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Dieci brani per un venerdì imperfetto

Dieci brani usciti venerdì scorso recensiti con calma: da Alabaster DePlume sulla Nakba a Peter Gabriel in luna piena, da Tosca e Carmen Consoli a Shabaka. Ascoltare bene, non ascoltare in fretta, perché la musica buona non scade con il giorno d’uscita.

Ancora in zona Cesarini, ma questo è il punto: la musica buona non scade con il giorno d’uscita.


C’è qualcosa di comico nell’idea di una «novità musicale». Come se la data di rilascio — quel venerdì liturgico imposto dall’industria discografica come giorno di grazia — conferisse a un brano un valore che poi, il sabato mattina, inizia già a decadere. Eppure eccoci qui, una settimana dopo, a fare esattamente l’opposto: ri-ascoltare quello che era già stato distribuito, come si fa con il vino rimasto nel bicchiere, per verificare se regge o se era solo effervescenza.

La risposta, questa settimana, è che regge. E in alcuni casi regge persino meglio.


1. Alabaster DePlume — Bringing Up The Nakba / It’s Only Now Once (Elbit Systems Windowpane)

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Partiamo dall’elefante nella stanza, o meglio: dal sassofono nella zona di macerie. Alabaster DePlume — sassofonista e artista spoken word di Manchester, residente a Londra — pubblica i primi estratti del suo prossimo EP Dear Children of Our Children, I Knew: Epilogue (International Anthem, 5 maggio 2026, già disponibile in vinile per il Record Store Day del 18 aprile). Due brani che portano nei titoli ciò che molti artisti con molto più seguito si rifiutano di nominare nemmeno in privato: la Nakba, la pulizia etnica del 1948 che diede origine allo Stato di Israele; e la Elbit Systems, azienda d’armamenti israeliana che produce i droni usati a Gaza.

Il paradosso è che la musica, strumentale e bellissima, registrata in un giorno libero a Brooklyn con il bassista Shahzad Ismaily e il batterista Tcheser Holmes, non suona come un manifesto politico. Suona come un lutto. Come qualcosa che conosce già la risposta alla domanda che si sta ponendo, e per questo non urla. DePlume dice: «Non ho avuto il permesso di parlare del 1948 prima di iniziare a farlo. Eppure ho imparato su me stesso parlandone.» C’è una dignità in questo che la musica d’impegno raramente riesce a raggiungere senza inciampare nella retorica. Qui non inciampa.


2. Tosca e Carmen Consoli — Il giglio, la verbena, il glicine e la rosa

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L’altra faccia della medaglia: musica che non vuole dire niente di esplicito su niente, e che proprio per questo dice tutto. Il giglio, la verbena, il glicine e la rosa è un adattamento italiano di Silencio — uno dei brani più iconici del repertorio del Buena Vista Social Club — ed è anche il primo singolo del nuovo album di Tosca, Feminae (BMG, 24 aprile in CD e doppio vinile, 22 maggio sulle piattaforme).

Due voci che si conoscono da anni, due cifre stilistiche che si riconoscono senza schiacciarsi. Il risultato è qualcosa di raro nell’industria musicale italiana di oggi: un brano adulto. Non nel senso enfatico del termine, ma nel senso proprio: fatto da chi ha smesso di dover dimostrare qualcosa. Il titolo-inventario botanico — il giglio, la verbena, il glicine, la rosa — non è una lista spesa. È un modo di nominare ciò che è fragile senza dichiararne la fragilità. Tosca ha vinto il Premio Tenco alla carriera nel 2025. Carmen Consoli esiste in un territorio tutto suo da trent’anni. Insieme suonano come se il tempo fosse passato nel modo migliore possibile: trasformandosi in materiale.


3. Harry Styles — Ready, Steady, Go!

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Terzo estratto dal nuovo album Kiss All The Time. Disco, Occasionally (6 marzo 2026), e qui si apre uno spazio di riflessione che il titolo dell’album stesso sembra invocare: Styles sta costruendo, disco dopo disco, qualcosa di più complesso di quanto i suoi critici più severi e i suoi fan più acritici siano disposti ad ammettere.

