Riassunto
Cominciamo da un nome che è già un programma: Cosmonauti Borghesi, ossimoro nato in un autogrill e diventato, tre anni e due album più tardi, lo statuto implicito di una band romana che ha appena pubblicato «In analogico dirsi ti amo» (CinicoDisincanto/Artist First). Il titolo promette una rivolta contro l’amore filtrato, mediato, chiesto in consulenza a un’intelligenza artificiale – una tesi già anticipata nel singolo «Depeche Mode» e coerente con la disillusione digitale raccontata mesi prima in «Polipropilene». Noi la prendiamo sul serio, ma senza sconti: un disco che fa dell’analogico la propria bandiera nasce dentro alcuni dei più solidi apparati istituzionali della musica italiana, fra bandi regionali, fondi Nuovo Imaie, palchi RDS aperti a Tananai e Gabbani e un posto – unico fra le band – a Sanremo Giovani 2024. Non ne facciamo una colpa: i fondi pubblici per la musica emergente restano fra le forme meno discutibili di intervento culturale, e la vetrina Rai è la strada che chiunque in Italia percorrerebbe volentieri. Ma la coerenza fra messaggio e mezzo va verificata, non data per scontata. Otto tracce, poco più di ventisei minuti, un formato che rifiuta la dilatazione da album-evento e restituisce l’idea di un ascolto preso tutto d’un fiato, come si faceva quando la musica si comprava su un supporto fisico. Passiamo in rassegna «L’ultimo giorno», «Gomma americana» – con il suo video kerouachiano e la sua fuga da una «vita borghese» che il nome della band porta scritta in maiuscolo – fino a «Muri di parole» e «Temporali estivi», dove la scrittura del gruppo abbandona il manifesto generazionale e trova il proprio momento migliore. Resta una domanda aperta, e la lasciamo tale: si può davvero dirsi qualcosa in analogico, distribuendolo con tutti gli strumenti più sofisticati del digitale?
Le storie che meritano attenzione cominciano quasi sempre da un nome scelto con leggerezza e diventato, suo malgrado, un programma. «Cosmonauti Borghesi» nasce – loro stessi lo raccontano, e non c’è motivo particolare per dubitarne – durante una sosta in autogrill, il non luogo per eccellenza dove ci si ferma senza arrivare mai davvero da nessuna parte. Il nome mette insieme due parole che dovrebbero respingersi come cariche dello stesso segno: il cosmonauta, che rinuncia alla gravità e a un indirizzo fisso per un’orbita e una tuta pressurizzata, e il borghese, che della gravità e dell’indirizzo fisso – meglio: del mutuo trentennale e del posto che non si lascia – ha fatto un intero progetto esistenziale. Il cortocircuito, spiegano i tre romani, è voluto, dichiaratamente «post-ideologico». Tre anni e due album più tardi, quel gioco di parole nato in tangenziale è diventato lo statuto implicito di tutta l’operazione: la band, oggi un trio – Leonardo Rese alla voce e alle tastiere, Alessandro Mastropietro alla chitarra, Marco Cestrone alla batteria, mentre il bassista che compariva negli organigrammi del primo disco sembra essersi defilato senza troppi comunicati – ha appena pubblicato il secondo capitolo della propria opera, intitolandolo con un gioco di parole forse ancora più ambizioso del primo.

«In analogico dirsi ti amo», uscito ieri per CinicoDisincanto/Artist First – etichetta il cui nome, disincanto cinico, suona quasi come un avvertimento ai naviganti più distratti – porta il gioco dal nome della band al cuore del disco. Il titolo condensa un’idea già anticipata nel singolo «Depeche Mode»: in un presente fatto di screenshot, corrispondenze digitali e consigli sentimentali chiesti a un’intelligenza artificiale, dichiararsi con parole dette e non scritte, senza filtro e senza possibilità di correzione, sarebbe diventato un gesto quasi sovversivo. È una tesi che si può condividere o meno, ma ha il pregio della coerenza: già a febbraio, nel singolo «Polipropilene», i tre raccontavano un mondo di relazioni artificiali e di apparenze da vendere, di plastica, per usare l’immagine scelta da loro stessi. Il nuovo disco non è dunque un ripensamento improvviso ma la seconda metà di un ragionamento cominciato da tempo: prima la diagnosi del sintetico, poi il tentativo – onesto nelle intenzioni, quantomeno – di indicare una via d’uscita analogica.
