Non la classifica dei successi, non il funerale di Stato in musica: una scaletta ragionata brano per brano, per chi di Guccini non sa nulla, o conosce il nome e non la discografia (e per chi la discografia la conosce a memoria e vuole litigare sull’ordine)
Nel ricordarlo il giorno della sua scomparsa abbiamo provato a smontare il santino di Francesco Guccini affidandoci ai numeri di ascolto reali più che alla retorica del lutto pubblico. Qui proviamo la mossa più pratica, e forse più scomoda: costruire la scaletta che avremmo voluto qualcuno ci mettesse in cuffia a vent’anni, quando di Guccini si conosce al massimo il nome, forse un ritornello imparato a scuola, di sicuro non l’intera discografia.
A chi Guccini l’ha vissuto in diretta, dai boomer in giù, proponiamo un esercizio diverso: leggere questa selezione e stilarne mentalmente una propria, magari completamente diversa. Il confronto fra le due dirà più cose sul tempo che passa di qualunque coccodrillo.

Non è la classifica dei successi né il funerale di Stato in dodici tracce. Il criterio è uno solo: quali canzoni, ascoltate oggi senza sconti, reggono senza bisogno di una nota a piè di pagina che spieghi chi fosse Enrico Berlinguer o cosa fosse il PCI. Alcune sono ovvie e le abbiamo tenute comunque, spiegando perché vale la pena riascoltarle senza il pilota automatico della retorica civile che spesso le accompagna. Altre sono scelte meno scontate, ed è lì che la scommessa vale davvero qualcosa.
Solo un pugno delle sue numerose tracce, quattro tappe, nessun ordine cronologico: la logica è quella di una playlist vera, pensata per essere ascoltata di fila, non quella di un manuale di storia della canzone d’autore.
Il ventenne che ti somiglia, Il cuore e la strada

Si comincia da dove Guccini smette di essere un’icona civile e torna a essere un uomo con una chitarra e un dispiacere. Quattro canzoni che non hanno bisogno di sapere niente della storia italiana per funzionare: bastano un cuore, una strada, e la sensazione di essere altrove rispetto a dove si dovrebbe stare.
“Statale 17” (1967, da Folk beat n. 1). Un uomo cammina lungo una strada immaginaria con il pollice alzato, senza un soldo e senza un passaggio, mentre il sole scioglie l’asfalto e qualcuno, forse, lo aspetta da qualche parte. Guccini ha raccontato più volte in intervista che quella statale non esiste: il numero fu scelto solo perché tornava bene nella metrica del verso, avrebbe potuto essere la trentasette o la centosette.
È il primo vero road song italiano, il mito americano dell’autostop trapiantato di peso in una provincia povera dove non passa nessuno e la gente bene dorme. Oggi che fare l’autostop è quasi scomparso e la strada si condivide su un’app con tanto di valutazione a stelle, resta intatta la fatica fisica di chi si muove senza risorse e la fiducia riposta per forza in uno sconosciuto. Una statale che non è mai esistita su nessuna cartina, eppure chiunque l’abbia fatto almeno una volta, l’autostop, la riconosce subito.
“Il sociale e l’antisociale” (1967, da Folk beat n. 1). Un dittico in un solo brano, eseguito peraltro in ordine invertito rispetto al titolo: si parte da “L’antisociale”, scritta da Guccini già nel 1960 e pubblicata l’anno prima come singolo dell’Equipe 84 a firma altrui, per arrivare a “Il sociale”. Due autoritratti caricaturali e opposti: da una parte il misantropo che odia il miracolo economico, la pubblicità, le auto, gli intellettuali impegnati, l’avvocato, il perbenismo, e ammette senza vergogna di essere sempre senza una lira; dall’altra il suo rovescio, che adora la gente bene, i cocktail, i vestiti firmati, e vota dove tira il vento pur di fare bella figura in società.
Nessuno dei due tipi viene risparmiato, ed è forse la lezione più utile che se ne può trarre oggi: la posa anti-sistema e la rincorsa allo status sono due facce della stessa medaglia, allora come adesso che entrambe si esercitano soprattutto online. Guccini, a vent’anni, sapeva già diffidare in egual misura di sé e dei propri bersagli.
“Vedi cara” (1970, da Due anni dopo). Ventidue strofe senza ritornello, voce e chitarra, un uomo che prova a spiegare a una donna perché non riesce a spiegarle niente. Guccini la scrisse durante una crisi con Roberta Baccilieri, la fidanzata che sarebbe poi diventata sua moglie, negli stessi mesi in cui si era invaghito di un’allieva americana e aveva messo un oceano fra sé e tutto il resto.
Non c’è una parola sulla politica, sulla storia, sul destino collettivo: c’è solo la distanza fra due modi di sentire, quella cosa che oggi chiameremmo incompatibilità emotiva e che allora non aveva ancora un nome da terapia di coppia. Non a caso è il brano più ascoltato in streaming di tutto il suo catalogo. Chi la incontra oggi senza sapere nulla di Guccini la scambia per una canzone scritta la settimana scorsa, e in un certo senso ha ragione.

