Cerca nel Franti
Cover Stories - Temi di riflessione

In viaggio verso Zagabria

Saremmo andati a Zagabria in tenda sullo Jarun Lake. Trovammo un passaggio, dicemmo alle madri che andavamo a Castiglioncello, prendemmo zaini e tenda e partimmo.

Eravamo matti e liberi, quelli che le cose le raccontavano a casa, si, ma sempre solo dopo.

Mi sa che ero bello a 16 anni.
Il fisico cresceva sotto lo stress dell’allenamento costante, in canoa.
Ero bello e non lo sapevo, per questo ero goffo. In termini biblici non avevo ancora assaggiato la mela e, pertanto, non avevo malizia alcuna.

Quando mi convocarono in nazionale, a Castelgandolfo, una giovane canoista lombarda passò qualche serata a farmi le fusa sui divani. Era una ragazza bella e pericolosa e lo sapeva. In nazionale, però, io mi giocavo un’occasione e la mia timidezza, la mia inconsapevolezza, le mie paure mi protessero da una ragazza ammaliante.

La rividi quella Circe, faceva doppio con una certa Elisa e la rividi a una gara di Mantova.
Elisa mi fece impazzire. Era bellissima nella sua timidezza e, presentati, cominciammo a stravedere l’uno per l’altra.
Peccato ci vedessimo solo alle gare nazionali. Io aspettavo mesi per cui passavamo mesi a scriverci lettere piene di speranza e sentimenti. Poi fosse Mantova o Milano ci vedevamo per 5 minuti, di corsa, un sorriso, due parole dolci e poco più.
Sarebbe una di quelle storie adolescenziale dolcissime ma io a 16 anni ero bello e matto.

Elisa fu convocata per gli europei in Croazia, io no.

Eppure non potevo perdere quell’occasione per condividere una simile gioia. Il mio amico Jack puntava un’altra ragazza, anche lei convocata.
Decidemmo un pomeriggio: saremmo andati a Zagabria in tenda sullo Jarun Lake.
Trovammo un passaggio da una famiglia che aveva un figlio convocato, dicemmo alle rispettive madri che andavamo a Castiglioncello,
prendemmo zaini e tenda e partimmo.
Eravamo matti e liberi, quelli che le cose le raccontavano a casa, si, ma sempre solo dopo.

Avevo però sottovalutato il viaggio in macchina Firenze-Zagabria.
Il signore viaggiava con la moglie e una figlia piccola, di circa 6 anni, Susanna.
Susanna fu messa dietro, fra me e Jack e ci tormentò per ore.
Era lo scotto da pagare per arrivare dalle nostre donne angelo ma che prezzo…
Il padre, resosi conto della fatica e dello stress a cui eravamo sottoposti propose allora alla bambina di giocare con noi a carte.

Ebbene, in quegli anni magici c’erano delle carte particolari: in linea di massima erano mazzi che riportavano in ciascuna carta le caratteristiche di alcuni mezzi di trasporto. C’erano i mazzi degli aerei, quelli delle navi, quelli delle macchine da corsa, quelli delle auto d’epoca, quelli delle moto o dei trattori.
Siccome erano gli anni 90 ci divertivamo con poco. Si giocava sempre in 2 o 3 o 4 a quel gioco. Il mazzo veniva ripartito fra i giocatori. Stava al primo, valutando la carta che aveva in mano, decidere quale caratteristica menzionare. “velocità”, “peso”, “autonomia” “stazza”, “cavalli” e così via.
Ovviamente uno chiamava il gioco sulla caratteristica più forte della sua carta e ciascuno dichiarava quale fosse il valore della propria rispetto a quella caratteristica. Quello che aveva la caratteristica più forte prendeva le carte degli altri e chiamava la caratteristica successiva. Vinceva chi prendeva tutte le carte agli altri.

Mi ricordo benissimo che Susanna aveva un mazzo di carte di camion.
Mi ricordo benissimo che sia io che Jack baravamo come ladri cambiando le carte per vincere la partita e vendicarci delle angherie di una bambina.
C’è però un però.
Un però bastardo.
C’era una carta di quel mazzo, una carta di un camion, che era la più forte su tutto.
Aveva più potenza, più cavalli, pesava di più e aveva più assi e più portata. Costava di più.
Destino voleva che Susanna avesse quella maledetta carta.
E avevi voglia di barare e ridurla allo stremo: quando la sfidavi su quella carta lei ti batteva e il gioco era diventato un gioco infinito. Nemmeno barare poteva portare alla conclusione. Era possibile solo la sconfitta e sia io che Jack lo avevamo capito.
E così fu, ci arrendemmo perché non avevamo scelta.
Zagabria ci conobbe disfatti e sconfitti.
Piantammo una piccola tenda per scoprire la mattina dopo che eravamo accampati in una spiaggia di nudisti.

