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La città di Fink sta arrivando per cancellare tutto

Il nono album di Fink tra fuga dalla città e ritorno alle radici. Recensione critica del disco folk acustico inciso in Cornovaglia, senza riverenze.

estratto

Il ritorno alla natura e all’autenticità — la fuga da Berlino alla Cornovaglia, le citazioni di Michael Chapman e D.H. Lawrence, la registrazione nel villaggio di Zennor — è oggi una delle operazioni più codificate che un musicista di mezza carriera possa compiere. Esiste un’intera tradizione del rifiuto della città, e una tradizione del rifiuto è già una contraddizione che vale la pena interrogare. Eppure il disco regge: otto tracce, quarantanove minuti, durate lunghe che ignorano deliberatamente la logica della radio. Il singolo “Memorise Your Senses” è il cuore concettuale dell’operazione e anche il suo momento più onesto, perché Greenall non celebra ingenuamente il ritiro pastorale ma riconosce che la fuga è temporanea e la maschera ti segue: parla di rabbia verso la propria carriera, di dipendenza, del lunedì in cui si torna in città. Le influenze sono dichiarate fino all’eccesso — strategia di legittimazione tanto quanto omaggio sincero — ma Greenall disinnesca l’obiezione: non cerca fotocopie retrò, vuole l’etica di quella tradizione senza imbalsamarla. La domanda finale — gesto autentico o posa sofisticata? — è mal posta: autenticità e posa coabitano nello stesso uomo. Il disco vale proprio perché non finge di aver risolto la tensione. Da ascoltare senza riverenza e senza sospetto.

Fink è uno di quegli artisti che piace molto a quelli come me ma molto poco ai sultani del mainstreaming al punto che due fonti danno la durata totale dell’album come quindici minuti mentre Spotify accredita alla sola traccia d’apertura più di otto: una delle due cifre mente, e val la pena saperlo prima di affidarsi al disco. Che bravi!!! Nonostante loro, l’enigma l’abbiamo risolto: la durata reale è quarantotto minuti, non quindici (Apple Music ha sbagliato i conti — primo, modesto, esempio di quanto valga il dubbio metodico anche davanti a un dato anodino). Su Qobuz abbiamo desunto la tracklist completa, i tempi, le dichiarazioni di Greenall.

Fink, The City Is Coming To Erase It All: il ritorno alla radice come ultima posa possibile

C’è un paradosso che attraversa l’intero nono disco di Fink, e non è quello dichiarato. Quello dichiarato è esplicito già nel titolo: il nono album in studio del progetto guidato da Fin Greenall, registrato in Cornovaglia, segna l’inizio di una nuova era in cui la band reinventa le radici del proprio suono. La città arriva a cancellare tutto, dice il titolo, e la risposta dell’artista è fuggire in un villaggio di pescatori. Fin qui, il copione.

Il paradosso vero è un altro, e merita di essere nominato prima di qualsiasi giudizio estetico: il ritorno alla natura, all’autenticità, alla “radice”, è oggi una delle operazioni più codificate e prevedibili che un musicista a metà carriera possa compiere. Greenall non lo nasconde: cita come riferimento i contemporanei dell’indie folk che hanno rifiutato la vita urbana in favore dell’isolamento, da Adrianne Lenker in giù. Esiste cioè un’intera tradizione del rifiuto della città — e una tradizione del rifiuto è una contraddizione in termini che vale la pena tenere d’occhio. Quando la fuga dall’establishment diventa essa stessa un genere con le sue convenzioni, i suoi luoghi (la Cornovaglia, Zennor, il cottage), i suoi santi protettori (Michael Chapman, D.H. Lawrence), bisogna chiedersi se si stia ascoltando un atto di libertà o l’esecuzione diligente di un format.

