Riassunto
Ci sono accostamenti di cifre che funzionano come una scarica elettrica: la Silver Economy europea vale tremilasettecento miliardi, la pensione minima italiana seicento euro scarsi. Noi, prima di indignarci, siamo andati a controllare, e abbiamo scoperto che entrambe le cifre sono sbagliate. La prima non è un mercato ma la spesa complessiva che gli europei sopra i cinquant’anni già sostengono per vivere, misurata nel 2015 e superata da anni. La seconda, nel 2026, è di 619,80 euro. Ventuno euro di differenza, che non cambiano il problema e cambiano tutto il resto: perché finché la denuncia si regge su un dato impreciso, chi non vuole rispondere risponde al dato.
Sotto le cifre c’è un meccanismo che nessuno ha progettato ma che nessuno smonta. L’Italia spende in pensioni più di ogni altro paese europeo e destina alla non autosufficienza l’1,18 per cento del PIL, in calo, mentre i non autosufficienti superano i quattro milioni. Paga in contanti e non in servizi: cinquecentotrenta euro al mese di accompagnamento, che non comprano una residenza da duemila e non pagano una badante in regola, ma finanziano esattamente mezza badante in nero. Metà del lavoro domestico italiano è irregolare, e grazie a questo lo Stato ha risparmiato sei miliardi in un anno.
Poi siamo andati a vedere i modelli che si citano sempre. La Germania tiene in piedi la sua assicurazione con un prestito federale e prevede quindici miliardi di buco nel 2028. La Spagna ha scritto il diritto nella legge e nei primi sei mesi del 2026 ha lasciato morire in lista d’attesa una persona ogni diciassette minuti. Da lì arriva la risposta alla domanda più scomoda, quella che qualcuno sussurra al bar: la soluzione pietosa non va proposta, perché è già in funzione. Si chiama coda amministrativa, e ha il vantaggio che nessuno deve firmarla.
Il conto della vecchiaia, e chi è autorizzato a vederlo
Ci sono accostamenti di cifre che funzionano come una scarica elettrica. Uno di questi circola da anni, in convegni, editoriali, post indignati e slide di apertura: la Silver Economy europea vale tremilasettecento miliardi di euro, la pensione minima italiana vale seicento euro scarsi. Due numeri, un abisso, e la sensazione immediata che qualcuno stia rubando. È esattamente per questo che conviene diffidarne. Non perché la sostanza sia falsa — la sostanza è peggiore di quanto suggerisca lo slogan — ma perché entrambe le cifre, prese alla lettera, sono sbagliate, e il modo in cui sono sbagliate racconta più cose del divario che dovrebbero denunciare.

Cominciamo dalla più grossa. I tremilasettecento miliardi non sono un mercato. Sono la stima di base contenuta nello studio che la Commissione europea commissionò a Technopolis e Oxford Economics, pubblicato nel 2018 e riferito al 2015, e misuravano la spesa privata complessiva degli europei sopra i cinquant’anni: casa, cibo, bollette, trasporti, tempo libero, vestiti, farmaci. Non un tesoro accantonato, non un fondo da spartire, non un business emergente: la somma di quello che le persone anziane già spendono per vivere, in gran parte in affitti, mutui e riscaldamento. Chiamarlo “mercato da tremilasettecento miliardi” è come chiamare “mercato” il totale degli stipendi di una nazione. Peraltro quel numero, nella stessa fonte che tutti citano, era destinato a diventare cinquemilasettecento miliardi entro il 2025, e la Commissione oggi lo dà per raggiunto. Chi continua a usare la versione del 2015 lo fa da otto anni senza aprire il file. Chi denuncia lo scandalo e chi celebra l’opportunità citano lo stesso dato vecchio, con segno opposto, entrambi senza verificarlo. È un buon promemoria: l’indignazione e l’entusiasmo hanno la medesima igiene documentale, cioè nessuna.
La seconda cifra è più modesta e più italiana. Seicentonovantotto no, cinquecentonovantotto sì, ma nel 2024. Nel 2026 il trattamento minimo INPS, dopo la rivalutazione provvisoria dell’1,4 per cento, è di 611,85 euro al mese; con l’incremento aggiuntivo dell’1,3 per cento prorogato dalla manovra, chi sta al minimo arriva a 619,80. Fanno circa ventuno euro in più rispetto alla cifra che gira nelle polemiche. Ventuno euro. Correggere il dato non toglie nulla al problema: sposta la miseria di un pasto e mezzo al mese. Ma l’esattezza serve a qualcosa di preciso, e cioè a togliere di mezzo l’alibi. Perché finché la denuncia si regge su una cifra imprecisa, chi non vuole rispondere risponde alla cifra, e la questione si chiude lì, con un comunicato che rettifica il decimale e lascia intatta la sostanza. Il potere ringrazia sempre chi gli offre un errore da correggere invece di una domanda a cui rispondere.