Il tema di questo pezzo è quella carta invincibile. Una carta straordinaria: potevi stracciare l’avversario ma bastava che l’altro avesse in mano quella carta per rendere la partita imperdibile.
Se fosse stata una guerra sarebbe stata la rappresentazione di una resistenza implacabile, quella di persone che non puoi sconfiggere né piegare e che renderanno la tua guerra una guerra a perdere.
Quel tipo di guerra asimmetrico tale per cui tu hai 38 carte, Jack ne ha 15 e Susanna 1 ma Susanna ti batte nonostante quella sproporzione di forze.

Sembra una storia assurda ma non lo è. Chiedete ai veterani del Vietnam cosa sia stato combattere contro i Vietcong.
Chiedetelo ai Russi, in Afghanistan e poi chiedetelo a chi ha fatto lo stesso errore anni dopo.
La guerra adesso incendia il Medioriente.

Parlo con Hassan che mi racconta di un Libano violentato. Mi racconta di sua madre sfollata, della casa persa, dei lavori dei fratelli evaporati. Mi racconta di un esercito israeliano che ha occupato il sud del paese per eliminare Hezbollah.
E poi mi racconta che Hezbollah ha liberato il Libano dall’occupazione israeliana nel 1982.
Mi fa strano sentirlo perché per me Hezbollah è terrorismo.
Discutiamo cosa sia terrorismo e decidiamo insieme che è la risposta all’asimmetria di forze. E’ una carta sola, contro un mazzo. Una carta sola ma invincibile perché, al pari di un’idea, non è possibile estirparla.
Israele continua a decapitare i leader di Hezbollah come se non sapesse capire che per ogni morto nasce un martire e 3 altri uomini determinati a difendere un territorio e una posizione.

La violenza chiama solo violenza e siccome sono intelligenti gli Israeliani non possono non capire questo semplice concetto. Puoi uccidere 100, 1000, 100000 terroristi ma non puoi uccidere un’idea, un’ideale, un sogno, una filosofia.

Per questo la guerra contro il terrorismo è identica a una partita a carte, viaggiando verso una Zagabria lontanissima.
Una partita che io e Jack eravamo costretti a giocare, innamorati come solo a 16 anni si sa essere.
A Zagabria siamo rimasti 3 giorni. Susanna ci è stata affidata un pomeriggio ed è quasi affogata, rimanendo incastrata sotto dei gonfiabili sul lago.
Siamo andati a mangiare al ristorante con la Nazionale imbucandoci miseramente.
Abbiamo riso e abbiamo creduto di aver in mano la vita.
Abbiamo smesso di giocare a quel gioco di carte perché era inutile e ci condannava a un conflitto infinito e quindi stupido.
La mia Elisa è rimasta un sogno. Le sue lettere si sono piano piano rarefatte e sono rimaste a prendere polvere in un cassetto.
Le ho ritrovate durante un trasloco e le ho aperte e annusate come un archeologo che ha scoperto un tesoro che si credeva appartenere al mito. Susanna è cresciuta. Ha fatto Miss Italia perché è diventata bellissima.

Hassan mi racconta di Hezbollah e mi costringe a ripensare a quel viaggio, a come le idee non si possano ammazzare.
Poi mi dice una cosa straordinaria. Mi dice che Hezbollah è la lotta di un popolo che rifiuta di arrendersi a una politica espansionistica e poi mi dice che per loro sono eroi che fanno la Resistenza e per noi terroristi ma è solo una questione di etichette lessicali.

Mi dice altro, una cosa dolorosa: “i nostri sono terroristi, i vostri sono partigiani”.

Col cuore penso che sia un’eresia ma la testa capisce che ha ragione lui.
Stessi metodi, stessa asimmetria.
Regalatele quelle carte a Netanyhau. Mettetelo dietro a una Volvo analogica, anni 90, mettetemelo accanto. Dividete fra noi due quel mazzo di carte di camion, se non lo trovate chiedetelo a Susanna.
Fate in modo che abbia io quella carta straordinaria. E poi datemi tempo fino a Zagabria: non mi serve un minuto di più.


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Francesco Landucci