Episodio VI — La fabbrica dei volontari (e il vetro senza tasti)
Il web ci fece tutti scrittori e nessuno proprietario; il telefono ci mise in mano più potenza di calcolo di una banca del 1975 e ci tolse il diritto di installarci sopra quello che volevamo. Sesto episodio della serie.
Nel 1999 una designer di nome Darcy DiNucci scrisse per prima le due parole «Web 2.0» e non ne ricavò un centesimo; nel 2006 chi le aveva rese famose mandò una diffida legale a un’associazione irlandese che aveva osato usarle per un convegno. La filosofia dell’apertura si presentò al mondo con l’avvocato: non è un aneddoto pittoresco, è la sinossi. Il sesto episodio della serie entra nella stagione in cui il lettore diventò scrittore — e non se ne accorse mai — smontando con la solita diffidenza doppia sia l’epica della partecipazione sia la sua controstoria alla moda. Perché il trasloco decisivo non fu culturale ma tecnico: con AJAX il programma smise di abitare in casa nostra e cominciò a ricevere visite, e nessuno notò il camion. Poi il 9 gennaio 2007 arriva il telefono, e con esso il capovolgimento che regge tutto: Jobs annunciò l’iPhone senza alcun negozio di applicazioni, promettendo che il futuro sarebbe stato il web aperto — «la soluzione dolce», la chiamò. Sedici mesi dopo apriva l’App Store, con revisione preventiva e un pedaggio del trenta per cento. Il web aperto perse il telefono in meno di due anni, e lo perse per mano di chi glielo aveva promesso. Da lì il cuore del ragionamento: il personal computer non era una forma, era un permesso — quello di riprogrammare la macchina che possiedi. E il permesso è stato ritirato senza che nessuno lo revocasse, perché nessuno l’aveva mai scritto. Con la storia dell’aggeggio che per essere modificato ha avuto bisogno di una dispensa della Biblioteca del Congresso, le due favole consolatorie sulla dipendenza da schermo, e una malinconia italiana: un Paese che ha incontrato Internet dal telefono, saltando la macchina che si apriva.
Nel 1999 una designer americana di nome Darcy DiNucci scrisse un articolo su una rivista di grafica e usò, con ogni probabilità per prima, due parole destinate a una carriera che a lei non avrebbe portato un centesimo: Web 2.0. Il pezzo si intitolava «Fragmented Future», e sosteneva una cosa semplice e allora eccentrica: il web che conoscevamo era soltanto l’embrione di qualcosa; presto sarebbe comparso sugli schermi dei televisori, sui cruscotti delle automobili, sui telefoni. Non un posto dove andare, ma una sostanza che attraversa gli oggetti. Aveva ragione con cinque anni d’anticipo, il che in questo settore equivale a torto marcio.
Cinque anni dopo, nell’ottobre del 2004, un editore californiano e il suo socio organizzarono a San Francisco una conferenza. Il nome uscì da una sessione di brainstorming come escono i nomi delle conferenze, cioè per esclusione degli altri; e quel nome era lo stesso. Solo che questa volta aveva un listino prezzi. Nel giro di un paio d’anni «Web 2.0» divenne la parola d’ordine di un’intera stagione: la partecipazione, l’intelligenza collettiva, gli utenti che non consumano più ma creano, la rete come piattaforma. Poi, nel maggio del 2006, accadde la cosa che vale l’intero prologo. Un’associazione senza scopo di lucro di Cork, in Irlanda, organizzò una mezza giornata di incontri e la chiamò, con l’ingenuità di chi crede che le parole siano di tutti, «Web 2.0 Half Day Conference». Ricevette una lettera di diffida dai legali di uno degli organizzatori della conferenza americana: quelle due parole erano un marchio depositato, e per usarle in un convegno serviva il permesso. Ci fu imbarazzo, ci furono scuse pubbliche sui modi, la cosa rientrò. Ma resta lì, perfetta: la filosofia dell’apertura, della condivisione, del contenuto che vuole essere libero, si presentò al mondo con l’avvocato. Non è un dettaglio pittoresco. È la sinossi.
Il trasloco che nessuno notò
La parte culturale di quella stagione l’abbiamo raccontata tutti mille volte. La parte tecnica, che è quella che conta, quasi mai. Nel febbraio del 2005 un progettista di interfacce di nome Jesse James Garrett pubblicò un saggio breve in cui dava un nome a una tecnica che stava già circolando: la chiamò AJAX. Il contenuto è meno esoterico di quanto suoni. Fino ad allora una pagina web era una fotografia: la chiedevi, arrivava, restava ferma; per cambiare qualcosa bisognava chiederne un’altra intera, e il mondo si spegneva e si riaccendeva a ogni clic. Con quella tecnica la pagina imparò a parlare col server di nascosto, mentre tu la guardavi, aggiornando un pezzo alla volta senza mai spegnersi. Sembra una raffinatezza da ingegneri. Fu il trasloco più importante di trent’anni.
