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Gretchen Parlato, The Wise Ones: la saggezza già scritta

Gretchen Parlato torna con The Wise Ones dopo quindici anni: la stessa band, una narrazione generazionale già scritta prima di ascoltare il disco.

È uscito ieri in streaming, di venerdì, come ormai si usa fare: The Wise Ones, il nuovo disco di Gretchen Parlato, undici tracce per l’etichetta indipendente britannica Edition Records, con CD e vinile in arrivo l’11 settembre. Sulla carta è la classica uscita che nel calendario delle novità settimanali scorrerebbe via senza lasciare traccia, se non fosse per una frase che ricorre identica — non simile, identica, parola per parola — su ogni negozio online, ogni scheda di etichetta, ogni comunicato ripreso da testate diverse: quindici anni dopo In a Dream (2009), il disco che secondo la vulgata critica contribuì a riscrivere il ruolo della voce nel jazz contemporaneo, Parlato torna a lavorare con la covata di musicisti che costruì quel suono — Robert Glasper, Gerald Clayton, Mark Guiliana, il compagno di lunga data Alan Hampton — per un album che intreccia canzoni scritte negli ultimi mesi ad altre vecchie fino a vent’anni, ricucite in un’unica narrazione. A cinquant’anni, si legge ovunque, Parlato scrive da un luogo di equilibrio, gratitudine e presenza, in bilico fra la giovinezza e l’età matura.

Per chi non segue il jazz vocale da vicino, vale la pena ricordare chi sia Parlato prima di arrivare al disco vero e proprio. Cresciuta a Los Angeles, dove ha studiato etnomusicologia e jazz alla UCLA, prima vocalist ammessa all’istituto jazz oggi intitolato a Herbie Hancock, vinse nel 2004 il concorso vocale internazionale del Thelonious Monk Institute — un lasciapassare che nel giro jazzistico vale quanto una laurea con lode — e pubblicò l’anno seguente il primo disco omonimo. I due album successivi, In a Dream e The Lost and Found (2011), mescolavano jazz, R&B, soul e influenze brasiliane in un fraseggio sospeso e ritmicamente spiazzante che ha lasciato tracce riconoscibili in un’intera generazione di cantanti successive, fra cui — non a caso — due delle ospiti di questo nuovo disco. Poi la maternità, un trasferimento a Los Angeles, una pandemia di mezzo, e un ritorno lento culminato nel 2021 con Flor. The Wise Ones arriva cinque anni dopo quel ritorno, non come esordio ma come bilancio.

Il fatto che l’identica formulazione sul “cerchio generazionale” compaia, parola per parola, su Rough Trade, su Bandcamp, sul sito dell’etichetta e su almeno un paio di negozi indipendenti che si vantano di schede “editoriali”, dice qualcosa di utile prima ancora di ascoltare una nota: l’idea che questo disco chiuda un cerchio, che le allieve di ieri — Amber Navran dei Moonchild, Becca Stevens — siedano oggi accanto alla maestra in un “dialogo intergenerazionale”, non nasce dall’ascolto di nessuno. Nasce da un ufficio stampa, e circola come fosse consenso critico prima che un solo orecchio indipendente abbia potuto verificarla. Non è una colpa di Parlato: è semplicemente come funziona oggi la circolazione del significato attorno a un disco. Il compito di chi scrive, qui come altrove, sarebbe distinguere fra ciò che il disco fa davvero e ciò che il testo di accompagnamento gli ha già assegnato di fare — compito reso più arduo dal fatto che, nella finestra strettissima fra l’uscita in streaming e l’arrivo del supporto fisico, quasi nessuno ha ancora avuto il tempo di formarsi un’opinione propria.

