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Iron Butterfly, In-A-Gadda-Da-Vida (Atco/Atlantic, 14 giugno 1968)

Inauguriamo la nuova rubrica dedicata ai capolavori del passato meno celebrati con una visita al disco che nel giugno 1968 cambiò la grammatica del rock estremo. In-A-Gadda-Da-Vida degli Iron Butterfly

Inauguriamo “Pop-Rock-Soul-Jazz Revival”

estratto

Alcuni lettori contestano che gli articoli musicali siano dedicati esclusivamente alle nuove uscite e che molte generazioni meno “stagionate” conoscano troppo poco dei capolavori del passato. Per andare incontro a questa legittima osservazione, periodicamente pubblicheremo la recensione di un album meno celebre del passato con una breve biografia dei musicisti nella serie ad essi dedicata dal titolo, appunto, “Pop-Rock-Soul-Jazz Revival”. Fateci sapere se l’iniziativa vi convince.

La Bibbia biascicata di Doug Ingle, ovvero come un giardino dell’Eden diventò la pietra angolare dell’hard rock per via di un gallone di vino californiano

Esistono pochi episodi nella storia del rock in cui l’incomprensione linguistica abbia prodotto un mito generazionale. Uno di questi accadde una sera del 1967, in una casa di Los Angeles, quando Ron Bushy — batterista degli Iron Butterfly, allora pizzaiolo nelle ore in cui non picchiava sui tamburi — tornò a casa e trovò il suo compagno di band Doug Ingle, organista e vocalist, che aveva appena terminato di scolarsi un gallone di Red Mountain, vino californiano di infima reputazione e di efficacissima resa etilica. Ingle aveva scritto una canzone. Voleva intitolarla In the Garden of Eden. La cantò a Bushy chiedendogli di trascrivergliela. Bushy, davanti a un Ingle che articolava come si articola dopo quattro litri di vino, scrisse foneticamente quello che gli pareva di sentire: In-A-Gadda-Da-Vida. La casa discografica trovò il titolo sufficientemente esotico da approvarlo senza correzioni. E così nacque, da una sbornia e da un mondegreen, il pezzo che secondo una certa vulgata avrebbe contribuito a partorire l’heavy metal.

La storia, raccontata e riraccontata dallo stesso Bushy in più interviste, ha l’inconfondibile sapore del mito d’origine che ogni band di successo si costruisce a posteriori per nobilitare l’incidente. Va presa per quel che è: un aneddoto plausibile, divertente, probabilmente parzialmente vero, e perfettamente funzionale al brand. Resta il fatto che il pezzo esiste, dura diciassette minuti e cinque secondi, e occupa per intero il lato B di un disco che ha venduto, a seconda delle fonti, dai quattro ai trenta milioni di copie, diventando il primo album della storia ad essere certificato platino dalla RIAA dopo l’istituzione del riconoscimento.

Una band nata storta, riassemblata meglio

Gli Iron Butterfly si formarono a San Diego nel 1966 attorno alla figura di Doug Ingle, figlio di un organista di chiesa — dettaglio che, per chi crede nelle simmetrie cosmiche, spiega da solo perché il riff di In-A-Gadda-Da-Vida abbia quel sapore liturgico, quasi un Dies irae trasposto in chiave acida. Ingle in origine pensava al gruppo come a un passatempo: il suo vero progetto era scrivere colonne sonore per il cinema, traducendo la formazione classica ricevuta in una qualche forma di rispettabilità borghese. Andò diversamente.

La formazione iniziale — Ingle, il batterista Jack Pinney, il bassista Greg Willis, il chitarrista Danny Weis — si trasferì a Los Angeles, dove la rotazione dei membri assunse caratteristiche da porta girevole. Pinney tornò agli studi, Willis fu sostituito, arrivò il batterista Bruce Morse, poi sostituito a sua volta da Ron Bushy proveniente da un oscuro complesso chiamato Voxmen. La band sbarcò al Bido Lito’s di Hollywood, poi al Galaxy, poi al Whisky a Go Go — i club giusti, la vetrina giusta — e firmò con Atco, sussidiaria di Atlantic. Il primo album, Heavy (1968), passò quasi inosservato. Dopo la pubblicazione, Weis e il bassista Jerry Penrod abbandonarono per fondare i Rhinoceros, e furono rimpiazzati dal chitarrista adolescente Erik Brann e dal bassista Lee Dorman. È questa formazione — Ingle, Bushy, Brann, Dorman — che entrerà negli Ultrasonic Studios di Hempstead, Long Island, il 27 maggio 1968 per registrare il secondo album.

