Quarantamila persone, quattrocento gruppi, cinquantotto anni di storia: gli ultras come istituzione non riconosciuta
Il primo gruppo ultras italiano nasce a Milano tra il 1967 e il 1968. Si chiamano Commandos Tigre e Fossa dei Leoni, sono rossoneri, e nascono nello stesso anno e nella stessa città in cui gli studenti occupano le università. Non è una coincidenza estetica: è la stessa grammatica. Assemblea, striscione, servizio d’ordine, direttivo, comunicato.

La curva italiana è figlia del Sessantotto quanto il collettivo, con la differenza che il collettivo si è sciolto e la curva no.
I numeri li fornisce il Viminale, che censisce il fenomeno da oltre un decennio. Il quadro complessivo parla di circa quarantamila persone divise in quasi quattrocento gruppi organizzati, dei quali centoquarantuno con un orientamento politico esplicito. Il rapporto 2022 dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive alza il conteggio a quattrocentocinquantacinque gruppi attivi legati a squadre professionistiche.
La geografia è quella che ci si aspetta e insieme non lo è: prima la Lombardia con cinquantasei gruppi, poi la Campania con cinquanta, quindi Toscana e Liguria a quota quarantadue. Il tribalismo, come la piccola industria, è un fenomeno del capitalismo urbano.
Sul colore politico, i censimenti degli anni scorsi restituiscono una fotografia che smentisce entrambe le tifoserie mediatiche: la maggioranza dei gruppi è apolitica, mossa dalla fede calcistica o dal campanile; tra quelli schierati prevale nettamente la destra, con una minoranza consistente di sinistra concentrata nelle categorie minori e nel Centro Italia. È un dato che dovrebbe interessare i partiti più delle percentuali dei sondaggi: quarantamila persone abituate all’azione collettiva, alla trasferta organizzata e al confronto fisico con la polizia sono, dal punto di vista di chiunque faccia politica, l’ultima riserva di militanza fisica rimasta nel paese.

Ma la vera notizia sugli ultras è anagrafica, ed è quella di cui non si parla. La curva è comunemente descritta come un fenomeno giovanile. Non lo è più da vent’anni. Chi comanda in curva ha quaranta, cinquanta, sessant’anni; i ragazzi eseguono. È l’unica sottocultura nata giovanile che ha invecchiato senza sciogliersi, trasformandosi in una gerontocrazia con la sciarpa. Chi va allo stadio lo sa: il “capo” con il megafono è spesso più vecchio del padre di chi salta.
Il secondo paradosso è economico. Le curve nascono contro il calcio-spettacolo e finiscono per adottarne i metodi: merchandising, immagine social, cura del look e dell’estetica, esattamente come le società che dicono di combattere. Il “calcio moderno” è stato sconfitto sul piano retorico e ha vinto su quello organizzativo.

Attorno al nucleo duro c’è poi la nazione mite del tifo, che nessuno chiama tribù perché non fa danni: i club di quartiere, i pullman per la trasferta, il rito domenicale davanti alla televisione. Per dare l’ordine di grandezza: nell’aprile 2024 l’Inter dichiarava oltre duecentomila soci in più di mille club distribuiti in settantotto paesi. Un solo club calcistico italiano ha più tesserati di qualunque partito politico italiano. Chi cerca il popolo lo troverà lì, non nelle sezioni.
Il paradosso finale è quello che rende il tema interessante per chi non ama il calcio. La curva è oggi uno dei pochissimi luoghi italiani in cui persone di classi sociali diverse, età diverse e origini diverse stanno in piedi accanto per due ore facendo la stessa cosa. È un’istituzione democratica involontaria, con un difetto grave: per farne parte devi accettare che qualcuno decida per te cosa cantare. Come nei partiti di una volta, del resto.
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