Ready, Steady, Go! è un brano pop di 2 minuti e 40 che cita nel titolo l’antenato britannico di Top of the Pops (lo show televisivo Ready Steady Go! degli anni ‘60), incorpora una sezione con synth discendenti alla Depeche Mode e piano new wave, e — dettaglio che qui non può passare inosservato — include Styles che canta in italiano: «Pronti, quasi, vai!». Non è un vezzo folkloristico. In un album che i recensori descrivono come un’esplorazione dell’identità nell’era della sorveglianza e della manipolazione mediatica, inserire una lingua straniera in un punto strategico del ritornello è un modo di sfuggire alla semantica, di tenere il segreto. Come scriveva John Lennon con «I am the walrus, goo goo g’joob». La critica lo ha già etichettato come «Potemkin pop star». Forse è proprio questo il punto.


4. Dardust — Spaces

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Dario Faini, in arte Dardust, ha avuto la settimana più pubblica della sua carriera: ha firmato Fantasia Italiana, la colonna sonora ufficiale dei Giochi Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026, eseguita all’Arena di Verona il 6 marzo. Ma mentre il paese lo scopriva nelle cerimonie ufficiali, lui pubblicava l’EP We Only Love Spaces and Doors — un titolo che sembra quasi un commento involontario alla propria condizione: spazi e porte, confini e soglie, il territorio intermedio tra il grande palcoscenico e il lavoro intimo.

Spaces è l’emblema di questa duplicità. Piano e architetture elettroniche costruiscono un ambiente sospeso che non sceglie tra il minimalismo da camera e la grandiosità orchestrale. Faini dice: «Le porte richiedono coraggio. Chiedono di essere attraversate.» Il brano non attraversa niente. Abita la soglia. È lì che succede la cosa interessante.


5. HONNE — Location Unknown (feat. NIKI) [10 Years]

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Location Unknown è del 2018. HONNE — duo alt-pop londinese di Andy Clutterbuck e James Hatcher — la ri-registra per il decimo anniversario con la cantautrice indonesiano-americana NIKI. Il risultato è quello che succede quando si decide di tornare in un posto che si ricordava più piccolo: lo trovi uguale a come lo avevi lasciato, ma sei tu che hai cambiato scala.

La versione del 2026 è più spoglia, più intima, come se dieci anni di ascolti avessero consumato via tutto il superfluo. NIKI — che ascoltava il brano originale all’università — porta nel timbro esattamente quella temporalità: sa che cosa significava quella canzone allora, e lo sa con la distanza di chi nel frattempo è diventata qualcos’altro. Il paradosso di celebrare un’anniversario con una versione più ridotta è un paradosso onesto. Meno è davvero di più, o almeno è più vero. L’album completo HONNE — 10 esce il 15 maggio.


6. Talking Heads — Sugar on My Tongue

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Il brano meno recente della playlist, dall’album di debutto Talking Heads: 77. La sua presenza qui non è nostalgia: è calibrazione. Dopo cinque brani nuovi, Sugar on My Tongue funziona come un righello. Dice: ecco da dove viene certa angolatura, certi ritmi nervosi e danzabili, certi testi che sembrano banali finché non si scopre che non lo sono affatto.

David Byrne aveva ventiquattro anni. Cantava la lingua del desiderio con la precisione di un entomologo e l’urgenza di chi non ha ancora imparato ad essere ironico su se stesso. Il risultato — quella combinazione di ingenuità assoluta e sofisticazione strutturale — è irriproducibile. Il fatto che Harry Styles venga descritto dai recensori come influenzato dai Talking Heads via LCD Soundsystem rende ancora più chiaro perché questo brano sia in questa playlist. È il fantasma nella macchina.


7. Peter Gabriel — What Lies Ahead (Bright Side Mix)

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Terzo singolo da oi, il nuovo album a cui Gabriel sta lavorando rilasciando un brano per ogni luna piena del 2026 — esattamente come aveva fatto per i/o nel 2023. Il metodo è parte del messaggio: il tempo non si comprime, la musica non si consuma con la velocità delle piattaforme, ogni brano ha il suo ciclo lunare.

