Erykah Badu torna dopo sedici anni, in coppia con The Alchemist: un disco sul tempo che scade, recensito nelle prime ventiquattr’ore da tutti tranne che dalla critica ufficiale.
L’ironia, con questo disco, è già tutta nel titolo. Before the World Blows — prima che il mondo esploda — è uscito venerdì 28 agosto, e nel momento in cui scriviamo, a meno di ventiquattr’ore dalla pubblicazione, il mondo non è ancora esploso: è però esplosa, questo sì, la rete. Sulle piattaforme di aggregazione la voce “critic score” resta desolatamente vuota — nessuna testata storica ha ancora avuto il tempo di assegnare un voto — mentre il pubblico si è già premurato di lasciarne qualche centinaio, tra i settanta e gli ottanta su cento, in un misto di entusiasmo e insofferenza per la durata. Prima ancora del mondo, insomma, a saltare è stata la pazienza di aspettare che la critica vera facesse il suo mestiere.
Erykah Badu non pubblicava un disco a proprio nome da sedici anni, contando dall’ultimo album in studio, New Amerykah, Pt. 2: Return of the Ankh (2010) — se si concede la mezza eccezione del mixtape But You Caint Use My Phone del 2015. Bastano queste due date a spiegare perché l’incontro con The Alchemist, produttore-culto del boom bap più polveroso, non fosse affatto scontato sulla carta. Tutto nasce, a sentire lei, da un’ossessione personale: rappare su “The Realest”, la base scolpita nel 1999 da Alchemist per i Mobb Deep, ascoltata per trent’anni come una canzone rubata. Un amico comune li presenta, e da lì diciotto mesi di sedute tra Dallas e Los Angeles, con un metodo che ribalta i ruoli attesi: Alchemist manda beat già compiuti, pensati per altro, e Badu li smonta e li ricostruisce insieme al suo collettivo Cannabinoids, aggiungendo kalimba, cori, percussioni — restituendo canzoni che di quei beat conservano solo la polvere di fondo.

Nemmeno il titolo ha avuto vita facile: annunciato per mesi con il nome di lavorazione Abi & Alan (secondo nome di lei, primo nome di lui, al secolo Alan Daniel Maman), il disco è arrivato in preordine sotto l’etichetta provvisoria e volutamente ridicola “Sorry, We Don’t Have an Album Title Yet…”, prima di diventare, a due settimane dall’uscita, Before the World Blows — una premonizione arrivata giusto in tempo. E prima di consegnarlo al mondo, i due lo hanno portato in giro dal vivo per mesi: un ascolto in anteprima quasi blindato a Toronto, tre serate in Giappone, un intero rodaggio dal vivo per il singolo “Witch Doctor”, sempre con la stessa liturgia — telefoni sequestrati in buste Yondr all’ingresso, solo macchine fotografiche usa e getta per i pochi giornalisti ammessi. Un rito anti-dispersione che stona, piacevolmente, con la voracità con cui il disco viene già sminuzzato in tempo reale sui social. Ironia della sorte, o forse era proprio il punto: l’idea, per stessa ammissione di Badu, le è venuta durante una sera di doomscrolling, tra meteo impazzito e presidenti con il dito sul bottone. Un titolo che è insieme diagnosi e terapia.
Musicalmente, il disco rifiuta ogni etichetta comoda. Sedici tracce più una nota conclusiva parlata, oltre un’ora di ascolto, un impasto di neo-soul, boom bap, jazz e funk che le prime cronache hanno già ribattezzato con incroci improbabili — “psychedelic neo-soul”, “jazz rap”, “hip hop soul” — senza che nessuna etichetta risulti davvero soddisfacente. Badu canta, ma sempre più spesso rappa: un rap sussurrato, cadenzato, quasi confidenziale, in cui il portale statunitense Stereogum ha creduto di riconoscere l’eco di André 3000, suo ex ai tempi degli OutKast. Gli ospiti — Thundercat, Kamasi Washington, Steve Lacy, Westside Gunn, Earl Sweatshirt, DRAM, Joi — arrivano uno alla volta come una squadra convocata per l’occasione, ma nessuno stona né prende il sopravvento: ognuno resta se stesso dentro un mosaico che non teme di cambiare umore da un brano all’altro.
Sotto la superficie sonora, l’album è un piccolo trattato — mai didascalico — su cosa significhi amare, restare, ereditare. Badu descrive l’amore come un’azione, non un sentimento: si manifesta come perdono, come spazio lasciato all’altro, come onestà anche quando fa male. C’è poi il tema della discendenza: si racconta come decima primogenita consecutiva di una linea femminile che risale dieci generazioni, un’eredità che dice di portare scritta nei propri mitocondri prima ancora che nei propri testi — tanto che, per un consiglio di famiglia, è andata a farsi leggere i tarocchi da Alejandro Jodorowsky, che le ha risposto con la storia di un albero abbattuto e di ponti tagliati per sempre. Non stupisce che una delle tracce sia firmata anche dalla figlia Mars. Per Badu, del resto, ogni gesto artistico è già un atto politico, quasi una forma di resistenza contro la distrazione permanente imposta dai social — la stessa distrazione a cui il disco, paradossalmente, si sta già consegnando nelle sue prime ore di vita online.

E la critica — quella vera, quando arriverà — cosa dirà? Per ora il mosaico di prime impressioni, tra blog specializzati come SoulBounce e Ratings Game Music e il popolare forum Album of the Year, racconta un disco che divide più per la lunghezza che per la qualità: c’è chi lo colloca già tra i migliori dell’anno per l’equilibrio tra la sperimentazione vocale di Badu e la produzione di Alchemist, e chi lo trova generoso fino all’eccesso, con episodi che si somigliano troppo e che un editing più severo avrebbe potuto sfoltire. Quasi tutti concordano però su un punto — lo nota per esempio SoulBounce — che la coppia “What the People Say” / “Hot BiBi”, costruita sullo stesso strumentale raccontato da due prospettive opposte, una più soul e una più hip hop, resta tra i momenti più riusciti, insieme a “Black Box”: il capitolo quasi liturgico — cori e sassofoni guidati da Kamasi Washington — che precede la nota parlata scelta per chiudere il disco. Il tono generale, insomma, è quello della scoperta entusiasta più che del capolavoro indiscusso: un disco da vivere, verrebbe da dire parafrasando la stessa Badu, più che da giudicare a tavolino.

Per chi in Italia preferisse formarsi un’opinione dal vivo invece che affidarsi ai primi verdetti online, l’occasione arriva in autunno: Badu e Alchemist saranno il 19 e 20 ottobre al Teatro Nazionale di Milano, per JAZZMI, il festival jazz milanese — una delle tappe più intime, tra teatri e club, di un tour pensato apposta per restituire quell’aria di seduta privata che ha accompagnato la nascita del disco. Nel frattempo, viene da chiedersi se non sia proprio questo il senso ultimo di un album intitolato “prima che il mondo esploda”: un invito, spudorato e vagamente comico nella sua urgenza, a concedersi un altro ascolto, un altro giro, un’altra canzone — prima che qualcuno, da qualche parte, prema davvero il bottone.
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