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L’economia d’argento è placcata

Quando un mercato miliardario e la realtà previdenziale italiana si ignorano a vicenda, la domanda non è economica. È politica. Primo episodio del dossier sull’invecchiamento. La Silver Economy vale 3.700 miliardi. Oltre 12 milioni di pensioni italiane sono sotto i 750 euro. Il Franti apre un dossier sulla distanza tra le due cifre.

Dossier “Silver Economy” — Episodio I


C’è una cifra che circola nei convegni, nei white paper della Commissione Europea, nei pitch deck dei fondi di investimento dedicati all’invecchiamento: 3.700 miliardi di euro. È il valore stimato della cosiddetta Silver Economy europea — il mercato generato dalla spesa degli over 50 e dai servizi connessi alla terza età. Oxford Economics l’ha calcolata per conto di Bruxelles nel 2018, e da allora quella cifra ha la stessa funzione che hanno certi numeri nei discorsi politici: viene citata senza essere compresa, si moltiplica per contagio, produce ottimismo. “Se fosse una nazione sovrana” — si legge nei rapporti più entusiasti — “la Silver Economy europea sarebbe la terza economia del mondo, dopo Stati Uniti e Cina.” Il che è un modo singolare di dire che gli anziani europei, collettivamente, spendono molti soldi. Notizia, questa, di difficile contestazione.

C’è un’altra cifra, meno frequente nei convegni. Secondo l’Osservatorio statistico dell’INPS, aggiornato al 2024, il 53,5% delle prestazioni pensionistiche italiane è inferiore a 750 euro lordi al mese. Non 750 euro netti: lordi. Stiamo parlando di oltre 12 milioni di trattamenti — non persone, trattamenti, perché una persona può riceverne più d’uno — che si collocano al di sotto di una soglia che in qualsiasi altra discussione verrebbe definita povertà. La pensione minima è di 598,61 euro. L’assegno sociale è 534 euro. La pensione di invalidità 333 euro. Nel 2025, la rivalutazione ha portato un aumento di 1 euro e 80 centesimi al mese.

Queste due cifre non compaiono mai nello stesso documento. Non perché chi scrive quei documenti sia in malafede — o almeno, non necessariamente — ma perché appartengono a due narrazioni che si ignorano con la costanza di chi ha deciso, implicitamente, che l’una invalida l’altra. La Silver Economy ha bisogno di consumatori. I 12 milioni di prestazioni sotto i 750 euro sono un problema previdenziale, non un mercato. Ergo: non compaiono nello stesso documento.

Questo è il primo paradosso del dossier che apriamo oggi — e non sarà l’ultimo.


Il buzzword e i suoi genitori

Il termine “Silver Economy” nasce in Giappone negli anni Settanta, viene adottato dall’Unione Europea nel 2005 e da allora ha percorso la parabola tipica dei concetti che funzionano: dall’accademia al policy-making, dal policy-making alle riviste di settore, dalle riviste di settore ai convegni di Confindustria, dai convegni di Confindustria ai titoli dei giornali. Il ricercatore polacco Andrzej Klimczuk, in uno studio del 2021 pubblicato per la Commissione Europea stessa, ha avuto l’onestà intellettuale di definirlo esattamente per ciò che è: “un buzzword — un termine che crea hype”. Un costrutto retorico, cioè, più che una categoria analitica.

Il problema con i buzzword non è che siano falsi. È che selezionano. La Silver Economy seleziona la parte della popolazione anziana che consuma, viaggia, investe, si cura a proprie spese, acquista tecnologia assistiva, frequenta terme e palestre, finanzia nipoti e figli adulti. Questa parte esiste, è numericamente rilevante, ha un potere d’acquisto reale. In Germania, i consumatori tra i 55 e i 64 anni spendono 4,4 miliardi di euro al mese in ristorazione, cultura e tempo libero. In Italia, Confindustria e Banca d’Italia documentano che gli over 65 sono l’unico gruppo d’età il cui rischio di povertà è diminuito nell’ultimo decennio. La ricchezza media di un anziano italiano è stimata intorno ai 292.000 euro, per un patrimonio complessivo di categoria che supera i 4.000 miliardi.