Perché da quel momento il browser smise di essere un lettore e divenne un ambiente di esecuzione: dentro una finestra poteva girare un programma vero. Nell’aprile del 2004 era già arrivato Gmail, con un gigabyte di spazio quando i concorrenti ne davano due megabyte, il che lo fece scambiare per uno scherzo del primo aprile; lo scherzo era che fosse vero, e che quel gigabyte lo pagasse la lettura automatica della posta. Nel 2005 arrivò la mappa che si trascinava col mouse invece di ricaricarsi a scacchiera. E in un paio d’anni una generazione di programmi che avevamo sempre installato — la posta, il calendario, il foglio di calcolo, il fotoritocco — smise di abitare in casa nostra e cominciò a riceverci in visita.
Fu venduto, con perfetta onestà, come comodità: niente più installazione, niente più dischetti, niente più numeri di versione, niente più backup. Ed era vero. Questo è il punto che i moralisti saltano sempre: il recinto non fu imposto, fu offerto, e noi dicemmo di sì, e facemmo bene, perché funzionava meglio. Il prezzo era scritto, ma in un carattere che nessuno legge: da quel momento il programma non era più un oggetto in tuo possesso che eseguiva i tuoi ordini, era un servizio in possesso di qualcun altro che ti concedeva di usarlo. Il camion del trasloco passò di notte e nessuno guardò fuori dalla finestra.
L’architettura della partecipazione
Sulla base tecnica crebbe l’epica, e l’epica era anche vera, il che la rende più interessante di una bugia. Il lettore diventò scrittore: davvero. Wikipedia, nata nel 2001, dimostrò che una enciclopedia scritta gratis da sconosciuti poteva reggere il confronto con quelle scritte a pagamento da professori. I blog moltiplicarono le firme per mille. Flickr insegnò al mondo a etichettare le fotografie con parole scelte da chi guardava e non da chi catalogava, e qualcuno battezzò quella pratica con una parola bruttissima e onesta, folksonomia: la classificazione del popolo, disordinata, ridondante, e stranamente efficace.
Alvin Toffler l’aveva previsto nel 1980, quando aveva coniato prosumer, il consumatore che produce. Solo che Toffler immaginava un ritorno all’autoproduzione, il contrario dell’industria; e quello che arrivò fu invece l’industria che aveva finalmente capito come far lavorare i clienti. Perché la domanda che nessuno faceva, in quella stagione di entusiasmo genuino, era elementare: milioni di persone stavano scrivendo. Su carta di chi? Lo scriptorium medievale aveva almeno il vantaggio che il monaco possedeva le proprie mani. La blogosfera aveva il blogger che possedeva le parole e Google che possedeva l’indice — cioè l’unica cosa che decideva se quelle parole esistessero. Non fu una truffa. Fu un affare in cui una parte portava il lavoro e l’altra portava la strada, e la strada, si scoprì poi, valeva più del lavoro.
Il feed che obbediva
C’è un oggetto tecnico che riassume la fine della stagione meglio di qualsiasi saggio, ed è morto in silenzio. Si chiamava RSS. Era un formato banale con dentro una promessa politica: io pubblico, tu ricevi, e in mezzo non c’è nessuno. Nessun algoritmo, nessuna scelta editoriale altrui, nessuna ottimizzazione; se ti eri iscritto a venti fonti, ricevevi venti fonti, in ordine di tempo, tutte, anche quelle noiose. Un flusso che obbediva a te.
Nel 2005 Google costruì il lettore che rese quella promessa comoda per chiunque, e nel 2013 lo spense. Non per malvagità: perché non faceva soldi, e le cose che non fanno soldi muoiono, ed è la legge più banale e più implacabile del periodo. Quando l’aggregatore chiuse, la promessa chiuse con lui: la parola feed rimase, ma aveva cambiato padrone. Da quel momento «il tuo flusso» non significò più le fonti che avevi scelto, significò l’ordine che qualcun altro aveva calcolato per te, e che chiamò «i tuoi interessi» perché era il modo più educato per dire «le nostre metriche». La differenza tra i due oggetti non è tecnica ed è tutto: uno eseguiva un tuo ordine, l’altro esegue un ordine altrui e ti attribuisce la firma.
Chi pagava il caffè
I soldi, in tutto questo, arrivavano da un posto solo. Nel 2003 Google aveva aperto la pubblicità a chiunque avesse una pagina; nel 2007 comprò per oltre tre miliardi l’azienda che seguiva i lettori da un sito all’altro. Era nato il modello che avremmo chiamato gratuito, con quella parola bellissima e falsa. Non era gratuito: era prepagato con una moneta che allora sembrava non contare, perché l’attenzione appariva infinita, ed era invece l’unica risorsa finita nella stanza.