“Autogrill” (1983, dall’album Guccini). Un juke-box, una pompa di benzina, una ragazza dietro un bancone che versa birra chiara e Seven-Up, un uomo che uccide il tempo disegnando cerchi di condensa sul tavolo mentre fuori sfrecciano i TIR. Guccini apre così un disco costruito attorno al viaggio raccontato però senza retorica dell’avventura, anzi con il sospetto che il viaggio non serva a conoscere granché.
È una scena da autogrill di quarant’anni fa che chiunque sia cresciuto fra piazzole di sosta, ostelli e voli low cost riconosce all’istante: la sospensione fra un posto e l’altro, l’innamoramento istantaneo e già condannato, la noia travestita da malinconia. Non parla di call su Zoom né di coworking eppure ne descrive con precisione lo stato d’animo: la vita sospesa in un non-luogo che oggi ha solo cambiato l’arredamento.
“Amerigo” (1978, title track). La storia è quella del prozio Enrico Guccini, chiamato Merigo in dialetto, fratello del nonno del cantautore: emigrato in America nei primi anni del Novecento, minatore prima a New York e poi fra Pennsylvania, Arkansas, Texas e Missouri, morto a Pàvana nel 1963. Guccini costruisce il brano come un confronto fra due Americhe — quella vera, di sudore e antracite, e quella immaginata dal ragazzino cresciuto sui fumetti di Paperino — e le fa convergere nell’ultimo verso: quell’uomo era il mio volto.
Non serve spiegare a un ventenne italiano del 2026, cresciuto fra “fuga di cervelli” e valigie verso Londra, Berlino o Melbourne, cosa significhi partire da un paese di montagna per un continente che si conosce solo per sentito dire. La canzone è vecchia; il movimento che racconta, semmai, si è solo invertito di direzione.
“Odysseus” (2004, da Ritratti). Guccini la considerava una delle sue canzoni più sottovalutate, scritta in appena due pomeriggi. Il suo Ulisse non è l’eroe che sceglie il mare per fame di conoscenza: è un uomo dall’anima contadina, innamorato della propria isola di grano e ulivi, che pure sente ogni monte spingerlo verso il monte successivo, ogni isola chiamarlo verso un’altra isola.
È il ritratto più preciso che Guccini abbia mai fatto dell’irrequietezza contemporanea — quella di chi ama il posto in cui è nato e non riesce comunque a restarci, quella del nomade digitale che sogna un radicamento che sa già di non volersi permettere. In questa versione del mito non c’è nessuna Itaca ad attenderlo con certezza: solo un dubbio, mai sciolto, che il proprio navigare non abbia futuro.