Il paese che paga in contanti e non in servizi
La domanda vera, allora, è un’altra: com’è possibile che il paese più vecchio d’Europa dopo il Giappone, il paese che spende in pensioni il 17,2 per cento del proprio prodotto interno lordo — la percentuale più alta dell’Unione, oltre quattro punti sopra la media — riesca nel prodigio di lasciare quattro milioni di anziani non autosufficienti sostanzialmente scoperti?
La risposta non è che mancano i soldi. La risposta è che i soldi ci sono e vengono distribuiti nel modo tecnicamente più efficace per non produrre assistenza. L’Italia finanzia la non autosufficienza quasi esclusivamente in denaro contante e quasi per niente in servizi. Il pilastro è l’indennità di accompagnamento: poco più di cinquecentotrenta euro al mese, uguale per tutti, indipendente dal reddito, indipendente dalla gravità effettiva, indipendente da cosa il beneficiario ne faccia. La percepiscono milioni di persone. È una misura che ha un pregio enorme, la semplicità, e un difetto che la annulla: non compra nulla. Con cinquecentotrenta euro non si paga una residenza, la cui retta media oscilla tra i duemila e i tremilacinquecento euro al mese e supera i quattromila nelle grandi città del Nord; non si paga un’assistente familiare in regola, che a contratto pieno costa più del doppio; si paga, esattamente, mezza badante in nero.
E infatti è quello che succede. L’ottavo rapporto dell’Osservatorio sulla Long Term Care fotografa una spesa pubblica per l’assistenza di lungo termine scesa all’1,18 per cento del PIL nel 2024, contro l’1,43 del 2020: mentre i non autosufficienti superavano i quattro milioni, la quota di ricchezza nazionale destinata a loro si contraeva di un quinto. L’assistenza domiciliare integrata, nello stesso periodo, ha aumentato le ore erogate dell’undici per cento e diminuito l’intensità per paziente, passando da diciotto ore medie annue nel 2019 a quattordici nel 2023. Quattordici ore all’anno. Poco più di un’ora al mese, ed è la misura pubblica di sostegno alla domiciliarità di cui si scrive nei piani. La copertura residenziale, poi, disegna due paesi diversi che condividono la bandiera: a Bolzano le residenze coprono il 29 per cento degli over 75 non autosufficienti, in Campania e in Sardegna l’uno per cento.
Il resto lo fanno le famiglie. L’Osservatorio Domina, che raccoglie i datori di lavoro domestico e quindi ha ogni interesse a gonfiare la propria rilevanza — motivo in più per leggerne i numeri con le pinze, e motivo in più per notare che nessuno li ha mai smentiti — calcola che la spesa delle famiglie per colf e badanti abbia raggiunto i 13,4 miliardi di euro, che i lavoratori domestici regolari siano oltre ottocentomila e che il tasso di irregolarità del settore sia del 48,8 per cento, contro una media nazionale del dieci. Un rapporto di lavoro su due, in casa, è fuori dalle regole. Le badanti hanno superato le colf: il lavoro domestico italiano non è più servizio alla casa, è assistenza alla persona. E la stessa fonte calcola che grazie a questo esercito lo Stato abbia risparmiato, nel solo 2023, sei miliardi di euro: quello che le famiglie pagano di tasca propria è denaro che il bilancio pubblico non ha dovuto stanziare.
Ecco il rovescio, e non è un incidente: è un modello. L’Italia ha esternalizzato la cura degli anziani a due soggetti privi di potere contrattuale — le donne di famiglia e le lavoratrici straniere, spesso irregolari — e ha chiamato “sostegno alla domiciliarità” il fatto di non intervenire. Il sommerso non è un fallimento del sistema, è il sistema. Toglietelo domani mattina e il paese si ferma.
Duemila su ventiquattromilacinquecentodieci

Se qualcuno pensa che questa sia una lettura maliziosa, esiste un esperimento naturale, e ha una data. La legge delega 33 del 2023 doveva riformare la non autosufficienza. Il decreto legislativo 29 del 2024, invece di riformare l’indennità di accompagnamento come previsto, ha introdotto una misura sperimentale chiamata Prestazione Universale: un assegno di assistenza di 850 euro mensili aggiuntivi, vincolati all’assunzione regolare di un’assistente familiare o all’acquisto di servizi professionali, destinato agli ultraottantenni con bisogno assistenziale gravissimo e ISEE non superiore a seimila euro. Duecentocinquanta milioni l’anno per il 2025 e il 2026, con una platea attesa di 24.510 persone.
