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La Playlist — che non fa classifica — del 7 agosto 2026

Prince postumo, Vince Gill a rate mensili, Arlo Parks che rilancia se stessa: la settimana musicale del 7 agosto 2026 letta come radiografia dell’industria.

La Panoramica

La settimana del 7 agosto 2026 consegna una costellazione di uscite che, se lette in sequenza, disegnano un arco preciso: dall’espansione generazionale del soul pop all’introspezione archivistica, dal jazz da salotto all’indie che si guarda indietro senza nostalgia facile, fino all’elettronica che cerca un cuore e al piano che lascia spazio al silenzio.

Al centro sta Blue Island di Ravyn Lenae, dichiarato album della settimana. Terzo long playing della cantautrice di Chicago, uscito via Atlantic, arriva dopo il salto mainstream di “Love Me Not” e il lavoro precedente Bird’s Eye. Lenae non si accontenta di consolidare il crossover R&B-pop: dichiara esplicitamente di voler “dire fuck a tutto quello” che dovrebbe suonare come R&B o pop. Le influenze dichiarate – Santigold, Janet Jackson, Blondie, The Sundays, Martin Rev, strutture di colonne bollywoodiane – si materializzano in un disco che passa dallo slamming freestyle synth-pop di “Saturday Night” al jangle-pop di “Bobby”, dall’industrial di “Let Us In” e “In & Out” al ballad acustico “Reputation” con Dominic Fike, fino al funky “Babygirl” con Doechii. La voce resta sognante e controllata anche quando i ritmi accelerano o i synth vanno in tilt chiptune. Pitchfork e The Guardian notano la stessa cosa: non è un’evasione generica, ma un tentativo concreto di allargare il perimetro senza perdere il filo melodico. Il risultato è un’opera che si rifiuta di stare in una sola casella e, proprio per questo, funziona come termometro di una generazione che ha metabolizzato il virale e ora cerca di controllarlo.

Accanto a lei, Whatchu Bringing? di Dinner Party – il quartetto di Kamasi Washington, Robert Glasper, Terrace Martin e 9th Wonder – sceglie la via opposta. Dopo il debutto del 2020 e Enigmatic Society del 2023, il nuovo lavoro (Empire/Sounds of Crenshaw) dura venticinque minuti e suona deliberatamente subdued. Phoelix canta su quasi tutte le tracce, J. Ivy apre, i fiati di Washington restano sullo sfondo come coro greco, Glasper ha spazio per “Mutual Respect”. È R&B conversazionale, downtempo, quasi ironico rispetto al moniker “Dinner Party”. Non c’è la carica politica esplicita di “Freeze Tag”, ma una quiete che sembra accettare il proprio status di easy-listening sofisticato senza scusarsi. Sei anni dopo la formazione, il gruppo ha smesso di dimostrare qualcosa e ha iniziato a suonare come se fosse davvero a cena.

Days dei Mountain Goats completa il trittico principale. John Darnielle torna al registro che conosce meglio: canzoni dal punto di vista del music geek, odi a prog anni Settanta, metal anni Ottanta, grunge anni Novanta. Il disco (Cadmean Dawn) nasce come battuta su un possibile Grunges sequel di Goths, poi diventa meditazione sul tempo che si accumula. “Song for Layne Staley” esplode in stomp fuzz, “Candlebox” concede un assolo da arena, “Hidden Majesty of Later Venom Albums” è una ballata pianistica eterea, “Best Hard Rock Albums 2013” suona quasi Graceland. Darnielle usa i soggetti come metafore – “Annie Haslam Imperial Phase” parla di possibilità inattese, “Woodstock” del fallimento della controcultura Novanta rispetto a quella Sessanta – e il tutto resta aerodinamico, senza le ambizioni teatrali degli ultimi lavori. È l’album che il nerd del negozio di dischi avrebbe sempre voluto scrivere, e che ora può scrivere senza doversi giustificare.

Tra i singoli, “Stone” di Prince apre l’album postumo Timeless (28 agosto, NPG/Legacy). Registrato nella primavera 1995 su una base di Sandra St. Victor, Tom Hammer e Jules Van Veen, è un’anteprima di un progetto che pesca dal vault tra il 1977 e il 2016. Dieci pezzi rare, nessuno “inedito assoluto” nel senso sensazionalistico, ma un’operazione di restauro che continua a tenere in vita un catalogo già sterminato. Dieci anni dopo la morte, l’estate continua a gestire il mito con cura archivistica piuttosto che con mitologia.