La rabbia a viso scoperto
Due canzoni che smentiscono l’idea di un Guccini profeta bonario da salotto. Qui la voce alza il tono e nomina i bersagli, cosa che oggi si fa raramente senza nascondersi dietro un account anonimo.
“L’avvelenata” (1976, da Via Paolo Fabbri 43). Nasce da uno scontro vero con un critico vero, Riccardo Bertoncelli, che aveva stroncato l’album precedente, Stanze di vita quotidiana. Guccini gli risponde per nome, in prima persona, senza mediazioni: canta di chi si arroga il diritto di giudicare la sincerità altrui restando comodamente fuori dal ring.
È probabilmente il primo dissing della canzone italiana, mezzo secolo prima che la parola dissing esistesse. La differenza con il genere che oggi lo pratica meglio è che qui il bersaglio ha nome e cognome, non un’iniziale o un soprannome social. Chi cresce nell’epoca della cancellazione anonima trova in questa canzone un promemoria scomodo: si può essere feroci e restare identificabili.
“Cirano” (1996, da D’amore di morte e di altre sciocchezze). Scritta a quattro mani con Beppe Dati e musicata da Giancarlo Bigazzi: tutt’altro che un prodotto di poesia solitaria, è mestiere sanremese messo al servizio di un’invettiva contro il conformismo, i voltagabbana, i signori imbellettati con il naso troppo corto per fiutare la propria ipocrisia.
Nel 2021 Irama l’ha portata sul palco dell’Ariston, segno che il bersaglio — la furbizia travestita da rispettabilità — non è mai andato in pensione. È una rabbia generica abbastanza da restare sempre bersagliabile e mai abbastanza specifica da diventare storia: il suo pregio e il suo limite coincidono nello stesso verso.
Radici e macerie

Due canzoni dallo stesso disco, Radici del 1972, che affrontano da angolazioni opposte la stessa domanda: da dove veniamo, e cosa ne resterà.
“Radici” (1972, title track). La copertina dell’album mostra una vecchia foto di famiglia scattata a Pàvana; la canzone che dà il titolo al disco è la ricerca, mai del tutto risolta, delle proprie origini contadine e appenniniche.
In un presente in cui milioni di persone spediscono la saliva a un laboratorio per sapere di che percentuale sono liguri o balcanici, e in cui il turismo delle radici è diventato un segmento di mercato, la domanda che la canzone pone — cosa mi lega davvero a un luogo che non ho scelto? — suona meno provinciale di quanto suonasse nel 1972. Il rischio è leggerla come manifesto identitario quando è piuttosto il contrario: un’ammissione di non saper bene rispondere.
“Il vecchio e il bambino” (1972, stesso disco). Un vecchio e un bambino camminano per un mondo devastato — cieli grigi, un fiume senza vita — mentre il primo racconta al secondo com’era il pianeta prima. Nel 1972 era fantascienza morale, un monito.
Oggi chi ha vent’anni la ascolta e ci trova la propria condizione capovolta: non è più il vecchio a dover raccontare al bambino cosa si è perso, è il bambino, cresciuto fra allarmi climatici e statistiche di estinzione, a poter raccontare al vecchio cosa sta per perdersi lui. La canzone non prevedeva questo scambio di ruoli, ed è proprio per questo che, ascoltata oggi, produce un piccolo cortocircuito che nessuna nota di regia poteva programmare.
I classici, da riascoltare senza il pilota automatico