Ma qui occorre fermarsi e fare quello che i rapporti ottimistici non fanno mai: guardare la distribuzione, non la media. La media della ricchezza degli over 65 italiani è gonfiata da una minoranza di proprietari immobiliari e pensionati con carriere lunghe nel pubblico impiego. La mediana — il valore che divide esattamente a metà la distribuzione — racconta un’altra storia. E la pensione mediana italiana, intorno ai 1.200 euro lordi al mese, colloca la maggioranza dei pensionati in una zona di sopravvivenza dignitosa ma non di consumo espansivo. Il “silver consumer” della narrazione è la coda destra della distribuzione, non il suo centro di massa.

Questo non è un dettaglio tecnico. È il cuore del problema. Perché la Silver Economy, come mercato, funziona solo se quella coda destra è abbastanza larga e abbastanza ricca da sostenere l’industria che le si rivolge. E la domanda che i rapporti non pongono mai è: lo è davvero, e — soprattutto — lo sarà ancora tra vent’anni?


La sostenibilità ottenuta impoverendo i futuri pensionati

I sistemi pensionistici europei attraversano una transizione che i demografi chiamano “gobba pensionistica”: il progressivo pensionamento della generazione del baby boom produrrà un picco di spesa pensionistica intorno al 2035-2040, dopo il quale — secondo le proiezioni ufficiali — la spesa dovrebbe tornare a scendere per effetto delle riforme strutturali introdotte negli ultimi trent’anni. In Italia, la Ragioneria Generale dello Stato proietta un picco al 17,1% del PIL nel 2040 (già oggi siamo al 15,4%, il dato più alto dell’Unione Europea) e poi una discesa graduale verso il 13,7% entro il 2070.

Questa traiettoria discendente è presentata come una notizia rassicurante. Il sistema regge, la sostenibilità è garantita, le riforme hanno funzionato. Quello che i comunicati stampa omettono è il meccanismo attraverso cui quella sostenibilità viene ottenuta. Il sistema pensionistico italiano diventa sostenibile, nelle proiezioni, perché riduce le pensioni future. Il tasso di sostituzione — il rapporto tra l’ultima retribuzione percepita e il primo assegno pensionistico — scenderà dall’81,5% per chi è andato in pensione nel 2020 al 64,8% per chi andrà in pensione nel 2060. Per i lavoratori autonomi con carriere discontinue, quella percentuale potrebbe scendere al 50%.

Tradotto: il sistema pensionistico è sostenibile perché i pensionati futuri avranno pensioni molto più basse di quelle attuali. La “gobba” si abbassa perché si abbassa l’assegno. Questo è aritmeticamente corretto e politicamente conveniente da non dire troppo chiaramente. Ma per la Silver Economy è una notizia catastrofica: i consumatori anziani del 2050 saranno strutturalmente più poveri di quelli di oggi. L’industria che si sta attrezzando per servire un mercato di anziani benestanti sta costruendo su una base che si sta erodendo sotto di lei.

L’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica ha aggiunto un ulteriore elemento di dubbio alle proiezioni ottimistiche. La discesa della spesa pensionistica dopo il 2040 presuppone una crescita della produttività dell’1,3% annuo a partire da quella data. La produttività italiana nell’ultimo decennio è cresciuta allo 0,12% annuo. Il fattore di scostamento è di circa nove volte. Non è una variabile secondaria: è la variabile che determina se il sistema crolla o regge. E nessun documento della Silver Economy la menziona.


L’equazione impossibile

Il rapporto tra lavoratori attivi e pensionati è oggi in Italia di 1,47 a 1 — appena sotto la soglia di sicurezza convenzionalmente fissata a 1,5. L’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) proietta che entro il 2050 quel rapporto raggiungerà 1 a 1: un lavoratore attivo per ogni pensionato. Nel Mezzogiorno il rapporto è già invertito oggi: 7,3 milioni di pensionati contro 6,4 milioni di occupati.

Questo dato da solo spiegherebbe il problema. Ma il problema non si ferma qui, perché al deterioramento strutturale del rapporto si sommano due dinamiche che le politiche correnti aggravano sistematicamente invece di attenuare.