“Floette” di Arlo Parks (con John Glacier nella versione recente) chiude Ambiguous Desire, uscito in primavera. È la traccia che Parks stessa definisce la prima scritta per il disco: un inno al blossoming queer, breakbeat rallentato, melodia che si apre. La versione con Glacier, circolata a inizio agosto, aggiunge un ulteriore strato di intimità senza tradire la fragilità originaria.

Marian Hill tornano con “WHAT U WANT” (feat. Steve Davit al sax). Dopo anni di silenzio relativo e singoli sporadici, il duo di Philadelphia rispolvera il legame storico con Davit e consegna un pezzo che loro stessi descrivono come lettera d’amore al proprio passato. Synth-pop soft, groove che ricorda gli anni di Act One, senza la necessità di reinventarsi.

Gramatik e Stehreo rilasciano “Badland Bandit”: elettronica funky, bassi spessi, atmosfera da desert road-movie sonoro. Gramatik continua a muoversi tra hip-hop strumentale e future bass con la stessa nonchalance di sempre.

Chad Lawson, pianista e compositore da miliardi di stream, pubblica “Room Enough”. Titolo programmatico: spazio tra le note, tra i pensieri, tra chi si è stati e chi si sta diventando. Musica per sistema nervoso, in linea con il podcast Calm It Down e con l’intera produzione recente orientata alla quiete.

Cannonball di Man/Woman/Chainsaw, debutto del sestetto londinese su Fiction, è il disco che Pitchfork e NME avevano già segnalato come atteso. Post-punk, art-rock, new wave, strutture eccentriche. Prodotti da Margo Broom e Seth Evans, i undici brani vanno dal pop diretto di “Only Girl” al lungo “Nosedive”, dal tango infernale di “Flick of the Wrist” al trip-hop di “Something Else to Give”. Tre voci principali, violino, piano, caos controllato. Non è un’altra banda hype di Brixton: è un gruppo che ha già venduto due tour e ora consegna un long playing che non ha paura di essere grande e strano allo stesso tempo.

Rainbow Body di Goldmund (Keith Kenniff) continua la linea post-classica minimalista: piano, ambient, raramente effetti. Kenniff, già Helios e metà di Mint Julep, lavora da anni su questa delicatezza che Ryuichi Sakamoto aveva definito “so, so, so beautiful”.

Tra le segnalazioni, Pure Devotion di Overmono (XL) merita ascolto prolungato. I fratelli Russell abbandonano il polish digitale del debutto e costruiscono un disco di accidenti felici, malfunzionamenti di macchina, versioni infinite (“83 versions later” per “Knight In Shining Prada” con il poeta John Joseph Holt). Garage, acid, spoken word, vocali di Kindora, Ruthven, Smerz, Jaz Karis, Mahalia. È elettronica da pista che non rinuncia alla vulnerabilità: il titolo non è marketing, è dichiarazione di metodo.

Vince Gill con 50 Years From Home: Eighteen Summers porta country di lunga durata, mentre Ceremony, The Anchoress, Roy Montgomery & Martha Skye Murphy e Citizen completano il quadro di uscite che, nella stessa settimana, coprono dal hardcore al folk sperimentale.

La playlist del 7 agosto non è un elenco di novità: è un taglio trasversale su come, nel 2026, artisti di generazioni e scene diverse affrontino la stessa domanda – quanto spazio resta, dopo il successo, per fare ancora la propria cosa senza doverlo spiegare. Alcuni il perimetro, altri lo restringono fino all’essenziale. Il risultato, ascoltato di fila, è più dialettico di quanto qualsiasi classificatoria possa rendere.


La Critica

La settimana in cui la musica non è uscita: è stata erogata

Nove nomi, un solo meccanismo

C’è un modo pigro di leggere una playlist settimanale, ed è quello di leggerla come una vetrina: qui il soul, lì l’indie, in fondo il country per chi ha i capelli bianchi e il piano per chi ha l’ansia. È un modo pigro perché tratta l’elenco come se fosse un caso, mentre l’elenco è un prodotto. Qualcuno ha deciso che il 7 agosto 2026 quelle cose sarebbero apparse insieme, e quel qualcuno non è la musa.

