Riassunto
Trent’anni fa un giovane avvocato di nome L. Londell McMillan liberò Prince dalla Warner Bros. in appena quattro mesi, e Prince chiamò “Emancipation” il disco che seguì quella vittoria. Oggi lo stesso McMillan, non più legale ribelle ma co-manager della sua eredità, firma il comunicato di “Timeless” – il nuovo capitolo dei recuperi postumi dal Vault di Paisley Park – promettendoci di restituirci “l’essenza senza tempo” del musicista. Fra le dieci tracce che attraversano quasi quarant’anni di carriera, da un demo del 1977 fino all’ultima esibizione dal vivo del 2016, si nasconde anche uno scarto proprio delle sessioni di “Emancipation”: una canzone rimasta chiusa nella cassaforte per tre decenni, oggi ribattezzata “Stone”. Non sarebbe una notizia, se la stessa retorica della libertà non fosse stata invocata, pochi mesi prima, per giustificare la sepoltura di un documentario Netflix di nove ore che quella libertà, forse, l’avrebbe raccontata fino in fondo – ombre comprese. Noi di Il Franti abbiamo ascoltato “Timeless”, raccolto la critica internazionale – che si è divisa come sempre accade di fronte a un oggetto postumo, fra chi grida al capolavoro ritrovato e chi assegna appena due stelle su cinque – e provato a tenere insieme i pezzi di una storia che si morde la coda. Non per emettere l’ennesimo verdetto su un’eredità gestita da chi resta, ma per chiederci, con lo stesso dubbio metodico che riserviamo a ogni narrazione, mainstream o controcorrente che sia, cosa voglia dire davvero essere “senza tempo” quando a deciderlo sono i contratti, i calendari commerciali e gli anniversari tondi da rispettare. La risposta, come sempre da queste parti, resta aperta.
Nel 1996 un avvocato trentenne che i consulenti di Prince avevano scartato in un primo momento, giudicandolo troppo inesperto dopo che altri legali più quotati non erano riusciti a sbloccare la situazione, chiuse in appena quattro mesi una trattativa che si trascinava da anni: liberò il musicista dal contratto capestro che lo legava alla Warner Bros., quello che gli impediva perfino di scegliere i propri tempi di pubblicazione. Si chiamava L. Londell McMillan, e quella vittoria lo consacrò come uno dei nomi di riferimento del diritto dello spettacolo americano. Prince, che dal 1993 si presentava in pubblico con la scritta SLAVE tracciata sulla guancia e aveva sostituito il proprio nome con un simbolo impronunciabile pur di non restare prigioniero di un marchio altrui, chiamò “Emancipation” il triplo album pubblicato subito dopo quella vittoria, in piena autonomia, con la propria etichetta NPG. Fra le session di quei mesi restò fuori anche una canzone scritta da Sandra St. Victor con due coautori, promessa a Prince nel ’93 in cambio di una collaborazione mai realizzata: si chiamava allora “Nothing Left to Give”. Rimase nella cassaforte di Paisley Park. Ci sarebbe rimasta per trent’anni.
Il 28 agosto 2026, a dieci anni dalla scomparsa di Prince, quella canzone è tornata alla luce con un nuovo titolo, “Stone”, ed è una delle dieci tracce di “Timeless”, l’ultimo capitolo postumo pubblicato dalla Prince Estate insieme a Legacy Recordings. Ed è qui che la storia comincia a mordersi la coda: a firmare il comunicato che promette di restituirci “l’essenza senza tempo” del musicista è di nuovo lui, L. Londell McMillan – non più il giovane legale che nel ’96 strappò Prince a un’etichetta, ma il co-manager di un’eredità che nel frattempo ha imparato a maneggiare la parola “libertà” con una disinvoltura quantomeno interessante.