Ed è proprio in questa finestra che si può osservare, quasi in diretta, che cosa voglia dire oggi “internazionale” per un disco jazz. La sessione è tutta americana — registrata a Los Angeles, ai Lucy’s Meat Market Studios, da musicisti quasi tutti newyorkesi o californiani — ma esce per l’etichetta indipendente britannica Edition Records, con Dave Stapleton nel ruolo di produttore esecutivo; ed è la stampa britannica, non quella americana, ad aver ricevuto ascolto anticipato e a essere arrivata per prima con un giudizio che non fosse la solita biografia riciclata: la traccia d’apertura, “Capricorn”, viene descritta come un’atmosfera solare che ricorda il lato più jazzistico di Stevie Wonder, con un pianoforte notevole e voci stratificate con cura. È un giudizio specifico, su un brano preciso, e si distingue proprio per questo dal paragrafo biografico che tutti gli altri si limitano a fotocopiare. “Internazionale”, in un disco così, descrive meno le note suonate e più i circuiti — etichette, stampa specializzata, distribuzione — su cui il jazz indipendente ha sempre dovuto contare per esistere fuori dal proprio cortile di casa.

Sul piano musicale, la tracklist è disseminata di indizi che sembrano scelti apposta per un pubblico che ama collegare i puntini. Fra i brani “reimmaginati” compaiono “If It’s Magic” di Stevie Wonder, arrangiata da Glasper in una formazione volutamente scarna, e due cover che parlano entrambe, da angolazioni diverse, dello stesso tema — il tempo che passa sui figli. Una è il classico dei Tears for Fears sul mondo impazzito, qui reso con una kora, il liuto ad arpa dell’Africa occidentale affidato a Becca Stevens: l’unico momento in cui il disco esce davvero dai confini fisici di uno studio losangelino. L’altra è la canzone che Stevie Nicks scrisse decenni fa sui figli che crescono e sui genitori che invecchiano con loro. Sceglierle entrambe per un disco che si intitola I Saggi e che parla apertamente di generazioni non sembra casuale: è o un atto di risonanza cercata con cura, o la scelta più prevedibile possibile per un pubblico che quelle tre canzoni le conosce già a memoria. Probabile che sia vero un po’ l’uno e un po’ l’altro.

C’è poi un dettaglio che nessun comunicato ha bisogno di gonfiare, perché parla da solo: nel disco suona, insieme al marito Mark Guiliana alla batteria, anche il figlio della coppia, Marley — nato nel 2014 — la cui voce compare in “Block The Sun”, l’unico brano dell’intera scaletta a non avere fra gli ospiti nessuno dei nomi altisonanti del jazz newyorkese: solo la famiglia, e un sintetizzatore. Un disco che promette un “cerchio generazionale” lo realizza qui alla lettera, con tre generazioni imparentate per sangue e per matrimonio sulla stessa traccia. Se questa sia intimità autentica, o se anche l’autenticità familiare sia diventata, nel mercato dello streaming del 2026, una linea di prodotto che l’algoritmo premia quanto un buon ritornello, resta una domanda che il disco pone senza il minimo interesse a risolverla.

Vale la pena notare, infine, un piccolo cortocircuito che nessuno sembra aver controllato: la scheda crediti ufficiale dell’etichetta colloca la sessione di registrazione, sempre ai Lucy’s Meat Market, nel novembre 2026 — tre mesi nel futuro rispetto all’uscita in streaming. Refuso quasi certo, più che macchina del tempo, ma è il genere di imprecisione che sopravvive intatta su ogni pagina copiata dalla stessa fonte, esattamente come la narrazione generazionale di cui sopra: un disco intitolato I Saggi, la cui data di nascita ufficiale, per come è scritta ovunque, non è ancora arrivata.

Chi siano davvero, in questo disco, “i saggi” del titolo resta aperto quanto il resto. Potrebbero essere Glasper, Clayton, Guiliana e Hampton, tornati come anziani di una scena che hanno contribuito a fondare quindici anni fa. Potrebbe essere Parlato stessa, che a cinquant’anni rivendica lo status con la benedizione di ogni comunicato stampa disponibile. Oppure potrebbe essere, nella voce meno pubblicizzata di tutto l’album, un ragazzino nato nel 2014 che compare per pochi secondi su una traccia senza alcun ospite illustre, e che della saggezza — quella vera, quella che non si scrive in un comunicato stampa — non sa ancora, giustamente, nulla.


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Ennio Martignago