Vale la pena guardarla nell’altro modo. Prendere i nove o dieci nomi usciti in questi giorni e chiedersi non che musica siano, ma in che forma arrivino. Perché la risposta, quasi ovunque, è la stessa: nessuno di questi oggetti è un disco nel senso in cui lo intendevano i baby boomer, e quasi nessuno è nemmeno una canzone nel senso in cui la intendono i quindicenni. Sono unità di erogazione. Rate. Anticipi. Riedizioni. Estratti. La settimana musicale del 7 agosto 2026 è un piccolo trattato involontario su come si finanzia oggi il suono, e la cosa interessante è che il trattato lo scrivono gli artisti stessi, spesso con ottime intenzioni e senza accorgersene.

Poi, sia chiaro, dentro c’è anche della musica bellissima. Tenere insieme le due cose è tutto il mestiere.

Il morto che pubblica più dei vivi

Il pezzo forte della settimana è un inedito di un uomo morto dieci anni fa. “Stone” anticipa Timeless, la raccolta che il 28 agosto porterà fuori dieci registrazioni mai pubblicate di Prince, pescate lungo l’intero arco della sua carriera, dal 1977 al 2016. È il primo album d’archivio del Prince Estate con Legacy Recordings dopo Welcome 2 America del 2021, e a differenza di quello — che era una sessione compatta, un mese di lavoro nel 2010 — qui si rastrella tutto il perimetro.

C’è un dettaglio che merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo: “Stone”, registrata nella primavera del 1995, non è scritta da Prince. È firmata da Sandra St. Victor, Tom Hammer e Jules Van Even. Il primo singolo dell’operazione “inediti di Prince” è dunque un pezzo che Prince ha interpretato senza averlo composto, scelto e diffuso da un’entità giuridica che porta il suo nome e che lui, in vita, avrebbe con ogni probabilità considerato l’incarnazione stessa di ciò contro cui si era scritto SLAVE in faccia.

Qui il capovolgimento è quasi troppo perfetto per non insospettire chi lo racconta. L’uomo che ha combattuto la Warner sulla proprietà del proprio catalogo, che ha rinunciato al proprio nome pur di non farsi possedere, è oggi il più prolifico artista postumo del pianeta, gestito da un patrimonio contestato per anni tra eredi, banche e società di consulenza. Ma attenzione a non firmare in fretta la controrequisitoria: il Vault esiste davvero, il materiale è reale, e il purismo fandom che grida allo sciacallaggio è lo stesso che per trent’anni ha fatto circolare bootleg pretendendo di essere custode della volontà dell’artista. Nessuno, in questa storia, ha le mani del tutto pulite. La domanda onesta non è “andava fatto?”, è “chi decide cosa significa rispettare un morto, e in base a quali interessi?”.

La canzone che esce due volte

Arlo Parks ha pubblicato “Floette” il 4 agosto. L’aveva già pubblicata ad aprile, dentro Ambiguous Desire, il suo terzo album per Transgressive. La versione nuova aggiunge una strofa di John Glacier, rapper e produttrice londinese dalla dizione trattenuta, che sposta il pezzo — nato come esplosione di gioia queer tra house, garage e techno — verso una temperatura più bassa, più interna.

Musicalmente funziona: il contrasto tra la dolcezza di Parks e la freddezza recitativa di Glacier è una scelta, non un riempitivo. Industrialmente è un’altra cosa: è un modo per rimettere in circolo un titolo di quattro mesi prima esattamente nel momento in cui parte un tour mondiale che dal 29 agosto attraversa Nord America ed Europa fino a dicembre. Il catalogo che si mangia da solo per restare visibile.

L’abbonamento chiamato autobiografia

Non è un crimine, ed è persino un mestiere antico — le riedizioni, i remix, i lati B esistono da sempre. La differenza è che prima erano eventi occasionali e oggi sono un ciclo produttivo continuo, perché la logica delle piattaforme premia il movimento più della sostanza. Un pezzo fermo muore. Un pezzo che rientra in classifica, anche solo travestito, sopravvive.

Il caso più nudo è quello di Vince Gill, ed è anche, per rovescio, il più commovente. Eighteen Summers, uscito il 4 agosto, è il nono volume di 50 Years From Home: una serie di EP a cadenza mensile con cui il chitarrista e cantante dell’Oklahoma celebra i cinquant’anni da quando lasciò casa per fare musica. Sette brani, registrati nel suo studio vicino a Nashville, prodotti da lui. Sulla copertina c’è la chitarrina che si trascinava dietro da bambino e di cui non sa nemmeno la provenienza.