Nel novembre del 2007 Facebook lanciò un sistema che raccontava agli amici cosa avevi comprato su altri siti. Si chiamava Beacon, e fu uno scandalo enorme: il tubo invisibile era diventato visibile per un attimo, la gente si arrabbiò, l’azienda si scusò e lo spense. Poi, nei quindici anni successivi, la stessa identica cosa è stata reintrodotta a pezzi, sotto altri nomi, senza un solo scandalo — perché nel frattempo era diventata il tempo atmosferico, e col tempo atmosferico non ci si indigna, ci si veste.
La soluzione dolce
Il 9 gennaio 2007, a San Francisco, Steve Jobs presentò un telefono. La cosa che tutti dimenticano, e che vale questo episodio intero, è che non c’era nessun negozio di applicazioni. Non era stato rimandato: non era previsto. Quando gli chiesero come si sarebbe fatto a scrivere programmi per quell’aggeggio, Jobs rispose che il futuro era il web: bastava scrivere applicazioni web moderne, con quella tecnica che aveva appena imparato a far girare programmi veri dentro una finestra, e sarebbero andate benissimo, avrebbero avuto lo stesso aspetto e lo stesso comportamento dei programmi nativi. La chiamò la soluzione dolce. Il telefono più chiuso della storia venne annunciato al mondo come il trionfo definitivo del web aperto.
Sedici mesi dopo, nel luglio del 2008, apriva l’App Store: revisione preventiva di ogni programma, quota annuale per gli sviluppatori, e un pedaggio del trenta per cento su tutto ciò che passava di lì. Il web aperto perse il telefono in meno di due anni, e lo perse per mano di chi glielo aveva promesso. Non serve nemmeno sostenere che la promessa fosse insincera — probabilmente non lo era: nel 2007 le applicazioni web sul telefono facevano davvero pena, e il negozio funzionava meglio, e gli sviluppatori lo vollero, e gli utenti lo amarono. È esattamente questo il punto, ed è il punto di tutta la serie: non c’è bisogno di un tradimento. Basta che la strada peggiore sia scomoda e quella migliore abbia un casello.
L’apertura che resta nella licenza
La risposta arrivò l’anno dopo, e si presentò come apertura. Google aveva comprato Android nel 2005 per una cifra da mancia; nell’ottobre del 2008 uscì il primo telefono, e il sistema era davvero libero: chiunque poteva prenderne il codice, leggerlo, modificarlo, costruirci sopra. Lo è ancora. È tutto vero. È anche, per larga parte, inutile — perché nel tempo tutto ciò che rende un telefono un telefono, le mappe, le notifiche, l’identità, i pagamenti, la posizione, è migrato dentro uno strato che libero non è, e che non si prende: si ottiene in licenza, a condizioni. Nessuno ha mentito. La casa è aperta, la porta è spalancata, solo che l’impianto elettrico è di un altro e non si vende. Cercatelo, questo movimento: massima apertura a un livello, massimo controllo al livello immediatamente sopra. È lo stesso identico meccanismo dell’episodio precedente, con la scatola beige e il sistema operativo. Non si ripete perché qualcuno lo copia. Si ripete perché è la meccanica.
Il permesso del bibliotecario
Adesso la parte che dovrebbe farci più impressione di tutte, e non ce ne fa nessuna. Il personal computer non è mai stato una forma. Non era il rettangolo, non era la tastiera, non era il prezzo. Era un permesso: quello di riprogrammare la macchina che possiedi. L’Apple II usciva dalla fabbrica con gli schemi elettrici stampati nel manuale, perché si dava per scontato che il proprietario avesse il diritto di guardarci dentro.
L’aggeggio che avete in tasca adesso ha più potenza di calcolo della macchina che nel 1975 faceva funzionare una banca intera. Non potete installarci sopra quello che volete senza chiedere il permesso a qualcuno che non siete voi, non abita nel vostro Paese, e trattiene una percentuale su quello che vendete. Quando qualcuno cominciò a scardinare quel blocco — il jailbreak, cioè esattamente ciò che il popolo dei garage faceva per hobby nell’episodio secondo — la questione smise di essere tecnica e diventò legale: nel 2010 fu la Biblioteca del Congresso degli Stati Uniti, con un’eccezione a una legge sul diritto d’autore, a stabilire che modificare il proprio telefono non era un reato. Fermiamoci un secondo su questa frase. Per fare al proprio oggetto ciò che Wozniak faceva al suo, è servita una dispensa di un bibliotecario di Washington. Il resto è cronaca lenta: una causa miliardaria che nel 2021 lasciò il pedaggio quasi intatto, e un regolamento europeo che dal 2024 obbliga finalmente ad aprire uno spiraglio — cioè l’Europa che ancora una volta scrive le regole di una casa che non ha costruito, ed è un potere vero, ma è il potere di chi arriva a cose fatte.