Il risultato lo hanno raccontato Vita e Il Sole 24 Ore: meno di cinquemila domande, poco più di duemila accolte. Su ventiquattromilacinquecentodieci previste. Gli indicatori del bisogno assistenziale gravissimo — coma, stato vegetativo, ventilazione meccanica continuativa, demenza di grado quattro, lesioni spinali alte — sono stati calibrati in modo da risultare quasi impossibili da soddisfare per una persona che vive a casa e non in reparto. Centoventicinque dei duecentocinquanta milioni stanziati per il 2025 sono stati restituiti al programma di provenienza. Per il 2026 la soglia ISEE è stata portata da seimila a dodicimila euro, e la relazione tecnica che accompagna la modifica esprime la speranza — la parola è quella — di arrivare finalmente a venticinquemila domande.
Non serve postulare una malafede. Basta osservare che quando si vuole che una misura funzioni la si progetta perché funzioni, e quando si vuole poter dire di averla fatta la si progetta così. È la differenza tra un errore e una scelta, e la si riconosce dal fatto che l’errore, di norma, viene corretto entro l’anno.
La generazione che paga due volte

C’è poi il pezzo che nessuno mette in bilancio, perché non ha un codice tributo. La cosiddetta generazione sandwich — cinquantenni e sessantenni, in maggioranza donne, con genitori novantenni sopra e figli precari sotto — non paga soltanto la badante. Paga in ore di lavoro non fatte, part time forzati, dimissioni volontarie che di volontario hanno solo il modulo, contributi non versati. È un trasferimento silenzioso: il costo dell’assistenza di oggi viene scontato sulla pensione di domani. Chi assiste il padre nel 2026 andrà in pensione al minimo nel 2040, e nel 2050 sarà a sua volta un anziano non autosufficiente con seicento euro al mese e un figlio disoccupato. Il sistema non trasferisce risorse tra generazioni: trasferisce povertà in avanti nel tempo, e la restituisce con gli interessi. È l’unico investimento italiano a rendimento garantito.
Andiamo a vedere i modelli, per favore
A questo punto scatta il riflesso condizionato: guardate la Germania, guardate il Nord Europa, lì funziona. Andiamoci davvero, però, perché l’ammirazione a distanza è la forma più economica di pigrizia intellettuale.
La Germania ha introdotto nel 1995 la Pflegeversicherung, assicurazione obbligatoria per la non autosufficienza, quinto pilastro del welfare, sempre citata come il modello che l’Italia non ha voluto copiare. Nell’estate del 2026 quel modello è tenuto in piedi da un prestito federale di 3,2 miliardi di euro, il ministero della Salute ha messo in circolazione una bozza di riordino, il Pflegeneuordnungsgesetz, che stima disavanzi per 7,6 miliardi nel 2027 e 15,4 nel 2028, e la presidente dell’AOK parla apertamente di otto miliardi di buco per il 2027. I riconosciuti come bisognosi di cura sono passati a quasi sei milioni, il doppio in otto anni, soprattutto per l’allentamento dei criteri deciso nel 2017. E soprattutto: anche con l’assicurazione, la quota a carico dell’ospite in casa di riposo supera in media i 3.100 euro al mese. L’assicurazione sociale non ha eliminato il conto. Ne ha socializzato una parte e ha lasciato il resto dov’era.
Il Giappone ha fatto la stessa cosa nel 2000 con il Kaigo Hoken: contribuzione obbligatoria da quarant’anni in su, copertura universale al bisogno senza prova dei mezzi, compartecipazione dal dieci al trenta per cento in base al reddito, circa l’1,8 per cento del PIL. Sette milioni di certificati, uno su cinque tra gli over 65. Funziona, ed è il caso più solido che si possa citare. Ha però un problema che i soldi non risolvono: non ci sono abbastanza persone disposte a fare quel lavoro. Il Giappone importa assistenti da Filippine, Indonesia e Vietnam esattamente come noi li importiamo dall’Est europeo, con la differenza che lo fa con un trattato e un contratto invece che con una sanatoria ogni dieci anni.
I Paesi Bassi spendono per la non autosufficienza più di ogni altro paese OCSE, oltre il quattro per cento del PIL, e proprio per questo dal 2015 hanno stretto l’accesso alle case di cura riservandole a chi necessita di sorveglianza continua, spostando tutto il resto sul territorio. Il paese più generoso del mondo in materia sta razionando. Non per cattiveria: per aritmetica.