È materiale sincero. Il brano che dà il titolo, scritto e cantato con Cyndi Thomson, misura il tempo della genitorialità in estati — diciotto, poi i figli se ne vanno — ed è il genere di canzone che funziona su un pubblico transgenerazionale perché non chiede di essere giovani per essere capita.

Solo che dietro c’è un contratto a vita con MCA Nashville e un impegno a pubblicare un EP al mese per dodici mesi. Tradotto: un abbonamento. Un artista di settant’anni con ventidue Grammy che accetta di alimentare il flusso con la regolarità di una newsletter, perché il modello di remunerazione dello streaming premia chi resta presente e punisce chi tace due anni per fare un disco intero. La stampa specializzata americana lo aveva notato subito, chiedendosi con ragionevole scetticismo se non sarebbe stato più sensato un normale album da dodici canzoni. La beffa è che Gill sta effettivamente rispettando la cadenza, e che dentro quella cadenza forzata sta uscendo parte della sua musica più personale. Il vincolo commerciale come disciplina creativa: succede, e ammetterlo è più onesto che fingere che ogni costrizione produca solo fuffa.

Il pianoforte come dispositivo terapeutico

Il 7 agosto Chad Lawson ha pubblicato “room enough”, secondo estratto dal futuro album hush: dieci brani costruiti sul silenzio più che sulle note, pause lunghe, armonie larghe. Lawson dichiara di aver voluto fare qualcosa che non chiedesse nulla — non un’altra abitudine, non un’altra app, non un altro modo per migliorarsi — ma solo di posare qualcosa.

È una frase bella e va presa sul serio, anche perché Lawson è un caso limite interessante: pianista Steinway, autore delle musiche di podcast di grande successo, conduttore di un programma dedicato alla calma e alla salute mentale, istruttore certificato di respirazione, rappresentante presso la World Federation for Mental Health. Ha raccontato lui stesso alla radio pubblica americana di ricevere messaggi di ascoltatori che gli confidano abusi e pensieri suicidari, e di non essere né terapeuta né medico, ma “conversazionale”.

Qui il dubbio va maneggiato con delicatezza, perché irridere chi cerca sollievo è una forma di crudeltà travestita da acume. Che la musica calmi è vero, e che serva a molte persone è vero. Ma esiste anche un mercato: nel 2023 lo stesso Lawson ha lanciato un canale di “piano rilassante” su una piattaforma di streaming video destinata agli esercizi commerciali, cioè musica pensata per creare atmosfera negli spazi di lavoro. Il confine tra la cura e l’arredamento sonoro è sottile, e chi lo attraversa in buona fede lo attraversa comunque. Vale la pena tenere entrambe le cose in testa: il pezzo può davvero aiutarti a respirare stasera, e allo stesso tempo appartiene a un’industria che ha capito che l’ansia è un segmento di mercato in crescita e che il silenzio, opportunamente confezionato, si può vendere a caro prezzo.

Discorso quasi identico per Goldmund, che è poi Keith Kenniff, compositore del Maine con una laurea a Berklee e una collezione di alter ego. “Rainbow Body” non è un album ma un brano di In Each Moment, il disco neoclassico in uscita a ottobre per Nettwerk: quattordici pezzi, per lo più pianoforte solo con qualche violino e strati ambient, quarantacinque minuti costruiti per il sonno, la meditazione, il sogno a occhi aperti. I titoli — Rainbow Body, Suchness, Go Not Against The Wind — pescano nel lessico buddhista con una disinvoltura che a un praticante potrebbe far storcere il naso: il corpo di arcobaleno, nella tradizione dzogchen, non è un’atmosfera da diffusore di essenze.

E però il cortocircuito più istruttivo è un altro, ed è documentato: nel 2011 Kenniff firmò la musica per una campagna Apple dedicata all’iPhone 4S, diretta da Mark Romanek, e da lì arrivarono le collaborazioni con Google e Amazon. La serenità come asset pubblicitario, molto prima che diventasse un genere di consumo.

