessun trattato internazionale eguaglia per complessità. Il senese non sceglie la contrada: ci nasce dentro, come si nasce in una nazione. Se il Palio fosse un fenomeno di adolescenti nordafricani in un centro commerciale, avremmo tavole rotonde ogni sera sul degrado.

Sopra il campanile, l’Italia repubblicana ha costruito due macchine tribali di massa e di segno opposto: la parrocchia con il suo oratorio, e la casa del popolo con il suo circolo. Entrambe fornivano lo stesso pacchetto — un luogo dove stare, un calendario di riti, un’appartenenza morale, il pallone e le carte — e per quarant’anni si sono contese la stessa cosa, cioè il tempo libero degli italiani. Chi oggi lamenta che i giovani “stanno in strada perché non hanno posti dove andare” sta descrivendo, senza saperlo, lo smantellamento di quelle due macchine.
C’è poi il terzo pilastro, il più singolare e il meno studiato: le associazioni d’arma. Un paese che ha mandato per decenni tutti i suoi maschi diciottenni in caserma ha prodotto, come residuo industriale, una gigantesca rete di uomini legati da un’esperienza comune e privi di occasioni per rievocarla. Le associazioni combattentistiche sono la soluzione italiana al problema: trasformare la leva obbligatoria in un club volontario a vita.

Il tribalismo, insomma, in Italia non è la reazione postmoderna alla fine delle ideologie. È l’ideologia stessa che, ritirandosi, ha lasciato in piedi le sue infrastrutture: le sedi, i cori, i pranzi sociali, le tessere. La tessera è il documento italiano per eccellenza, più della carta d’identità: dichiara non chi sei, ma con chi stai.
Cosa cambia allora con la modernità? Cambia la durata. La contrada dura una vita, l’oratorio dura un’infanzia, la curva dura una gioventù lunga, l’estetica di TikTok dura una stagione. Il tribalismo contemporaneo non è più intenso di quello antico: è solo più rapido. Ed è per questo che spaventa. Un padre che ha tifato la stessa squadra per cinquant’anni non capisce un figlio che ha cambiato quattro identità estetiche in due anni, e conclude che il figlio non ha valori. Ma il figlio ha esattamente lo stesso bisogno del padre — essere riconosciuto da un gruppo — servito da un mercato che gli propone un gruppo nuovo ogni trimestre.

La differenza vera è un’altra, ed è economica. Le vecchie tribù chiedevano tempo e presenza; le nuove chiedono acquisti. Nella contrada ti battezzano, nell’estetica ti fatturano. Il fenomeno non è la fine dell’appartenenza: è la sua trasformazione in un abbonamento.
Resta un ultimo dato, che nelle prossime puntate torneremo a incontrare fino alla noia. Le tribù italiane che oggi hanno più iscritti sono quelle in cui l’età media supera i sessant’anni. Un paese demograficamente vecchio produce tribù vecchie: è ovvio, ma nessuno lo dice, perché l’ovvio non fa notizia quanto una rissa in spiaggia.
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