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Arlo Parks, Ambiguous Desire: il club come terapia d’urto, o come la si racconta

Ambiguous Desire di Arlo Parks è il disco della maturità, tra techno, UK garage e storia queer. Una recensione che non crede a tutte le narrazioni, ma ascolta il disco.


C’è una storia che Arlo Parks racconta con la precisione di chi l’ha raccontata molte volte: il burnout del 2022, le date americane cancellate, il tour bus come prigione mobile, la giovinezza rubata da un Mercury Prize arrivato troppo presto. Poi il trasferimento a Los Angeles, le cene a porte aperte, le notti nei club di New York — il Nowadays, il Basement — a sudare tra sconosciuti e ritrovare, in quella dissolvenza collettiva, qualcosa che assomigliava a sé stessa. È una storia bella. È anche una storia perfettamente confezionata per il momento in cui viviamo, dove il racconto del burnout e della rinascita è diventato il genre letterario dominante della cultura pop. Il che non significa che sia falsa. Significa che conviene leggerla con un secondo occhio aperto.

Ambiguous Desire, uscito il 3 aprile 2026, è il terzo album di Anaïs Marinho — nome anagrafico di Parks — ed è, senza dubbio, il suo lavoro più ambizioso e il più rischioso. Il rischio non era quello di fare un disco dance: il rischio era fare un disco dance e convincere il pubblico che non si trattasse di un disco dance ma di un gesto politico. Ci riesce quasi sempre. Quasi.

L’operazione parte da una diagnosi lucida della propria traiettoria. Collapsed in Sunbeams (2021, Mercury Prize) l’aveva incoronata come voce di una generazione — etichetta che funziona finché non la si indossa ogni giorno per tre anni. My Soft Machine (2023) aveva mostrato i segni dell’usura: un disco nato «in momenti frammentati tra un tour e l’altro», come ammettono pudicamente i dossier promozionali, accolto con il tipo di plauso tiepido che è peggio di un’accoglienza fredda, perché non lascia nemmeno il conforto della polemica. Con Ambiguous Desire Parks ha deciso di bruciare il blueprint. Non metaforicamente: ha smantellato le sessioni con band dal vivo, ha chiuso la voce «leggera come una piuma» dentro sintetizzatori modulari e plugin Ableton, ha convocato il produttore Baird in un loft di Los Angeles e ha passato mesi a costruire qualcosa che suonasse come suonavano i posti dove aveva imparato a respirare di nuovo.

Il risultato è un disco che oscilla tra quattro morfologie sonore con la disinvoltura di chi ha fatto i compiti: la house «morning music» dei momenti di transizione tra il buio del club e la luce dell’alba, la techno tellurica di Heaven (nata da un’epifania durante un set di Kelly Lee Owens sotto un ponte a Los Angeles, mentre la DJ suonava un remix dei Radiohead di Gigamesh — il tipo di dettaglio biografico talmente preciso da sembrare reale, e probabilmente lo è), il UK garage e il breakbeat dei brani che guardano indietro alle radio pirata britanniche, e infine il trip-hop riflessivo di Senses, dove la voce di Sampha viene trattata come «un antico strumento a fiato» — definizione sua, non mia, ma abbastanza bella da meritare di essere citata.

Get Go è il brano più onestamente strano dell’album e, non a caso, il più interessante. Parks ha recuperato in un mercatino di Londra una cassetta intitolata London Pirate Radio Adverts 1984-1993, Vol. 1 e ne ha campionato i frammenti: ragazzi che pagavano le emittenti pirata per trasmettere appelli alle ex fidanzate, spot di un servizio chiamato «Ravers Dateline» dedicato alla socializzazione tra frequentatori di rave illegali, jingle sbiaditi che odorano di jungle e garage primordiale. Messa così sembra un’operazione di archeologia sentimentale commovente, e in parte lo è. Ma è anche il gesto più calcolato dell’album: prendere la storia orale di una cultura queer e underground britannica — fisicamente cancellata dalla gentrificazione — e trasformarla in texture sonora per un disco del 2026. L’accademia chiamerebbe questo «preservazione attraverso la citazione»; il mercato lo chiama «autenticità». Il confine tra le due cose è sottile quanto il nastro di quella cassetta.