Sennonché la via d’uscita passa, per stessa ammissione della band, attraverso un ritiro in una casa di campagna per scrivere lontano da ogni logica di mercato: un aneddoto che nell’ultimo ventennio è diventato talmente ricorrente nei comunicati stampa discografici, di ogni genere e nazionalità, da meritare una categoria a parte, a metà fra il mito del cantautore isolato e la clausura monastica in affitto breve. Non lo scriviamo per sminuire l’operazione – l’industria discografica indipendente vive di narrazioni fondative, e chi scrive dischi ha ogni diritto di raccontarsi come meglio crede – ma perché un disco che fa dell’analogico la propria bandiera dovrebbe fare i conti anche con la beffa di essere nato dentro alcuni dei più solidi apparati istituzionali della musica italiana. Il bando Lazio Sound Recording, i fondi Nuovo Imaie per le nuove produzioni, una band che si è fatta le ossa aprendo i concerti di Tananai, Francesco Gabbani, The Kolors e Alex Britti all’RDS Summer Festival, e che nel 2024 è stata l’unica vera band, in un lotto di ventiquattro semifinalisti composto quasi per intero da cantautori solisti, ammessa a Sanremo Giovani su Rai2. Nulla di scandaloso, sia chiaro: i fondi regionali per la produzione musicale restano una delle forme meno discutibili di intervento pubblico nella cultura, e la vetrina Rai è la strada maestra per chiunque, in Italia, voglia campare di musica pop. Ma «dirsi ti amo in analogico» come rivendicazione identitaria suona un po’ diverso se pronunciato da dentro l’astronave della discografia più istituzionale che ci sia, piuttosto che da un garage con l’amplificatore rotto.
Ai fatti, il disco tiene fede almeno in parte alla propria premessa. Otto tracce in poco più di ventisei minuti, un formato che rifiuta la dilatazione da album-evento contemporaneo e restituisce l’idea di un ascolto pensato per essere preso tutto d’un fiato, come si faceva – appunto – quando la musica si comprava su un supporto fisico e non si saltava da un brano all’altro con lo scroll del pollice. Apre «L’ultimo giorno», ritmo rapido e quasi da pista da ballo, che racconta i cambiamenti improvvisi della vita come istanti da vivere con l’urgenza di chi teme non ce ne saranno altri. «Gomma americana», forse il brano più riuscito nel mettere a fuoco il progetto, prova a fotografare chi è nato fra gli anni Ottanta e i primi Duemila come l’ultima generazione capace di parlare sia la lingua del cartaceo sia quella del digitale – un bagaglio bilingue che il presente sembra considerare più un ingombro che una risorsa. Il video che accompagna il pezzo mette in scena i tre musicisti risvegliati su una montagna spoglia, in cammino l’uno verso l’altro lungo un percorso che richiama esplicitamente Kerouac e l’idea della strada come fuga dalla vita borghese: dichiarazione d’intenti quantomeno curiosa, va detto, per un gruppo che la parola «borghese» la porta scritta in maiuscolo nella propria ragione sociale, e che forse per questo la maneggia con più leggerezza altrui che disagio proprio.
È tuttavia in «Muri di parole», che abbassa i giri e si avvicina alla forma della poesia cantata, e in «Temporali estivi», che chiude il disco affidando a un temporale estivo l’immagine di una scarica emotiva necessaria prima del sereno, che la scrittura del gruppo funziona meglio: non quando spiega la propria tesi generazionale, ma quando la lascia semplicemente accadere in tre minuti di melodia orecchiabile e produzione pulita, debitrice di un pop europeo contemporaneo più che delle sonorità funk, disco e rock rivendicate agli esordi, ai tempi di «Felicità di Sale» e della partecipazione – non banale, per un gruppo di strumentisti – a Sanremo Giovani 2024.
Resta da capire – ed è qui che la faccenda si fa interessante più per chi ascolta che per chi scrive – se un disco che chiede di tornare a dirsi le cose senza schermi possa davvero funzionare distribuito su piattaforme di streaming con link di presave, promosso su Instagram e TikTok, raccontato da comunicati stampa scritti per i motori di ricerca. Non è detto che sia un problema: si potrebbe sostenere, al contrario, che usare tutta l’infrastruttura digitale disponibile per veicolare un messaggio analogico sia l’unica strategia rimasta, nel 2026, a chi voglia essere ascoltato – un capovolgimento che la band pare accettare con più pragmatismo che imbarazzo, e che forse è persino la parte più sincera di tutto il progetto. Resta comunque un rovescio della medaglia, ed è giusto che chi ascolta lo sappia, magari mentre canticchia un ritornello scritto, quasi certamente, su una tastiera collegata a internet.
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