Fra quella prima liberazione e questa seconda c’è di mezzo una storia assai meno lineare di quanto le due targhe promozionali lascino intendere. Prince muore il 21 aprile 2016, a 57 anni, senza aver mai scritto testamento: un’eredità intestata da dividere fra sei fratellastri, mesi di udienze per stabilire chi dovesse amministrarla e, nel 2017, perfino un giudice che nega proprio a McMillan un ruolo di rappresentanza, preferendogli altri nomi. Il ritorno in auge arriva solo più tardi, fino alla riorganizzazione della Estate del 2022 che lo consacra fra i vertici attuali. È durante questo secondo mandato che va in scena l’episodio più controverso della gestione del Vault: dal 2018 Netflix aveva affidato a Ezra Edelman – il regista premio Oscar di “O.J.: Made in America” – un documentario sulla vita di Prince, con accesso pressoché totale alla cassaforte di Paisley Park che la vulgata vuole colma di ottomila brani mai pubblicati. Cinque anni di riprese avevano prodotto nove ore di montato in sei episodi, un ritratto che – a detta di chi l’ha visionato – non risparmiava le ombre dell’uomo, comprese accuse di abusi fisici ed emotivi. Nel febbraio 2025 il progetto viene bloccato: la Estate, esercitando un diritto contrattuale di verifica sui contenuti, parla di imprecisioni fattuali e toni sensazionalistici; Edelman ribatte che la vera preoccupazione fosse reputazionale, un possibile “danno generazionale” al marchio più che un torto alla memoria dell’uomo. Netflix e la Estate chiudono la vicenda con l’annuncio di un nuovo documentario “autorizzato”, stesso accesso all’archivio, altra regia – e un video promozionale che porta un hashtag ormai familiare: “The Vault Has Been Freed. #FREE”.
Liberato il Vault della musica. Rimasta chiusa, guarda caso, l’unica narrazione che di quel Vault pretendeva di raccontare anche il rovescio. Difficile non notare il cortocircuito semantico: la stessa parola – libertà, emancipazione – che nel ’96 serviva a McMillan per strappare Prince a chi voleva possedere la sua immagine, nel 2025 gli serve per giustificare la sepoltura di un’immagine che stavolta nessuno voleva possedere, ma solo raccontare per intero. “Timeless” arriva, cronologicamente, come il primo frutto pubblico di questa liberazione a targhe alterne.

Il disco attraversa quasi quarant’anni in dieci tracce ordinate secondo la cronologia di incisione. Si apre nel 1977 con “I Am You”, inciso ai Sound 80 di Minneapolis quando Prince aveva diciannove anni ed era da poco sotto contratto Warner: lo eseguì dal vivo solo due volte, ai suoi primissimi concerti pubblici del gennaio 1979. Si passa per “Tick Tick Bang”, radice del 1981 poi rifiorita nel 1990 sulla colonna sonora di “Graffiti Bridge”; per “Heaven”, scarto delle session di Sunset Sound dell’85 pensato per un musical mai realizzato, che perfino i recensori più severi indicano come il vertice della raccolta; per “With This Tear”, inciso nel ’91 con la sua voce guida al pianoforte prima di essere ceduto a Céline Dion per il suo album di debutto omonimo; per la già ricordata “Stone”; per “Calabama”, 2003, incrocio fra disco, pop e rap che testimonia quanto Prince, vent’anni dopo l’esordio, continuasse a cercare strade nuove; per “The Guilty Ones”, nata sull’onda delle sue leggendarie ventuno serate alla O2 Arena di Londra del 2007, come replica scherzosa al pubblico più indisciplinato. Si chiude con l’esecuzione dal vivo di “How Come U Don’t Call Me Anymore?” – un B-side del 1983 mai valorizzato come meritava – incisa poche settimane prima della morte durante il tour solista “Piano & A Microphone”: l’unico momento dell’intero disco in cui non ascoltiamo un Prince ricostruito in studio da altri (il remastering dell’intera raccolta porta la firma del suo storico fonico Chris James), ma un uomo solo, al pianoforte, che canta per l’ultima volta.