Il sassofono che ha venduto gli auricolari

La coincidenza si ripete a poche righe di distanza nella stessa playlist. “WHAT U WANT” è il nuovo singolo dei Marian Hill, il duo di Philadelphia formato da Samantha Gongol e Jeremy Lloyd, con il consueto sassofono di Steve Davit — che nella nostra lista compariva come “Steve David”, e vale la pena correggere, perché Davit è amico d’infanzia di Lloyd dai tempi della scuola media e il suo strumento, campionato e frammentato, è letteralmente il timbro riconoscibile del progetto.

I Marian Hill sono diventati famosi nel 2017 perché “Down” finì nello spot degli AirPods e per settimane fu il brano più cercato su Shazam negli Stati Uniti, davanti a Ed Sheeran e Bruno Mars. Due degli artisti di questa settimana, quindi, devono la propria carriera a una pubblicità della stessa azienda. Non è complotto, è struttura: per un quindicennio la funzione di scoperta musicale che la radio aveva svolto per i boomer e MTV per la generazione X è stata esercitata, con efficienza spietata, dai reparti marketing di poche società tecnologiche. Chi oggi si lamenta dell’algoritmo dovrebbe ricordare che l’algoritmo è arrivato dopo, e che ha semplicemente automatizzato un potere che qualcuno esercitava già a mano.

L’artista che si è quotato in borsa

Poi c’è “Badland Bandits”, di Gramatik con Stehreo. Gramatik è Denis Jašarević, sloveno, produttore di elettro-funk cresciuto tra Balcani e Brooklyn, fondatore nel 2013 dell’etichetta Lowtemp con l’idea dichiarata della musica come mezzo libero.

Nel novembre 2017, a Zurigo, lo stesso apostolo della musica libera è diventato il primo musicista a tokenizzare la propria proprietà intellettuale: il token GRMTK, lanciato con SingularDTV — società cofondata anche da Joseph Lubin, tra i creatori di Ethereum — raccolse in meno di ventiquattr’ore il massimo previsto, 7.500 ether pari a circa 2,48 milioni di dollari, per una valutazione complessiva dichiarata di nove milioni. Chi comprava, secondo le parole dell’artista, acquistava una quota dei diritti e delle royalty delle sue creazioni.

Il rovescio è che l’ideologia della liberazione dagli intermediari ha prodotto, come sempre, un intermediario nuovo: la piattaforma, il wallet, l’exchange. E il conto lo fanno gli anni: di quella promessa di “economia dell’intrattenimento” decentralizzata, oggi, resta soprattutto un pezzo funk di sette anni dopo distribuito su Spotify come tutti gli altri. Diffidare degli entusiasmi tecnologici degli artisti non significa disprezzarli: significa ricordare che chi ha talento per il groove non ha automaticamente talento per la finanza, e che il 2017 fu un anno in cui moltissimi confusero la propria buona fede con una competenza.

Chi la musica la fa e basta (quasi)

Restano quelli che, in questa settimana, sembrano semplicemente aver fatto dei dischi.

Blue Island di Ravyn Lenae è il terzo album della cantante di Chicago, arrivata al grande pubblico nel 2025 con un brano diventato virale a combustione lenta. Il disco è l’esatto opposto della prudenza che di solito segue un successo: dentro ci sono synth-pop da freestyle anni Ottanta, chitarre jangle di scuola Johnny Marr, code chiptune, un featuring di Doechii e persino una telefonata coi nonni infilata dentro una canzone. Lenae ha spiegato di aver voluto sfidare l’idea stessa di cosa debbano suonare l’R&B e il pop. È una dichiarazione che oggi rilasciano più o meno tutti, ed è per questo che va verificata sui solchi anziché sulle interviste: qui, per una volta, i solchi tengono. Se una cosa il disco non è, è prudente.

Whatchu Bringing? dei Dinner Party è il ritorno, sei anni dopo, del quartetto formato da Kamasi Washington, Robert Glasper, Terrace Martin e 9th Wonder: gente con curriculum monumentali che si è data un nome da cena tra amici proprio per prendersi meno sul serio. Il debutto del 2020 conteneva “Freeze Tag”, una melodia dolcissima costruita su un verso sulla violenza poliziesca ripetuto fino allo sfinimento, con il beat programmato per incepparsi come un CD rigato. Il seguito è più basso di tono e dura venticinque minuti, il che detto di chi ha firmato tripli album è quasi una dichiarazione di poetica. Washington si tiene indietro, Glasper si prende il proscenio, Phoelix canta in sette pezzi su nove. È R&B da conversazione, e chi si aspettava un secondo colpo politico resterà deluso — a meno di non considerare politico, di questi tempi, il diritto di un gruppo di virtuosi a fare qualcosa di rilassato.