What Lies Ahead nasce da una melodia che il figlio Isaac stava esplorando al pianoforte, e che Gabriel ha poi costruito per oltre un decennio — il brano veniva eseguito dal vivo nel 2014 nel tour Back to Front, ancora senza testo. Qui la versione «Bright Side» di Mark ‘Spike’ Stent enfatizza melodia e armonie vocali sopra tutto; la «Dark Side Mix» di Tchad Blake seguirà alla luna nuova. Il brano parla di inventori e invenzione: il padre di Gabriel era un ingegnere che aveva anticipato molti sviluppi tecnologici senza poterne godere i frutti. È una canzone sulla distanza tra la visione e il mondo. Tony Levin al basso, Paolo Fresu alla tromba, il coro svedese Orphei Drängar. Dura poco, ed è radicale proprio per questo.


8. Sam Barber — Borrowed Time

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Ventadue anni, provenienza Missouri, già multi-platino. Il country americano si trova in una di quelle fasi in cui non è chiaro se sia in splendida salute o in stato di decomposizione creativa avanzata — dipende da chi si ascolta. Sam Barber è tra quelli che fanno sperare nel primo scenario.

Borrowed Time — via Atlantic Outpost — è un rockin’ ballad con chitarre elettriche pesanti e testi che recuperano la tradizione narrativa del country senza ironia postmoderna e senza nostalgismo stantio. Barber non canta come se il country avesse un problema d’immagine da risolvere. Lo canta come se non lo sapesse, il che è esattamente la postura giusta. La questione è se reggerà nel tempo o se è il classico caso di voce straordinaria in cerca di materiale all’altezza. Borrowed Time è un primo indizio positivo.


9. Shabaka — Those of The Sky

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L’album della settimana, forse dell’anno. Of The Earth (Shabaka Records/Warp, 6 marzo 2026) è il terzo album solista di Shabaka Hutchings — sassofonista, già capofila di Sons of Kemet e The Comet Is Coming, che nel 2023 aveva annunciato un’autoimposta sospensione dal sassofono per dedicarsi ai flauti, alla produzione, allo studio. Questo disco è il punto d’arrivo del periodo sabbatico.

Those of The Sky è indicata da più di una recensione come la traccia migliore dell’album. Nuvole di flauto che si addensano gradualmente, beat costruiti su dispositivi portatili mentre era in tour, campionamenti di canti di uccelli. Hutchings ha detto di essersi ispirato a Brown Sugar di D’Angelo come modello di autosufficienza creativa — l’album interamente scritto, prodotto, eseguito e mixato da una sola persona. Il risultato non è autoreferenziale: è concentrico. Ogni cerchio più interno porta più lontano.


10. Shai Maestro — Moon of Knives

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Pianista israeliano, allievo di Avishai Cohen, disco The Guesthouse (2026) con Gadi Lehavi alle tastiere, Jorge Roeder al contrabbasso, Ofri Nehemya alla batteria. Moon of Knives — quattro minuti al numero quattro della tracklist — porta nel titolo quella contraddizione che è quasi un genere musicale a sé: la luna, luminosa e distante; i coltelli, ravvicinati e feroci. La musica non spiega l’accostamento. Lo abita. È jazz contemporaneo che non ha paura del silenzio né della melodia, due cose che la scena jazz attuale spesso tratta come debolezze. Qui sono la spina dorsale.


Cosa tiene insieme tutto questo

Niente. Ed è il pregio, non il difetto. Una playlist è onesta quando non pretende di avere una tesi. Questa settimana, per chi volesse costruirne una a posteriori, c’è un filo possibile: la memoria come materia prima. Tosca e Consoli che riscrivono Silencio. HONNE che torna a una canzone di dieci anni fa. Gabriel che porta in studio un brano rimasto a metà nel 2014. I Talking Heads come archeologia funzionante. Shabaka che riprende il sassofono dopo averlo lasciato.

La memoria non è il passato. È il luogo da cui si guarda avanti, condizione necessaria per capire cosa si sta ascoltando davvero.



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Ennio Martignago