Centottantaduemila scout, trentatremila capi, cinquant’anni di storia: la più grande tribù giovanile italiana ha la divisa e il regolamento
Se domandate a un italiano qual è la più grande organizzazione giovanile del paese, tenterà con un partito, con un sindacato studentesco, forse con un movimento ambientalista. Sbaglierà di un ordine di grandezza. La risposta è l’AGESCI, che nel 2024 contava 182.000 soci, di cui 33.454 capi — tra cui 1.947 sacerdoti —, 1.885 gruppi locali e 6.126 unità. Nessun’altra realtà giovanile italiana si avvicina.
La storia è istruttiva e vale più di molte analisi. L’AGESCI nasce il 4 maggio 1974 dalla fusione dell’ASCI maschile, fondata nel 1916, e dell’AGI femminile, del 1943. Ma già nel 1976 alcuni gruppi e dirigenti che rifiutavano la fusione — e soprattutto il principio della coeducazione — danno vita agli Scouts d’Europa, che oggi contano 20.132 membri in 183 gruppi. Sul versante laico, il CNGEI conta 12.927 soci. In due anni, dunque, la più grande tribù giovanile italiana ha fatto in tempo a unificarsi e a scindersi: il ramo che se ne va lo fa perché maschi e femmine non devono stare nella stessa squadriglia. Se questo non è tribalismo, la parola non significa nulla.
Il punto interessante, però, non è la scissione. È la struttura. Lo scautismo offre ai ragazzi esattamente ciò che le sottoculture spontanee promettono e non mantengono: un’uniforme, un nome nuovo, un rito di passaggio, una legge scritta, una gerarchia di merito, un territorio simbolico, un linguaggio interno impenetrabile agli estranei, e un nemico — la propria pigrizia — abbastanza astratto da non produrre risse in spiaggia. È una tribù progettata a tavolino da Robert Baden-Powell attorno al 1907 e mai più modificata nella sostanza, perché funziona.
Accanto agli scout c’è l’infrastruttura più grande e meno censita di tutte: l’oratorio. Nessuno sa quanti ragazzi italiani passino dagli oratori parrocchiali in un anno, perché nessuno li conta seriamente; le stime del mondo cattolico parlano di alcuni milioni tra estate e attività ordinarie. L’Azione Cattolica dichiara circa un quarto di milione di aderenti, ragazzi dell’ACR compresi. Se sommassimo scout, oratori, associazioni cattoliche e società sportive dilettantistiche, scopriremmo che la grande maggioranza dei bambini italiani è inquadrata in una qualche struttura tribale con adulti al comando.
Ed è qui che il dossier incontra il suo paradosso centrale, che vale la pena enunciare senza sfumature. Le tribù giovanili italiane più numerose sono state fondate, sono organizzate e sono dirette da adulti. Le tribù giovanili spontanee — quelle nate dai ragazzi, senza statuto, senza sede, senza tessera — sono minuscole, durano pochissimo e monopolizzano il novanta per cento dell’attenzione pubblica. Un movimento di adolescenti che si radunano in una piazza fa aprire i telegiornali; centottantaduemila adolescenti in uniforme che ogni sabato pomeriggio fanno esattamente quello che gli dicono trentatremila adulti non fanno notizia.
C’è una spiegazione benevola: l’ordine non è notiziabile. E ce n’è una meno benevola, che offriamo al lettore senza insistere. La società italiana tollera benissimo il tribalismo giovanile a condizione di controllarne il vertice. Quando i ragazzi si organizzano da soli, la stessa identica dinamica — uniforme, gergo, gerarchia, territorio, spirito di corpo — cambia nome e diventa “branco”.

Va detto anche l’altro lato, perché sarebbe disonesto tacerlo. Queste organizzazioni funzionano davvero: producono competenze, autonomia, capacità di stare in gruppo senza distruggerlo. E si reggono su un fatto economico straordinario in un paese che monetizza tutto: trentatremila adulti che dedicano ogni settimana ore di lavoro qualificato a ragazzi non propri, senza compenso. In un’epoca in cui l’attenzione è la merce più cara sul mercato, quella è l’ultima economia del dono rimasta in piedi. Vale più di molte politiche giovanili, e costa allo Stato esattamente zero.
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