Le tre canzoni più citate nei coccodrilli di questi giorni sono anche le più difficili da riascoltare con orecchie fresche. Le includiamo lo stesso, perché ometterle sarebbe un’operazione cosmetica tanto quanto issarle senza riserve. Vanno maneggiate sapendo cosa si sta maneggiando.
“La locomotiva” (1972, ancora da Radici). La storia è vera: il fuochista anarchico Pietro Rigosi lanciò davvero una motrice contro la stazione di Bologna nel 1893, e sopravvisse. Guccini la scrisse in poco più di venti minuti dopo aver letto un libro sull’episodio, e ha ammesso pubblicamente, decenni dopo, che il brano è costruito apposta con la retorica ottocentesca dei canti anarchici di Pietro Gori.
Non è invecchiata per sbaglio: è nata già vestita da reperto. Saperlo cambia l’ascolto — da inno da issare col pugno chiuso a pezzo di teatro consapevole della propria messinscena — ed è proprio questo capovolgimento a renderla oggi più interessante da capire che da cantare in coro.
“Dio è morto” (1967, da Folk beat n. 1). Il titolo viene da Nietzsche, i versi devono non poco a Howl di Allen Ginsberg: già la genealogia dice che non è mai stata una canzone semplice. La Rai la censurò per blasfemia fermandosi, pare, al titolo; Radio Vaticana la trasmise lo stesso, e una tradizione mai confermata da fonte diretta vuole che Paolo VI ne avesse colto il senso — quel Dio che nel finale risorge nel mondo che i giovani costruiranno.
È il punto debole del brano, oggi: quella fiducia dichiarata in un futuro migliore costruito dalla propria generazione è esattamente ciò che un ventenne del 2026 fatica a pronunciare senza una smorfia. Il punto forte è tutto il resto — la rabbia contro l’ipocrisia borghese, la fila degli inganni del benessere — che invece non ha perso un grammo.
“Auschwitz”, ovvero “La canzone del bambino nel vento” (1967, stesso disco). Nata dalla lettura di un libro autobiografico di un sopravvissuto, Vincenzo Pappalettera, è diventata negli anni il brano che ogni scuola italiana tira fuori il 27 gennaio, spesso cantato più per obbligo calendariale che per scelta. Guccini stesso, dal vivo, disse più volte di volerla ritirare, aggiungendo subito che purtroppo bisognava continuare a cantarla.
Il rischio, includendola in una playlist per ventenni, non è che sia invecchiata: è che sia stata trasformata in compito, e un compito, per definizione, si esegue senza ascoltare davvero. Vale la pena recuperarla fuori dal contesto scolastico, magari senza sapere in anticipo di cosa parla, per sentire cosa resta quando il dovere smette di intermediare l’ascolto.
Il commiato

“Incontro” (1972, da Radici). Il titolo promette un rendez-vous, la sostanza racconta un addio. Guccini rivede dopo dieci anni un’amica che un tempo lo amava, e ne scrive — ha raccontato lui stesso — il suo primo tentativo di scrittura per immagini veloci, cinematografiche. I due si aggiornano su dieci anni di vita, ma le frasi vere restano dentro; la città che era stata loro è ormai «straniera», i miti della gioventù sono morti, e quella tristezza che li avvolge come miele — verso preso in prestito da “Suzanne” di Leonard Cohen — non è il rimpianto per chi non c’è più, è la certificazione che due persone hanno smesso di riconoscersi.
Non è un commiato dichiarato come “Farewell”: è più subdolo, perché mette in scena un incontro per raccontare che l’addio, quello vero, era già avvenuto anni prima, senza che nessuno lo dicesse ad alta voce. Chi ha mai riallacciato un rapporto solo per scoprire che non c’era più niente da riallacciare la riconosce riga per riga.

“Farewell” (1993, da Parnassius Guccinii). Chiude questa scaletta non l’inno e non l’invettiva, ma un commiato preso in prestito. Il titolo e l’attacco strumentale sono un omaggio dichiarato a “Farewell Angelina” di Bob Dylan, di cui Guccini riprende anche un verso; il pezzo fu dedicato ad Angela, la madre di sua figlia Teresa, dopo la fine della loro storia insieme.
Un uomo che per mestiere sapeva scrivere finali, quando è arrivato il momento di scriverne uno vero per questo disco, ha preferito citare qualcun altro piuttosto che issare bandiera propria: ultima beffa di un catalogo pieno di invettive firmate, chiudere il cerchio con un prestito.
Non proponiamo questa come la traccia definitiva per finire l’ascolto. Proponiamo che sia lecito non essere d’accordo, cambiare l’ordine, toglierne quattro e aggiungerne altre dieci prese dagli scaffali che qui abbiamo lasciato vuoti apposta — “Bisanzio”, “Signora Bovary”, “Don Chisciotte”, “Incontro” aspettano tutte un turno che oggi non hanno avuto. Una playlist che pretendesse di essere definitiva tradirebbe l’unica cosa di Guccini che vale ancora la pena ereditare: il sospetto verso chiunque, vivo o appena scomparso, pretenda di avere l’ultima parola su cosa sia giusto ascoltare.
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