Qui interviene il secondo aneddoto che fa parte del catechismo: l’ingegnere Don Casale chiese ai musicisti di suonare qualcosa per regolare i livelli dei microfoni. La band decise di provare Vida. La suonarono per intero, senza interruzioni. Casale, che aveva di soppiatto fatto girare i nastri, li chiamò in cabina di regia, glielo fece sentire, e fu deciso che quella prova era la versione definitiva. Anche qui: storia plausibile, raccontata con varianti, e funzionale al mito della spontaneità artistica versus l’arrovellamento da studio. Si scelga in quale percentuale crederci.

Il lato A, che nessuno ricorda

Esiste un fatto curioso: In-A-Gadda-Da-Vida è considerato un capolavoro, ma di fatto il lato A dell’album è quasi un disco diverso, registrato altrove (Gold Star Studios, Hollywood), con cinque brani brevi — Most Anything You Want, Flowers and Beads, My Mirage, Termination, Are You Happy — che oscillano fra il garage psichedelico medio e qualche guizzo melodico interessante. Flowers and Beads e My Mirage, in particolare, sono stati letti dai critici più attenti come ritratti del lato oscuro dell’ideologia hippie, di quel disincanto che già nel 1968 cominciava a serpeggiare sotto la patina d’incenso. Sono brani onesti, ben suonati, e completamente schiacciati dall’ombra di ciò che li segue sull’altro lato del vinile.

Perché la verità è che nessuno comprò In-A-Gadda-Da-Vida per Flowers and Beads. Lo si comprava per i diciassette minuti.

La suite: anatomia di un’eresia ben pagata

Il pezzo è costruito su un singolo riff. Uno. Un riff blues minaccioso, lento, ipnotico, che entra dopo un’introduzione d’organo dal sapore esplicitamente ecclesiastico — Doug Ingle, figlio dell’organista di chiesa, sapeva esattamente cosa stava facendo — e che torna ossessivamente per quasi tutta la durata. La struttura è elementare: voce all’inizio (trenta parole in tutto, contate), poi un assolo di organo, poi un assolo di chitarra con Erik Brann che inonda di wah-wah ogni nota disponibile, poi l’assolo di batteria, poi un riff di percussioni con accenti vagamente tribali, poi il ritorno al tema, poi la voce alla fine. Punto. Fine.

L’eresia consiste nel fatto che funziona. Funziona così bene che ha venduto decine di milioni di copie, ha generato un’edizione singolo da 2’52” — l’unica degli Iron Butterfly mai entrata in Top 40 americana, posizione trenta — e una versione da 8’20” finita nella colonna sonora di Manhunter di Michael Mann (1986), il film che presentò Hannibal Lecter al pubblico americano prima che Anthony Hopkins lo trasformasse in icona pop. Nel 2009 VH1 lo collocò al ventiquattresimo posto fra le più grandi canzoni hard rock di tutti i tempi — classifica da prendere col beneficio d’inventario dei ranking televisivi, ma indicativa della sopravvivenza del brano nell’immaginario.

L’assolo di batteria: laude del minimalismo involontario

Qui sta il vero punto della questione, e merita qualche minuto di attenzione, perché è un pezzo di storia del rock che si tende a liquidare con sufficienza.

Gli assoli di batteria, in genere, appartengono a due categorie: quelli in cui il batterista dimostra quanto velocemente sappia menare botte sul kit (categoria Look ma, no hands), e quelli in cui il batterista dimostra quanto sia tecnicamente raffinato (categoria guardatemi, sono complesso). Entrambe le categorie tendono al narcisismo e alla noia mortale per chi non sia un altro batterista.