Cosa c’è davvero nel disco

Sgombrato il campo dal sospetto, va detto: il disco regge, e regge bene. Otto tracce per circa quarantanove minuti complessivi, aperte dagli oltre otto minuti di “Wishing For Blue Sky” e chiuse dai quattro e mezzo di “Spirit Of Place”. Sono durate che dichiarano un’intenzione precisa. La band si concede più di cinque minuti sul proprio materiale di partenza, ignorando la radio e lasciando che la musica si dispieghi a un ritmo naturale. È una scelta che il pubblico fedele — e dopo vent’anni dall’esordio di Fink come progetto solista di Greenall, quel pubblico esiste ed è devoto — apprezzerà; gli altri faranno bene a sapere in anticipo che qui non si cercano ritornelli.

Il singolo apripista, “Memorise Your Senses”, è il cuore concettuale dell’operazione e anche il punto in cui le ambiguità di cui sopra si fanno più interessanti, perché Greenall stesso le mette a tema. La canzone, ha spiegato, nasce dal momento in cui ci si trova in un luogo a cui si è profondamente legati sapendo che lo si dovrà lasciare per tornare alla vita urbana e indaffarata; è anche una canzone sulla maschera, quella che si indossa per sopravvivere ai propri percorsi interiori, alle pressioni, al lavoro, alla dipendenza. Qui sta l’onestà del disco: non è la celebrazione ingenua del ritiro pastorale, ma il riconoscimento che la fuga è temporanea e la maschera ti segue. Greenall parla apertamente di rabbia e risentimento verso se stesso e la vita che si è costruito, verso l’appetito insaziabile della “carriera”. Non è poco, per un genere che spesso si accontenta del tramonto sul mare.

La questione delle influenze

Il tessuto di riferimenti è dichiarato fino all’eccesso. L’album è stato registrato nel villaggio cornico di Zennor, con Greenall immerso nella cultura del sud-ovest, riferendosi a Michael Chapman — in particolare al suo album del 1970 “Fully Qualified Survivor” — e leggendo “Il serpente piumato” di D.H. Lawrence, che a Zennor visse. È qui che lo scetticismo metodico va esercitato con più cura, perché la dichiarazione di influenze nobili è anche una strategia di legittimazione: citare Chapman, Joni Mitchell e Lawrence colloca preventivamente l’opera in una stirpe di prestigio prima ancora che l’ascoltatore si sia fatto un’idea.

A onore di Greenall, però, va riconosciuto che ha disinnescato lui stesso l’obiezione più ovvia. “Non cerco fotocopie retrò, perché ho gli album di Michael Chapman, gli album di Joni Mitchell. Voglio qualcosa di nuovo, ma che abbia quella vibrazione, quell’etica”. È una distinzione lucida: la differenza tra abitare una tradizione e imbalsamarla. Se il disco mantenga davvero questa promessa o si limiti a evocarla, è esattamente il genere di giudizio che conviene lasciare all’orecchio di chi ascolta, diffidando tanto dell’entusiasmo della stampa specializzata quanto del riflesso opposto di chi liquida ogni ritorno alle radici come posa.

Il verdetto sospeso

Resta una domanda che nessuna recensione dovrebbe chiudere al posto del lettore. Un musicista berlinese di città che si trasferisce in Cornovaglia, legge Lawrence, cita Chapman e incide un disco acustico sul desiderio di fuga dalla città: è un gesto autentico o la più sofisticata delle pose? La risposta corretta è probabilmente che la domanda è mal posta. La stessa “Memorise Your Senses” ammette che si tornerà alla vita urbana e indaffarata: l’autenticità e la posa, qui, non sono alternative ma coabitano nello stesso uomo che sa di dover rimettere la maschera lunedì. Il disco vale precisamente nella misura in cui non finge di aver risolto questa tensione — e si indebolirebbe nell’istante in cui pretendesse di averla sciolta. Lo si ascolti, dunque, senza la riverenza dovuta a un ritorno alle origini e senza il sospetto dovuto a un’operazione di marketing. Probabilmente è entrambe le cose, come quasi tutto.


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Ennio Martignago