La critica internazionale, come sempre di fronte a un oggetto postumo, si è divisa con la consueta simmetria – a partire da una domanda solo apparentemente tecnica: si tratta di un album o di una compilation? Chi lo cura lo presenta come il primo progetto discografico “costruito” per attraversare ogni epoca della carriera; chi ascolta senza pregiudizi nota che dieci tracce incise in decenni diversi, da mani diverse, con logiche diverse, somigliano più a un’antologia che a un disco pensato come tale – distinzione che pesa, perché un’antologia si giudica con criteri diversi da un’opera unitaria. Sul contenuto, poi, si legge di tutto: l’emittente pubblica minnesotana The Current ha fatto notare come proprio Prince, in un’intervista del 2014 ad Arsenio Hall, rivendicasse di costruire i propri dischi aspettando che le canzoni si aggregassero naturalmente fra loro prima di pubblicarle – un lusso che nessun archivio compilato da altri, per definizione, può concedersi. Il portale olandese Apoplife, riferimento del fandom princiano internazionale, non le manda a dire: due stelle su cinque, un giudizio impietoso che salva sì e no quattro canzoni su dieci, “Heaven” in testa. Fra i fan più affezionati, in rete, si sono lette parole meno felpate ancora: riempitivo, materiale di seconda scelta, perfino l’invito sarcastico rivolto proprio a chi oggi amministra il Vault a farsi da parte. Non è la prima volta: la retorica dell’apertura della cassaforte accompagna ogni uscita postuma dal 2016 in avanti, eppure la promessa iniziale – un album di inediti ogni anno, per decenni, tale era la mole di materiale annunciata subito dopo la morte – resta clamorosamente disattesa, come ricordano gli stessi cronisti del fandom. Il che insegna quantomeno una cosa, valida ben oltre Prince: una cassaforte gestita è meno cassaforte e più magazzino, soggetto alle stesse logiche di scarsità calcolata di qualunque altro prodotto discografico – lo dimostra la stessa “Timeless”, disponibile anche in un’edizione limitata in vinile marmorizzato viola, venduta in esclusiva diretta, come si conviene a un’eternità che sappia pure fare numeri.

Sarebbe comodo, a questo punto, schierarsi tutti dalla parte del regista sacrificato sull’altare del profitto: è la lettura che la stampa di settore, quasi all’unanimità, ha abbracciato, restituendo agli appassionati l’ennesima storia di un’eredità tradita dai propri custodi. Ma il dubbio metodico non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi si presenta come vittima. Un documentario di nove ore firmato da un autore con tutto l’interesse – professionale, reputazionale, perfino economico – a costruire l’opera “definitiva” su un mito non è meno un prodotto narrativo di quanto lo sia una compilation celebrativa: ha solo un pubblico diverso da conquistare, e una statuetta diversa a cui ambire. Le accuse di imprecisione sollevate dalla Estate non sono automaticamente pretestuose solo perché a formularle è una controparte con interessi commerciali – potrebbero esserlo, come potrebbero non esserlo, e a stabilirlo non basta certo l’etichetta di “opera censurata” che il documentario si è nel frattempo guadagnata. Nella cultura contemporanea, anzi, quell’etichetta è diventata essa stessa un marchio di autenticità pronto all’uso, capace di vendere quanto e più della benedizione ufficiale che pretende di smascherare. Nessun fact-checker ha le mani pulite; ma nemmeno il censurato di turno le ha automaticamente pulite, per il solo fatto di essere stato messo a tacere.
Resta, spenta l’ultima traccia, una domanda che “Timeless” non scioglie – e che forse non tocca a un album sciogliere: cosa significhi essere senza tempo quando a decidere cosa, del proprio tempo, debba sopravvivere sono altri, con calendari editoriali, contratti di licenza e anniversari tondi da rispettare. Da vivo, Prince aveva fatto della propria narrazione un campo di battaglia permanente: ritirava la musica da YouTube e dalle piattaforme quando non ne condivideva i termini, vietava le telecamere ai concerti, pretendeva l’ultima parola su ogni fotografia, ogni intervista, ogni disco. Chi oggi amministra il suo nome ha ereditato la stessa ossessione per il controllo narrativo, limitandosi a rivolgerla in direzione opposta: non più contro chi voleva sfruttarlo, ma contro chi voleva raccontarlo per intero. Se questa sia una trasformazione della sua eredità o, al contrario, la sua imitazione più fedele, resta – come si conviene – una domanda aperta.
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