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BECK E IL FANTASMA SONORO DI FLOYD:

Dieci anni dopo il trionfo ai Grammy, riflessione critica su Morning Phase di Beck, sull’eredità Pink Floyd e cosa significhi premiare la conservazione negli anni 2010.

BECK E IL FANTASMA SONORO DI FLOYD: QUANDO L’EREDITÀ È UNA TRAPPOLA TRAVESTITA DA GLORIA E QUELLO CHE MCCARTNEY NON DISSE (MA AVREBBE POTUTO)

Paul McCartney nel 2015 guardò Morning Phase e vide Pink Floyd. È il riconoscimento di una continuità stilistica—quella rarefazione atmosferica, quella costruzione di mondi sonori avvolgenti che non cedono alla frammentazione—che desta una curiosità paradossale: in un momento in cui il paradigma degli album come artefatti unitari era già in frantumi da quasi un decennio, why Beck? Perché proprio quel disco, in quel momento, a sconfiggere Beyoncé nel giudizio della Recording Academy?

La risposta non risiede nella qualità assoluta di Morning Phase. Risiede in una nostalgia metodicamente messa in scena, mascherata da continuità. McCartney non ha riconosciuto in Beck un innovatore, ma un erede—e gli eredi, per definizione, non inventano nulla di nuovo. Perfezionano il linguaggio dei padri. Lo abbelliscono. Lo rendono inoffensivo.

Eppure qui inizia il vero paradosso: proprio quella inoffensività, quella capacità di sedare il listener in uno spazio domestico dove Thom Yorke sarebbe stato fuori luogo e Kanye impossibile, è stata premiata dalla più grande istituzione musicale del capitalismo tardivo come atto di resistenza culturale. Come se il 2015 fosse stato l’anno in cui l’establishment decidesse: sì, va bene continuare così. Va bene riconoscere la bellezza del passato. Va bene perdere.

L’ALBUM COME RIFUGIO: SINTOMO E SCENA DEL CRIMINE

Morning Phase non è il primo album-rifugio di Beck. Quello fu Sea Change (2002): un lavoro di lutto personale trasformato in archeologia sonora, dove Beck smontava la sua stessa capacità di virtuosismo per riavvolgersi in autosample emotivi e acoustic fingerpicking ipnotico. Sea Change era una risposta a una crisi. Morning Phase, a distanza di dodici anni, è la riabilitazione di quella risposta come stile permanente. È l’istituzionalizzazione della fragilità come forma d’arte.

Non è una critica diretta al disco. È una osservazione sul momento in cui è stato premiato e dal chi. Nel 2015, Beyoncé aveva appena consolidato il suo status di artista totale (self-titled, 2013; Lemonade non arrivava fino al 2016), mentre Beck rappresentava una scena musicale—quella della Los Angeles indie alternativa—che aveva già ceduto il palco alla concentrazione digitale e geografica del potere culturale. Beyoncé era presente, contemporanea, radicalmente qui. Beck era altrove: un custode di un mondo che non esisteva più.

E la Recording Academy ha premiato il custode.

ODELAY, OVVERO, QUANDO IL CAOS IMPARA A PARLARE

Molti di noi, tuttavia, hanno ancora nostalgia del primo Beck, quello degli anni ’90 con tutta la voglia di sperimentare fino a che punto il disordine possa farsi materia, come in uno di quegli esperimenti dove i magneti agitati in un bussolotto assumono forma e a volte arte.

Eravamo nel 1996 quando, mentre il rock alternativo iniziava già a guardarsi allo specchio con un certo compiacimento, arrivò un disco che sembrava fatto con pezzi trovati per strada — e invece era costruito con una precisione quasi maniacale. Odelay non fu semplicemente il secondo atto di un artista promettente: fu il momento in cui il collage sonoro smise di essere un gioco postmoderno e diventò un vero linguaggio.

A prima vista, tutto in Odelay suggerisce disordine: funk scomposto, hip-hop sgranato, country ubriaco, psichedelia strappata e ricucita. Ma ascoltando meglio, si capisce che non si tratta di caos. È un’architettura nascosta, una grammatica invisibile che tiene insieme frammenti incompatibili e li fa suonare inevitabili.

Questo è il vero salto rispetto al precedente lavoro: non più solo ironia lo-fi e spirito da outsider, ma una visione produttiva capace di trasformare il sampling in scrittura. I suoni non sono incollati: sono orchestrati. Ogni campione diventa materia narrativa, ogni citazione perde il suo contesto originario per acquisirne uno nuovo.

Brani come “Devils Haircut” o “The New Pollution” funzionano, non perché sono strani, ma perché sotto la loro superficie eccentrica si muove una struttura sorprendentemente classica. C’è ritmo, tensione, rilascio. C’è canzone, anche quando sembra non esserci.

È qui che emerge il paradosso centrale: dietro lo “scienziato pazzo” del suono si nasconde un autore profondamente radicato nella tradizione. Non quella accademica, ma quella orale, sporca, frammentata. Il blues, il folk, la cultura del riuso: tutto riemerge, ma filtrato attraverso una sensibilità contemporanea che non teme il kitsch né l’accumulo.