La prima è l’emigrazione giovanile. In dieci anni, 352.000 giovani italiani tra i 25 e i 34 anni si sono trasferiti stabilmente all’estero; ne sono rientrati 104.000, con una perdita netta di 248.000 contribuenti potenziali. Nel solo 2024, l’emigrazione nella fascia 18-34 è cresciuta del 47,9%. La SVIMEZ calcola che tra il 2002 e il 2017 il Sud ha perso 2 milioni di emigrati, per il 50% giovani, per il 33% laureati. Il costo stimato in termini di entrate fiscali e contributive perdute è di 14 miliardi di euro l’anno — una cifra che nessun fondo di investimento sulla Silver Economy contabilizza nelle sue proiezioni, perché eroderebbe il mercato che promette ai propri clienti.

La seconda dinamica è l’immigrazione — o meglio, la sua fragilità politica come variabile di sistema. Le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato assumono flussi migratori costanti e integrazione lavorativa efficace degli immigrati come condizione necessaria per la sostenibilità pensionistica. Questa assunzione è matematicamente inattaccabile e politicamente fragile: le stesse forze che chiedono pensioni anticipate (Quota 100, 102, 103, con costi aggiuntivi stimati in miliardi) sono le stesse che propongono una riduzione dei flussi migratori. Le due posizioni sono matematicamente incompatibili. Nessuno dei due campi sembra volerlo dire ad alta voce.


La retorica della modernità è il business del nonno

Il genere retorico e la sua grammatica

I rapporti sulla Silver Economy — quelli della Commissione Europea, i white paper delle associazioni industriali, i documenti strategici dei fondi di investimento dedicati all’invecchiamento — condividono una grammatica caratteristica che vale la pena analizzare come un genere letterario, con le sue convenzioni e i suoi punti ciechi strutturali.

La struttura argomentativa tipica è sempre la stessa: si apre con una diagnosi corretta (l’invecchiamento è una trasformazione demografica senza precedenti, il welfare tradizionale non regge, la solitudine è un problema clinico reale), si sviluppa con una descrizione accurata del problema (il dependency ratio, la multimorbidità, la fragilità), e poi si propone come soluzione lo stesso sistema di valori che ha prodotto il problema — mercati, startup, deregolamentazione, consumo, efficienza. La medicina per il colesterolo è il burro.

Il vocabolario di questo genere è preciso e ricorrente: “ecosistema di longevità attivo”, “consumatore di alto valore esperienziale”, “lievito culturale”, “moltiplicatore di valore”. L’anziano è sempre “attivo”, sempre “generativo”, sempre in viaggio verso destinazioni esotiche o impegnato in attività cognitive stimolanti. La “cool-cation” — la fuga verso climi freschi come Islanda o Patagonia — è presentata come tendenza strutturale del mercato silver. I pacchetti di viaggio nostalgico ispirazione Pan American da 60.000 dollari compaiono come indicatori di un segmento in crescita.

Non è menzogna. È selezione. Il genere funziona perché cattura una realtà parziale e la presenta come totalità. Il senior che vola in Groenlandia esiste — è statisticamente reale, economicamente rilevante, sociologicamente interessante. Ma condivide il nome “anziano” con il pensionato campano che riceve 598 euro al mese e non ha accesso ai servizi di assistenza domiciliare perché in Calabria la copertura ADI è all’1,67%. La retorica della Silver Economy funziona esattamente come la mappa che mostra solo le vette e non le vallate: tecnicamente accurata, praticamente fuorviante.

Il punto critico non è che la Silver Economy non esista. È che esiste per una minoranza e viene usata come frame per costruire politiche — e giustificare austerità sul welfare — che riguardano la totalità. Se l’anziano è un “consumatore di alto valore esperienziale”, allora l’indennità di accompagnamento da 551 euro al mese non è una priorità: è un sussidio per chi non è riuscito a invecchiare bene.


Beauvoir, 1970: la cospirazione del silenzio

Simone de Beauvoir pubblica La Vieillesse nel 1970 — un libro di 650 pagine che fa per la vecchiaia ciò che Il secondo sesso aveva fatto per la condizione femminile. La sua tesi centrale: le società capitaliste trattano gli anziani come “cadaveri ambulanti” nel momento in cui cessano di essere produttivi. “La società si preoccupa dell’individuo solo nella misura in cui è redditizio.” Non come accusa morale, ma come descrizione funzionale del meccanismo.

