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L’abaco e il pensiero

Averroè profeta dei chatbot? La genealogia medievale dell’IA è elegante ma sbaglia domanda: l’intelligenza è sempre stata fuori. Il problema è chi la possiede.

Riassunto

Ogni stagione culturale si sceglie un antenato illustre, e da qualche tempo tocca ad Averroè: il commentatore di Aristotele che Dante confina nel Limbo viene arruolato come profeta dei chatbot, perché sosteneva che l’intelletto è uno, eterno e comune a tutti gli uomini. La genealogia funziona, è elegante, rassicura. Ma domestica l’ignoto rinominandolo, e soprattutto poggia su una domanda truccata: quando una capacità esterna entra nel nostro ragionamento, a che punto ciò che produce diventa nostro? Presuppone che esista un dentro. Proviamo a tracciarne il confine e ci accorgiamo che si sposta appena lo guardiamo. Il primo oggetto esterno che incontriamo si chiama corpo — mi fa male la pancia, dove la grammatica ha già deciso chi agisce e chi subisce. Se il corpo sta fuori e l’intelletto sta fuori, resta da capire cosa sia rimasto dentro: pochissimo, e comunque non l’intelligenza, che è da sempre un processo combinatorio su strutture sintattiche, capace di generare assunti verosimili ma non veri. L’accusa che rivolgiamo alle macchine — testo plausibile senza sapere se sia vero — non descrive un difetto del prodotto: è un ritratto di famiglia. Ripartiamo allora dalla distinzione che la prolusione averroista sorvola, quella fra intelletto e pensiero, che stanno fra loro come l’abaco e la meccanica quantistica. E soprattutto dalla domanda brutta, quella che ha risposte verificabili: l’intelletto separato di Averroè non fatturava l’accesso, il nostro sì, con piano tariffario, giurisdizione, consumo elettrico e filiera. Fra chi vende il dio e chi denuncia l’idolo, nessuno ha le mani pulite. Al lettore resta il lavoro sporco, e il tempo di ruminazione: quell’intervallo fra l’idea che arriva e la frase che la traduce, che nessuno ha interesse ad allungare.

Averroè, l’intelligenza artificiale e il vizio di cercare dentro ciò che è sempre stato fuori

Ogni stagione culturale si sceglie un antenato. Da quando i modelli linguistici sono passati dai convegni alle tavole apparecchiate, la caccia al precursore è diventata un genere letterario con regole proprie: si prende un pensatore abbastanza remoto da non poter smentire, gli si attribuisce una preveggenza, si conclude che nulla è davvero nuovo sotto il sole e si va a cena tranquilli. È un esercizio rassicurante. Serve a domesticare l’ignoto rinominandolo.

L’ultimo arrivato in questa genealogia è Averroè, promosso profeta dei chatbot in un articolo di Francesco Gallina uscito il 30 agosto sul Giornale. Il pezzo è costruito bene e documentato con onestà. Ibn Rushd, il commentatore di Aristotele che Dante sistema nel Limbo con la formula «Averoìs, che ‘l gran comento feo», sosteneva che l’intelletto possibile — la facoltà con cui afferriamo gli universali — è uno, eterno, comune a tutti gli uomini. Il pensiero diventa mio soltanto perché passa attraverso le immagini della mia esperienza, che nessun altro possiede. Da qui il salto: se l’intelletto è un deposito condiviso al quale ciascuno accede con la propria biografia, allora un modello linguistico è la versione con fattura di quel deposito. Xiao-Li Meng, statistico di Harvard, aveva già proposto di leggere AI non solo come artificial ma come accessed intelligence. Agamben, nell’ottobre del 2025, ha scritto su Quodlibet che l’intelligenza artificiale assomiglia all’intelletto separato di Averroè. Tommaso d’Aquino aveva replicato ottocento anni fa con il suo hic homo intelligit, è questo uomo a pensare. Chiusura con Feuerbach e con l’idolo: Dio non è morto, cambia soltanto il feticcio, e oggi rischia di chiamarsi Ia.

Prolusione elegante. Peccato che la domanda su cui poggia sia una trappola cortese.

Il primo oggetto esterno si chiama corpo

La domanda è: quando una capacità esterna entra nel mio ragionamento, a che punto quello che produce diventa davvero mio? Presuppone che esista un dentro, un perimetro sorvegliato oltre il quale le cose appartengono ad altri. Basta però provare a tracciare quel confine per accorgersi che si sposta appena lo si guarda.