L’assolo di Ron Bushy in In-A-Gadda-Da-Vida — circa due minuti e mezzo — non appartiene a nessuna delle due categorie. È un assolo lento. Steady. Rhythmic. Costruito su pattern semplici, ripetuti, con un crescendo che non è virtuosistico ma narrativo. Non c’è quasi alcun rullo spettacolare. Non c’è velocità. C’è una pulsazione, quasi tribale, che si sviluppa, si compone, si decompone, e infine cede il passo al ritorno del riff. È un assolo che sopporta il riascolto, cosa che è assai più rara di quanto si pensi, e che ha un suo paradosso interno: è memorabile pur essendo, sulla carta, banalissimo.

L’altro elemento che lo rende un documento storico — e qui si va sul tecnico, ma importa — è la presenza, percepibile durante il solo, di uno dei primi utilizzi documentati dell’effetto flanger su disco rock. Quella sorta di evanescenza ciclica, di “effetto aeroplano” che colora la batteria, è il flanger applicato in fase di missaggio da Jim Hilton ai Gold Star Studios. Lo stesso effetto comparve in quel 1968 su un altro disco rock altrettanto fondativo (e su questo gli storici discutono ancora di paternità), ma resta il fatto che In-A-Gadda-Da-Vida contribuì a normalizzare l’uso di un trattamento sonoro che sarebbe diventato un cliché del decennio successivo.

Vi è infine un dettaglio che dovrebbe far riflettere: Ringo Starr, secondo testimonianze raccolte nelle biografie di Bushy, indicò esplicitamente quell’assolo come fonte di ispirazione. Ringo Starr. Il batterista dei Beatles. Che ascoltava il pizzaiolo di Los Angeles per imparare qualcosa. Sulla gerarchia non scritta del rock degli anni Sessanta, è un’informazione che andrebbe scolpita da qualche parte.

L’influenza sull’hard rock: ciò che è vero, ciò che è leggenda

Si dice che In-A-Gadda-Da-Vida abbia fondato l’heavy metal. È una di quelle affermazioni che vanno maneggiate con cautela, perché le fondazioni del metal sono molteplici e quasi sempre simultanee: i Cream lavoravano sulla pesantezza già nel 1967, i Blue Cheer pubblicarono Vincebus Eruptum nel gennaio 1968 (cinque mesi prima di Vida), gli Steppenwolf coniarono l’espressione heavy metal thunder in Born to Be Wild, i Led Zeppelin sarebbero usciti nel 1969, i Black Sabbath nel febbraio 1970. Dire che gli Iron Butterfly abbiano inventato il genere significa fare violenza a una storia molto più affollata e meno lineare.

Ciò che è ragionevolmente documentabile è altro: In-A-Gadda-Da-Vida fu uno dei primi esempi di suite rock estesa basata su un riff pesante, con organo distorto come strumento d’attacco e non come tappeto armonico. Influenzò la pratica del long-form — pezzi di durata cinematografica, non più formato radio — che sarebbe diventata caratteristica del prog (King Crimson, Yes, Genesis) e che troviamo riecheggiata in cose come Dazed and Confused dei Led Zeppelin o, su altri lidi, Echoes dei Pink Floyd. Influenzò la pratica dell’organo come strumento heavy: senza Doug Ingle non si capirebbero bene certi sviluppi di Jon Lord nei Deep Purple, dove l’organo Hammond ringhia come una chitarra. E influenzò, in modo meno appariscente ma sostanziale, l’idea che un disco rock potesse contenere un unico pezzo come asset commerciale principale.

Sulla parentela con il metal, l’ascolto in cieco rivela una verità interessante: Vida è meno metal di quanto la sua reputazione suggerisca. È più imparentato con il blues rock pesante, con la psichedelia acida, con l’occultismo da garage che con il metal vero e proprio. Chi lo ascolti aspettandosi i Black Sabbath rimarrà perplesso. Chi lo ascolti aspettandosi i Doors lunghi (la parentela con The End è esplicita, ed era già stata notata) capirà meglio cosa abbia in mano.

Il destino italiano: televisioni, spumanti e radio nottambule

Per il pubblico italiano In-A-Gadda-Da-Vida ha avuto una vita parallela a quella del rock internazionale, sostanziata da due usi mediatici che hanno innestato il riff nella memoria collettiva senza che molti ascoltatori sapessero davvero da dove venisse.