Days dei Mountain Goats è John Darnielle che scrive canzoni dal punto di vista del nerd musicale, cosa che gli riesce da trent’anni. Ci sono ritratti di gruppi prog inglesi, di metallari britannici della nuova ondata, un pezzo su Layne Staley che esplode in un fuzz da Alice in Chains, un ricordo di quando aprivano i concerti dei Candlebox. Il gioco più intelligente sta nel raccontare storie usando suoni deliberatamente sbagliati per quelle storie: la saga dell’heavy metal britannico consegnata come ballata al pianoforte con cori eterei, il ricordo di Woodstock che diventa un bilancio del fallimento della controcultura anni Novanta rispetto alla sua antenata degli anni Sessanta. Cioè, tradotto: un disco sulla nostalgia che diffida della nostalgia. È esattamente il posto giusto da cui guardare tutto il resto di questa lista.

Cannonball dei Man/Woman/Chainsaw è il debutto più atteso dell’anno indie britannico, uscito il 7 agosto per Fiction. Sei ragazzi di Londra, formatisi tra i sedici e i diciotto anni intorno alla scena del Windmill di Brixton, oltre cento concerti alle spalle, violino in formazione stabile, produzione affidata a Margo Broom e Seth Evans. La stampa inglese li ha incoronati con un entusiasmo che dovrebbe far scattare qualche allarme — quarantun minuti e già si parla di Mercury Prize — ma c’è una recensione onesta che coglie il punto meglio delle altre: è un ottimo esordio che sembra però un giro d’onore, la raccolta ordinata di quattro anni di idee già sparse in singoli ed EP. Detto altrimenti, il rischio non è che siano sopravvalutati adesso: è che l’industria britannica dell’hype consumi in dodici mesi una band che avrebbe avuto bisogno di tre album per diventare quello che promette.

Pure Devotion degli Overmono, il duo gallese dei fratelli Russell, chiude il cerchio con il caso più raro: gente che ha dichiarato di aver lavorato ottantatré versioni di un singolo brano prima di considerarlo finito. Il pezzo in questione, costruito sulla voce del poeta John Joseph Holt, è un omaggio al fratello scomparso di quest’ultimo. Il disco rinuncia alla lucidatura digitale del predecessore in favore di errori e malfunzionamenti conservati, e alterna scariche da pista a momenti di respiro quasi immobili. Se cercate, in questa settimana, la prova che la devozione ossessiva a un suono esiste ancora e non è solo retorica da comunicato, è probabilmente lì.

Aggiungete, per completezza, le uscite di Ceremony, The Anchoress, Citizen e del duo Roy Montgomery & Martha Skye Murphy, che nessun algoritmo spingerà in cima a nulla e che proprio per questo varrà la pena andarsi a cercare a mano.

Il dubbio che resta

La tentazione, a questo punto, sarebbe chiudere con l’indignazione: tutto è mercato, il disco è morto, l’arte è diventata un flusso di cassa. Sarebbe comodo e sarebbe falso — falso quanto la narrazione opposta, quella dei comunicati stampa che ogni settimana ci spiegano che questo album è il più personale di sempre.

La verità meno consolante è che le due cose convivono senza risolversi. Vince Gill scrive una canzone vera dentro un contratto che gli impone di scriverne una al mese. Ravyn Lenae dichiara di rifiutare le categorie mentre viene collocata in una categoria chiamata album della settimana. Un uomo che aveva scritto SLAVE sul proprio volto pubblica dischi da dieci anni dopo la propria morte. Chi ha predicato la musica libera l’ha finanziata con un token. Chi compone il silenzio lo vende agli esercizi commerciali. E in mezzo, ogni tanto, qualcuno lavora ottantatré volte sullo stesso pezzo perché non gli suonava giusto.

La domanda che vale la pena portarsi in vacanza non è quale di queste musiche sia autentica. È un’altra, più scomoda: quando ascoltate qualcosa che vi piace, siete sicuri di sapere chi ve l’ha messa davanti, e perché proprio adesso?


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Ennio Martignago