E poi c’è la Spagna, che è il caso da leggere fino in fondo. Nel 2006 la Ley de Dependencia ha riconosciuto per legge il diritto universale all’assistenza, quarto pilastro dello Stato sociale, con grande soddisfazione di chi in Italia la indicava come esempio. Vent’anni dopo, l’Observatorio Estatal para la Dependencia conta 15.450 persone morte nei primi sei mesi del 2026 in attesa: quasi ottomila prima ancora di essere valutate, settemilacinquecento dopo il riconoscimento ma prima di ricevere alcunché. Ottantacinque al giorno. Una ogni diciassette minuti. I tempi di attesa arrivano a 552 giorni in Murcia, 446 in Andalusia. Il diritto c’è, è scritto, è esigibile, ed è arrivato quasi un milione di volte in due decenni dopo la morte dell’avente diritto.
La domanda scomoda ha già una risposta operativa

E qui va affrontata la provocazione che chiude ogni discussione di questo tipo, di solito sussurrata al bar e ogni tanto scritta: se davvero non esistono soluzioni, tanto varrebbe ammettere che chi non può provvedere alla propria vecchiaia non autosufficiente è di troppo, e agire di conseguenza, pietosamente e onestamente.
La risposta è che non c’è bisogno di legiferare nulla, perché è già così. La lista d’attesa spagnola è una selezione per differimento: nessuno decide che quella persona non debba essere assistita, semplicemente la pratica dura più della persona. La versione italiana è una selezione per sfinimento: nessuno nega l’assistenza, si lascia che la sostenga una figlia cinquantenne finché regge, e quando non regge più si vede. La differenza tra un atto deliberato e una coda amministrativa è solo che nel secondo caso nessuno deve firmare, e infatti nessuno firma. L’unica cosa che il ragionamento “pietoso” aggiunge alla realtà è la franchezza, e la franchezza in questo campo non è un valore aggiunto: è la richiesta di poter chiamare politica ciò che oggi si chiama disguido.
Il resto del ragionamento non regge nemmeno alle sue stesse premesse. Contiene infatti un assioma nascosto, e cioè che il diritto di esistere dipenda dalla capacità di finanziare la propria cura. Nessuno lo applica ai bambini, che sono ugualmente non autosufficienti, ugualmente improduttivi e ugualmente costosi, né a chi esce da un incidente stradale a trent’anni. Lo si applica solo ai vecchi, e solo dopo che si è deciso che il loro accudimento è una spesa e non un servizio. Va poi ricordato, con la freddezza che l’argomento merita, che il Novecento europeo quel calcolo lo ha fatto per davvero, in un paese che si riteneva efficiente, e che il suo problema non fu soltanto morale: fu che la definizione di “chi non può provvedere a sé” non sta ferma. Si allarga. È una soglia, e le soglie si spostano sempre verso il basso, verso chi costa un po’ meno ma costa ancora. Chi propone la soluzione compassionevole sta implicitamente scommettendo di trovarsi, il giorno in cui la soglia si muoverà, dalla parte giusta della riga. È una scommessa che nessuno ha mai vinto.
Cosa funziona, con moderazione

Resta la domanda utile: qualcosa funziona? Sì, ma niente di eroico.
La Finlandia, che è più vecchia dei Paesi Bassi e spende molto meno, destina l’84 per cento della spesa per la non autosufficienza all’assistenza domiciliare e ha visto il costo totale scendere del tre per cento in quattro anni, con le spese domiciliari cresciute del sette e quelle per le strutture calate del trentaquattro. Non è magia: è la scelta di intervenire presto e a casa invece che tardi e in istituto, con i comuni come responsabili unici. Va detto subito che la stampa finlandese è piena di inchieste sulle carenze di quell’assistenza domiciliare, e che chiunque venda il modello nordico come un paradiso sta vendendo una cartolina. Ma la direzione è documentata e il risparmio è reale.
E poi c’è la cosa che l’Italia potrebbe fare domani e non fa: far emergere il lavoro di cura. Le stime del Politecnico di Milano indicano che un incentivo alla regolarizzazione dei contratti farebbe emergere circa 249.000 assistenti familiari, con quasi mezzo miliardo di nuovi contributi e altri centottantacinque milioni di IRPEF. Si finanzierebbe da sola, in buona parte. Non si fa perché regolarizzare significa ammettere che quel welfare esiste, e ammettere che esiste significa doverlo governare.
Il conto della vecchiaia italiana, in fondo, non è impagabile. È solo assegnato a chi non ha modo di contestarlo. La domanda non è chi paga: è chi è autorizzato a vedere la fattura.
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