La traccia che funziona meglio senza bisogno di paratesti è Heaven, che Parks descrive come «morning music» — quel tipo di brano che i DJ usano all’alba per portare chi ha ballato tutta la notte fuori dal club senza traumi eccessivi. Il basso è tellurico, la voce è tessuta dentro la sezione ritmica fino a diventare quasi subliminale, il pianoforte di Brad Oberhofer galleggia sopra come un residuo di lucidità. È un brano che funziona senza spiegazioni. Il che, nell’economia di Ambiguous Desire, non è scontato.

2SIDED, il singolo con cui tutto è cominciato — nominato primo «Hottest Record del 2026» da BBC Radio 1 il 13 gennaio — condensa nel modo più diretto la tensione centrale del disco: il desiderio queer non come riflessione interiore ma come rivendicazione di spazio fisico. Parks ha dichiarato di essersi ispirata alla storia dei grandi club queer newyorkesi, dal Paradise Garage al Loft, leggendo il saggio Raving dell’accademica McKenzie Wark e studiando figure come Todd Terry e Larry Levan. Anche qui: la storia regge, il gesto è reale, ma il modo in cui viene raccontato — con quella precisione bibliografica da comunicato stampa — lascia la sensazione che la distanza tra l’esperienza e la sua narrazione sia leggermente più ampia di quanto l’artista voglia ammettere. Non è un difetto. È la condizione di qualunque artista che sia anche un prodotto culturale, ovvero di tutti.

Senses, con Sampha, è il momento più bello e il meno danzabile dell’album — il baricentro emotivo attorno a cui tutto il resto orbita senza toccarlo. La sua voce è quella «vulnerabilità euforica» che Parks cerca ovunque e qui trova senza doverla costruire. Floette, la chiusura, risponde alla domanda «What does it mean if I don’t change?» con «We’re blossoming» — un finale che, a seconda dell’umore, suona come una promessa o come il titolo di una campagna pubblicitaria per una crema idratante. Probabilmente entrambe le cose. Il 2026 è così.

La critica internazionale ha risposto con il tipo di entusiasmo che si riserva ai dischi che arrivano al momento giusto: DIY Magazine parla di «maturità radicale», e Northern Transmissions, pur segnalando una certa «uniformità atmosferica» nella seconda metà, non nega la coerenza della visione. Il tour mondiale e la serie di date nei record store hanno aggiunto a tutto questo una dimensione fisica — corpi in spazi reali — che Parks rivendica come parte integrante del progetto. In un’epoca in cui la presenza è diventata un atto di resistenza, portare l’album fuori dagli algoritmi e nei negozi di dischi ha il suo peso specifico. Anche se, va detto, i negozi di dischi sono ormai così carichi di significato simbolico da essere diventati anch’essi una forma di marketing. Il che ci riporta al punto di partenza.

Ambiguous Desire è un disco fatto bene, concepito con intelligenza, abitato da una voce che sa dove vuole andare. È anche il manifesto di un’artista che ha imparato a trasformare la propria biografia in prodotto senza che il prodotto cancelli la biografia. Che questo equilibrio sia artistico o commerciale — o entrambe le cose, che è la risposta giusta e la meno rassicurante — lo decide l’ascoltatore. Parks ha fatto la sua parte. Il desiderio, come dice lei stessa, «è misterioso, aggrovigliato, casuale, illuminante e umano». L’album anche, più o meno nello stesso ordine.


Citazioni

Telegram (Il Franti): Arlo Parks ha bruciato il blueprint del bedroom pop e l’ha ricostruito in forma di club notturno. Ambiguous Desire funziona — e il fatto che funzioni così bene è anche il suo unico problema. Recensione sul sito. 🎧

Instagram: Dal tour bus al dancefloor, dalla camera da letto alla pista da ballo. Arlo Parks ha imparato a sudare tra sconosciuti e ne ha fatto un album. La domanda è: quanto è spontaneo ciò che si racconta di essere spontaneo? (link in bio)

TikTok: Una cassetta trovata al mercato delle pulci di Londra, radio pirate degli anni ‘80 e un set di Kelly Lee Owens sotto un ponte a Los Angeles. Come nasce Ambiguous Desire di Arlo Parks — tre dettagli che valgono l’ascolto.


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Ennio Martignago