Il primo: la sigla del programma radiofonico RAI Supersonic, che per anni ha aperto trasmissioni musicali notturne con un passaggio della suite. Generazioni di ascoltatori radiofonici associano quel riff a una voce annunciante più che a una band californiana del 1968 — fenomeno tipico del consumo televisivo e radiofonico, in cui la musica viene de-contestualizzata e funzionalizzata fino a perdere il proprio nome d’origine.

Il secondo, più curioso e più rivelatore dell’epoca: lo spot televisivo dello spumante President Reserve Riccadonna, negli anni Settanta, con il pay off “La legge del desiderio”. Un brano nato per cantare in modo storpiato il giardino dell’Eden veniva usato per vendere bollicine italiane di fascia medio-alta. C’è in questa associazione una morale che non serve esplicitare, ma che dice molto sulla velocità con cui la controcultura americana veniva digerita e reimpacchettata dall’industria pubblicitaria mediterranea.

Va aggiunta una postilla doverosa: la voce diffusa secondo cui In-A-Gadda-Da-Vida sarebbe stata la sigla di una storica trasmissione televisiva italiana — circolano variamente nomi diversi — è uno di quegli ricordi collettivi che si reggono male alla verifica. La documentazione conferma con sicurezza Supersonic (radio) e Riccadonna (spot); altre attribuzioni sono nebbiose e meritano scetticismo metodico prima di essere ripetute come fatti.

Il pezzo nella cultura pop globale

Vale la pena registrare alcune apparizioni che danno la misura della longevità del brano. La sequenza d’apertura del Manhunter di Mann (1986), con la suite ridotta a otto minuti, è probabilmente il punto in cui Vida attraversa la soglia da relitto degli anni Sessanta a standard riconoscibile per il pubblico più giovane. Vi è poi l’episodio dei Simpson “Bart vende l’anima”, in cui Bart sostituisce gli inni religiosi con il testo di In-A-Gadda-Da-Vida, gioco che funziona solo se chi guarda sa che il titolo è una storpiatura di In the Garden of Eden — operazione meta-religiosa elegantissima che vale più di molte tesi sull’ironia postmoderna. Resident Evil: Extinction la usa per presentare il convoglio dei sopravvissuti. Compare in Home Improvement di Tim Allen. In The Last Ship. Ogni volta che un regista vuole significare epica psichedelica, Vida è lì pronta.

Coda: l’eredità di un disco che non doveva esistere

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel destino degli Iron Butterfly. Furono one hit wonder nel senso più stretto del termine — quel pezzo li definì e li imprigionò, e nessuno dei loro lavori successivi (Ball, 1969; Metamorphosis, 1970) avrebbe nemmeno lontanamente avvicinato il successo di Vida. Doug Ingle lasciò la band nel 1971, esaurito, e tornò solo a intermittenza nei decenni seguenti. Lee Dorman è morto nel 2012, Erik Brann nel 2003, Ron Bushy nel 2021, Doug Ingle nel maggio 2024 — l’ultimo dei quattro a uscire di scena, ottantenne in pensione che ogni tanto saliva sul palco con il figlio Doug Jr.

Eppure quel disco resiste. Non perché sia perfetto — non lo è, è anzi pieno di lungaggini, di passaggi che oggi suonano datati, di un kitsch psichedelico che richiede una certa benevolenza generazionale per essere apprezzato. Resiste perché ha catturato qualcosa: un certo modo di pensare al rock come liturgia laica, una certa pesantezza che apriva un cammino, una certa serietà giovanile che si prendeva sul serio fino al ridicolo e proprio per questo produceva qualcosa di vero.

Ascoltato oggi, con cuffie buone e un’ora libera davanti, In-A-Gadda-Da-Vida non è il monumento incontestabile che alcuni vogliono. Ma non è nemmeno il dinosauro che altri liquidano. È un pezzo strano, costruito su un equivoco etilico, salvato da un’incisione fatta per sbaglio durante un soundcheck, suonato da quattro ragazzi di cui uno faceva la pizza per sopravvivere, e diventato la prima certificazione platino della storia americana.

Doug Ingle aveva pensato di scrivere musica da film. Ha scritto, senza saperlo, la colonna sonora di un giardino dell’Eden biascicato — che è poi, a pensarci bene, l’unico modo onesto in cui il giardino dell’Eden possa essere raccontato a chi sia uscito dall’innocenza.


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Ennio Martignago