Anche l’iconica copertina — quel cane dalle corde di pelo che salta un ostacolo — diventa metafora perfetta del disco. Una massa apparentemente informe che compie un gesto preciso, elegante, quasi impossibile. Come le tracce dell’album: dense, aggrovigliate, eppure incredibilmente agili.

Nel panorama degli anni ’90, molti artisti sperimentavano con il campionamento. Pochi riuscivano a farlo suonare come un’identità. Odelay sì. E proprio per questo segna un passaggio cruciale: non più il collage come citazione, ma come espressione.

Non è un disco che rappresenta un’epoca. È uno di quelli che la definiscono, senza chiedere permesso.

IL PARADOSSO DEL TRASVERSALE

Chiamare Beck “uno degli autori più trasversali della sua generazione” è una frase che interroga se stessa. Trasversale significa cosa, precisamente? Che attraversa più generi? Che piace a diverse fasce demografiche? Che non rappresenta una posizione chiara, quindi non disturba nulla?

Beck è stato molte cose: innovatore tecnologico nei Novanta (Odelay, 1996), romanziere del disagio post-industriale (Midnite Vultures, 1999), cantautore di lutto (Sea Change), produttore minimalista (The Information, 2006), sperimentatore pop (Modern Guilt, 2008). Ma a ogni transizione generazionale, Beck non ha mai veramente scelto. Ha sempre conservato tutte le maschere simultaneamente. È stata una virtù negli Novanta, quando la frammentazione dell’identità era ancora una scoperta. Nel 2015, dopo il collasso della industria musicale tradizionale e la centralizzazione dello streaming, quella stessa virtù si era trasformata in una forma aristocratica di disimpegno: la capacità di non prendere mai una posizione definitiva, di floatare sopra le contingenze, di rimanere elegantemente equidistante dalle urgenze del presente.

Morning Phase è il disco della equidistanza assoluta. Non è un album politico, non è un album di denuncia, non è nemmeno un album di gioia. È un album di riflessione contemplativa che riflette solo verso l’interno. È, in altri termini, la versione beckhiana del lusso puro: il lusso di non dover respondare a niente.

QUANDO LA CONTINUITÀ DIVENTA AMNESIA

Qui risiede il vero valore critico della vittoria ai Grammy di Morning Phase: non nel disco stesso, che è musicalmente consapevole e artigianalmente impeccabile, ma nella scena che ha scelto di premiarlo. Nel 2015, la Recording Academy ha votato per una visione della storia musicale in cui gli album Pink Floyd continuano a importare più dei mutamenti radicali del presente. Ha votato per il ricordo rispetto all’urgenza. Ha votato per Beck non come artista contemporaneo, ma come museo vivente della possibilità di rimanere sofisticato senza dire nulla.

E non è detto che sia sbagliato. Potrebbe anche essere necessario, in certe epoche, premiare il silenzio sofisticato rispetto al rumore della contemporaneità. Potrebbe anche essere che McCartney avesse ragione nel riconoscere in Beck una forma di resistenza: la resistenza attraverso la conservazione, il rifiuto di adeguarsi al caos tramite il ripiegamento nella coerenza formale.

Ma è una resistenza che non resiste a nulla. È una vittoria che non vince alcun territorio. È la forma più perfetta di sconfitta travestita da corona.

IL DISCO OGGI: LA CRISTALLIZZAZIONE DEL MOMENTO

A più di dieci anni di distanza, cosa rimane di Morning Phase? Musicalmente, rimane intatto: è un artefatto costruito con precisione, dove nessun suono è casuale e nessuna pausa è ingiustificata. Emotivamente, rimane distaccato: il disco comunica sensazioni di malinconia, nostalgia, fragilità senza mai insistere su di esse, senza mai trasformare l’emozione in evento. È il disco da ascoltare quando non si vuole che niente accada, quando si vuole che il mondo si fermi un momento e si conceda il lusso dell’ascolto vuoto.

Nel 2024, quel lusso è ancora più raro e perciò ancora più prezioso. O ancora più sospetto, dipende da come lo si guarda.

Se lo si guarda come documento musicale, Morning Phase rimane uno dei pochi album mainstream post-2010 che abbia mantenuto una architettura unitaria in un momento in cui l’architettura era già stata abbandonata da quasi tutti gli altri. Se lo si guarda come documento politico-culturale, è il record di un momento in cui una istituzione di potere ha scelto di premiare la conservazione della bellezza su altre forme di bellezza, magari più sgradevoli, più urgenti, meno comode.

Non è una colpa. Non è nemmeno un errore. È semplicemente l’evidenza di quale sia stata la scelta, e quali siano state le conseguenze di quella scelta sugli anni che sono seguiti. Su un mercato musicale che ha sempre meno bisogno di album, sempre meno capacità di costruire coerenza, sempre più necessità di frammentazione. Beck ha vinto un Grammy per aver fatto esattamente quello che il mercato stava rendendo impossibile fare. Ha vinto nel momento in cui vincere significava già iniziare a perdere.


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Ennio Martignago