Beauvoir identifica quello che chiama “la cospirazione del silenzio”: i non-ancora-vecchi — cioè tutti noi, tranne quanti sono già anziani — praticano una forma di malafede esistenziale, rifiutando di riconoscere che la vecchiaia li riguarda. “Morire presto o invecchiare: non c’è altra alternativa.” La distanza psicologica con cui trattiamo il problema dell’invecchiamento — come se fosse il problema di qualcun altro, di una categoria separata dalla nostra — è precisamente ciò che permette alle politiche di essere così inadeguate senza che nessuno si indigni abbastanza. Chi ha 35 anni non si percepisce come il futuro beneficiario di un sistema di Long-Term Care che oggi viene sistematicamente sottofinanziato.

La citazione di Beauvoir più precisa per il contesto di questo dossier è forse questa: “La società infligge alla stragrande maggioranza degli anziani un livello di vita così miserabile che è quasi tautologico dire ‘vecchio e povero’.” Era il 1970. I dati INPS del 2024 suggeriscono che l’affermazione non ha perso attualità. La ha persa il politico che la cita, non la condizione che descrive.

La gerontologia critica — quella corrente fondata da Carroll Estes negli anni Settanta con il suo studio sull’Aging Enterprise — aggiunge un tassello metodologico: la rete di professionisti, industrie e agenzie che traggono profitto dal definire l’invecchiamento come un problema che richiede intervento professionale costituisce essa stessa un sistema di interessi che orienta le politiche. La domanda che il sociologo britannico Alan Walker pone come principio fondamentale della gerontologia critica è semplice e devastante: “A chi servono gli interessi quando pensiamo all’età in un determinato modo?” Applicata alla Silver Economy: a chi serve la narrativa del consumatore anziano attivo e benestante? Certamente non ai 12 milioni di trattamenti sotto i 750 euro.


Quello che il dossier farà nei prossimi episodi

Questo primo episodio ha smontato il frame economico-politico della Silver Economy. Nei prossimi affronteremo terreni più scomodi.

Il secondo episodio entrerà nei dati demografici concreti: chi sarà l’anziano del 2050 in Italia, in che condizioni di salute, con quale isolamento, con quale fragilità. Non è uno scenario apocalittico — è quello che le proiezioni ISTAT e i dati epidemiologici già documentano, e che merita di essere letto senza l’anestetico della retorica dell’invecchiamento attivo.

Il terzo episodio affronterà il sistema di cura reale — quello invisibile, femminile, spesso irregolare — su cui l’Italia scarica la responsabilità di 2 milioni di anziani non autosufficienti: le badanti, i caregiver familiari, la “generazione sandwich” che paga con la propria pensione futura il costo dell’assistenza presente.

Il quarto episodio prenderà sul serio la promessa tecnologica e la misurerà contro la realtà: cosa è successo in Giappone, il paese che per primo ha scommesso sui robot di cura. Anticipazione: i robot non hanno salvato nessuno, e la storia è istruttiva.

Il quinto episodio chiuderà il cerchio sul piano filosofico: l’invecchiamento come specchio della civiltà, secondo la lezione di Beauvoir, Illich, e della gerontologia critica contemporanea.

Nel frattempo, una domanda da tenere aperta: se la Silver Economy è un mercato da 3.700 miliardi, perché la pensione minima è di 598 euro?


Citazioni:
— «Il sistema pensionistico diventa sostenibile impoverendo i futuri pensionati. E così distrugge la base della stessa Silver Economy che promette di alimentare.»
— «La Silver Economy cattura una realtà parziale e la presenta come totalità. Come una mappa che mostra solo le vette.»
— «“A chi servono gli interessi quando pensiamo all’età in un determinato modo?” — Alan Walker. La domanda più scomoda del dossier.»

APPROFONDIMENTI E CONFRONTI

=> L’Intreccio tra Isolamento Sociale e Fragilità


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Ennio Martignago