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“L’Uomo” degli Osanna (1971) e la Napoli che urla la sua verità

insieme ad Area, Balletto di Bronzo e pochi altri i napoletani Osanna incarnavano il lato più jazz-rock, teatrale e sudato della scena. Erano la risposta napoletana al Canterbury Sound: meno mellotron, più improvvisazione, più rabbia popolare.

C’è un album che il rock italiano preferisce non ricordare troppo, forse perché ricordarlo costringerebbe a fare i conti con quanto di provinciale e rassicurante è venuto dopo. Quell’album è L’Uomo degli Osanna, Napoli, estate del 1971.

Mentre al Nord — PFM, Le Orme — si costruiva un progressive elegante, quasi da camera, all’ombra del Vesuvio cinque ragazzi decidevano che il rock doveva essere viscerale, teatrale, e fondamentalmente scomodo. Non era una scelta estetica: era una dichiarazione d’esistenza.

La formazione e il tassello mancante

Gli Osanna nascono nel quartiere Vomero dall’incontro di due formazioni underground, i Volti di Pietra e i Città Frontale. La line-up si stabilizza attorno a Lino Vairetti (voce, chitarra acustica, tastiere), Danilo Rustici (chitarra elettrica, organo), Lello Brandi (basso) e Massimo Guarino (batteria). Ma il vero elemento destabilizzante è Elio D’Anna — flauto e sassofono — che non arriva dal rock. Arriva dal jazz, dal soul, dalla stagione degli Showmen di James Senese.

Molti dei membri provenivano dall’Accademia di Belle Arti di Napoli, e si vede: la band ha sempre avuto un approccio visivo che il rock italiano dell’epoca semplicemente non possedeva. L’ingresso di D’Anna sposta l’asse di tutto: non più psichedelia o ballate, ma una miscela in cui i fiati aggrediscono l’ascoltatore con una violenza che in Italia non si era ancora sentita. In pochi mesi di prove, il produttore Pino Tuccimei li strappa al Vomero e li porta a Roma, dove ottengono un contratto con la Fonit Cetra.

L’album: un urlo esistenziale tra hard rock e jazz

L’Uomo esce nell’agosto del 1971 in una confezione tripla gatefold laminata che è già un manifesto: la copertina forma un enorme punto esclamativo e include un gancio — di plastica o metallo, a seconda degli esemplari — per appenderla al muro come un quadro. Un oggetto che ancora oggi fa impazzire i mercatini del vinile vintage. Ma è il contenuto a lasciare il segno.

Il disco è un concept sulla condizione umana: l’esistenzialismo, la critica sociale, l’uomo schiacciato dal mercato e dalla propria presunzione di essere padrone della Terra. Musicalmente, è un ponte perfetto tra la psichedelia di fine anni Sessanta e il progressive che stava nascendo — ma con una temperatura diversa dagli album britannici dello stesso periodo.

Le influenze sono dichiarate e riconoscibili: King Crimson per la complessità e l’aggressività, Van der Graaf Generator e Jethro Tull per l’uso selvaggio di flauto e sax, Cream e Hendrix per le chitarre. Ma c’è qualcosa che quegli inglesi non avevano: un sapore mediterraneo che non è folklore, è sangue. Ritmi popolari del Sud, improvvisazioni jazz-rock, la voce calda e teatrale di Vairetti.

Il contrasto è il vero segreto del disco: da una parte la chitarra distorta e acida di Rustici, dall’altra il flauto e il sax di D’Anna — spesso paragonato a Ian Anderson, ma con una radice jazz nera e coltraneana che Anderson probabilmente non si sognerebbe. E non manca la provocazione d’epoca: un’elettrica citazione di Bandiera Rossa nel finale, ingenua quanto si vuole, ma figlia autentica del ’68.

Trucco, teatro e l’aneddoto su Peter Gabriel

Gli Osanna non inventarono solo un suono. Furono tra i primissimi gruppi al mondo a esibirsi sul palco con volti dipinti e costumi teatrali, in collaborazione con compagnie di teatro sperimentale. Si ispiravano al teatro ellenistico della Magna Grecia, alla Commedia dell’Arte, alle follie d’oltremanica di Arthur Brown e Alice Cooper — ma il risultato era qualcosa di terzo, non ascrivibile a nessuna di queste categorie.

Nel giugno del 1971 vincono ex-aequo con la PFM e Mia Martini il Festival d’Avanguardia e Nuove Tendenze di Viareggio. E qui si inserisce uno degli aneddoti più gustosi del rock italiano: durante i festival estivi, gli Osanna condividono palchi e alberghi con i Genesis, ancora praticamente sconosciuti. Si racconta — con quella fantasia mista a verosimiglianza che è il sale della storia del rock — che un giovanissimo Peter Gabriel si presenti in camerino per fare i complimenti, affascinato dal face-painting e dalla teatralità partenopea. Poco dopo, Gabriel inizia a salire sul palco travestito da fiore o con la testa di volpe, cambiando per sempre la grammatica visiva del rock mondiale. Aneddoto impossibile da verificare, possibilissimo da credere.

Altra storia minore ma sintomatica: la Fonit Cetra propone alla band di partecipare a Sanremo. I cinque napoletani ascoltano, provano, fanno i bagagli e se ne vanno. Il posto viene preso dai Delirium di Ivano Fossati con Jesahel. Non è una nota a piè di pagina: è un ritratto di carattere.

Perché ascoltarlo oggi

Mentre PFM e Banco del Mutuo Soccorso costruivano un prog sinfonico e barocco, gli Osanna — insieme ad Area, Balletto di Bronzo e pochi altri — incarnavano il lato più jazz-rock, teatrale e sudato della scena. Erano la risposta napoletana al Canterbury Sound: meno mellotron, più improvvisazione, più rabbia popolare.

L’Uomo non ha la produzione levigata dei dischi inglesi dello stesso periodo. È crudo, imperfetto, e non se ne scusa. Anticipa il capolavoro successivo della band — Palepoli, 1973 — e dimostra che Napoli non era solo mandolini e melodie rassicuranti, ma una spugna culturale capace di assorbire il meglio del rock mondiale e risputarlo fuori con la forza del suo vulcano.

Un ascolto obbligato per chiunque voglia capire da dove nasce il concetto di rock mediterraneo. E per chi già lo sa, un buon motivo per rimetterlo sul piatto.


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Ennio Martignago