E poi la tastiera, che è sparita. Non è un complotto: è ergonomia. Il vetro è magnifico per consumare e mediocre per produrre, e questo, moltiplicato per due miliardi di persone e vent’anni, non è un dettaglio d’arredo: è una scelta di civiltà presa senza che nessuno la proponesse.
Le due favole del pollice
Qui arrivano le due favole, e vanno respinte insieme, come sempre in questa serie. La prima è alla moda e fa audience: c’è una stanza, dentro la stanza ci sono ingegneri, gli ingegneri hanno progettato la dipendenza girando una manopola. È una storia comodissima — dà un volto a un meccanismo, un colpevole a un disagio, e vende documentari. È anche quasi tutta falsa, e la versione vera è peggiore: nessuno ha girato nessuna manopola. Migliaia di piccoli esperimenti, ciascuno innocuo, ciascuno che ottimizzava un numero su cui qualcuno sarebbe stato valutato a fine trimestre, hanno prodotto in dieci anni lo stesso identico risultato che avrebbe prodotto un complotto, col vantaggio che nessuno deve essere colpevole e nessuno può essere fermato, perché non c’è nessuno da arrestare. Non è un piano. È una pendenza. E una pendenza non si può processare.
La seconda favola è quella dell’industria, ed è altrettanto consolante: è solo uno strumento, neutro, dipende da come lo usi. Anche questa è falsa, perché uno strumento progettato da migliaia di esperimenti per massimizzare il tempo che ci passi sopra non è più neutro di una slot machine. Entrambe le tifoserie preferiscono la propria semplificazione, e nessuna delle due sopporta la sola risposta onesta: lo strumento non è neutro e l’utente non è un burattino, e la faccenda va guardata in questa scomodità qui, senza uscirne.
Una nota, sui nativi digitali, formula del 2001 che ancora oggi qualcuno usa credendo di fare un complimento. La generazione cresciuta dentro queste macchine ne sa meno, di come funzionano, della generazione che doveva configurare gli indirizzi delle periferiche con un cacciavite e un manuale. Sono utenti fluenti e proprietari analfabeti. Sanno guidare, non hanno mai aperto il cofano, e il cofano è saldato.
La malinconia del vetro
L’angolo italiano, come sempre. C’è un Paese che alla rete non è arrivato passando per la scrivania: ci è arrivato direttamente dal telefono, saltando quasi per intero la macchina che si apriva, si espandeva, si smontava. Per una parte consistente degli italiani il primo computer della vita è stato un vetro nero senza tasti e senza viti. Il ragazzo che nel 1984 digitava BASIC su un Commodore in un tinello di provincia, con il registratore a cassette e le riviste che stampavano i listati da ricopiare a mano, capiva della propria macchina più di quanto suo nipote capisca oggi di un aggeggio che costa uno stipendio. La metamorfosi, in Italia, è generazionale e cammina all’indietro: più le macchine sono diventate potenti, più i loro proprietari sono diventati ospiti.
Il conto, di nuovo
Mettiamo in fila anche stavolta, senza affezionarci. Chiamammo Web 2.0 la liberazione della scrittura, e la scrittura fu liberata davvero: milioni di persone scrissero, e alcune benissimo. Ma scrissero su carta altrui, e il valore non stava nella scrittura, stava nell’indice; e l’indice, che era il piano di sopra, non l’abbiamo mai neanche chiesto. Chiamammo il telefono un’estensione dell’individuo, e lo è: solo che l’individuo esteso non può decidere cosa gira dentro l’estensione di sé. Abbiamo ottenuto una potenza di calcolo che il popolo dei garage avrebbe scambiato per stregoneria, e l’abbiamo ottenuta in comodato d’uso.
E adesso la domanda per l’ultimo tratto. Nel 2006, mentre tutti guardavamo il telefono che stava per arrivare, in un capannone della Virginia veniva acceso qualcosa di cui non parlò nessuno: un servizio che affittava capacità di calcolo e spazio a chiunque, a ore. I due fatti sembrano non c’entrare niente. Sono lo stesso fatto visto dalle due estremità. Perché quel rettangolo di vetro, da solo, non sa fare quasi nulla: è potentissimo e cieco, e tutto ciò che gli chiediamo di sapere sta altrove, in un capannone che non abbiamo mai visto, in un Paese in cui non votiamo. Provate a togliere la linea. Vi resta in mano un oggetto tiepido, muto, bellissimo, ancora vostro per legge e non più vostro di fatto. La domanda che portiamo all’episodio prossimo è quindi soltanto questa: se la macchina personale è diventata la finestra su una macchina che non è nostra, chi paga l’affitto della stanza dall’altra parte, e per quanto tempo ancora accetteremo di chiamarla la nostra?
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