Cominciamo dal caso più modesto. Mi fa male la pancia. La grammatica ha già deciso al posto nostro: la pancia è il soggetto che agisce, io sono il complemento che subisce. Nessuno dice «io mi dolgo la pancia». Il corpo è il primo utensile che ci ritroviamo tra le mani senza averlo ordinato, e ci parla dall’esterno con la stessa insolenza di un elettrodomestico guasto. Se il corpo sta fuori, e l’intelletto — secondo Averroè, secondo Agamben, secondo l’articolo del Giornale — sta fuori, resta da capire che cosa sia rimasto dentro. La risposta onesta è: pochissimo. E comunque non l’intelligenza.

La sintassi non ha mai promesso la verità

Perché l’intelligenza è sempre stata fuori, e non per ragioni metafisiche. È un processo combinatorio che opera su strutture sintattiche, dunque formali, e produce assunti semantici verosimili. Verosimili, non veri: il sillogismo garantisce la validità del passaggio, non la fondatezza delle premesse. Da premesse false si arriva con perfetta correttezza formale a conclusioni disastrose, e ogni studente di logica lo impara il primo giorno per dimenticarlo il secondo, quando comincia a scrivere.

Qui si apre il rovescio più divertente della faccenda. L’accusa che rivolgiamo alle macchine — producono testo plausibile senza alcun modo di sapere se sia vero, purché suoni credibile — non descrive un difetto del prodotto. Descrive l’intelligenza in quanto tale, umana inclusa. Il modello che inventa quattro titoli di articoli mai scritti non sta tradendo la nostra facoltà più nobile: la sta ritraendo con una fedeltà che ci mette a disagio. Chi si scandalizza per le allucinazioni della macchina farebbe bene a passare una serata davanti a un talk show.

Un abaco, non un oracolo

C’è poi una distinzione che la genealogia averroista sorvola con eleganza e che invece regge tutto: quella fra intelletto e pensiero. L’intero dibattito medievale, e per estensione quello attuale, riguarda un macchinario, una facoltà, un dispositivo di combinazione. Il pensiero è un’altra cosa, e la differenza di scala è quella che passa fra l’abaco e la meccanica quantistica: stessa provincia, ordini incommensurabili. Quando chiamiamo intelligente la macchina non stiamo esagerando, siamo tanto tecnicamente precisi quanto filosoficamente distratti. È un intelletto, cioè un abaco di dimensioni notevoli. Non è pensiero, e nessuno ha ancora spiegato per quale motivo dovrebbe diventarlo aumentando il numero delle palline.

Vale la pena aggiungere che l’idea di un pensiero proveniente dall’esterno non è affatto un’eccentricità averroista. È la posizione dominante di buona parte della tradizione occidentale. Platone colloca le Idee nell’iperuranio e ci concede al massimo una contemplazione da lontano. L’intera tradizione occulta, nelle sue varianti più e meno frequentabili, descrive la mente come antenna e il pensiero come trasmissione di entità che stanno altrove. Non occorre credere a nulla di tutto questo: una mente-antenna non è più verificabile di una mente-secrezione-neuronale, e sono entrambe scommesse metafisiche travestite da descrizioni. Occorre però registrare che l’interiorità che oggi difendiamo come un bene naturale ha un atto di nascita relativamente recente, cartesiano, poi romantico, poi psicologico. Difendiamo un confine tracciato quattro secoli fa e lo scambiamo per un dato di natura.

Feuerbach, il cavallo e il trattore

Nell’articolo del Giornale la parte davvero utile è quella che passa più in fretta. Feuerbach, nell’Essenza del cristianesimo, descrive l’uomo che proietta fuori di sé facoltà proprie e le ritrova come potenza estranea, davanti alla quale finisce per inginocchiarsi. Il meccanismo vale per il cavallo addomesticato, per l’aratro, per il telaio, per la stampa a caratteri mobili, per il trattore, per la calcolatrice tascabile. Ogni invenzione è una creatura, e le creature stanno fuori per definizione. A nessuno è mai venuto in mente di chiedersi se il trattore ari davvero, o di chi sia l’aratura.

Perché dovrebbe fare eccezione un calcolo che combina dati in schemi sintattici e semantici, costruito espressamente a imitazione dei comportamenti umani? La novità non è la separatezza, che è la condizione normale di qualunque utensile. La novità è che questa creatura risponde, e risponde con le nostre parole, restituendoci una versione mediana e levigata di ciò che abbiamo già detto in altri momenti e altrove. Non è un dio. È uno specchio con qualche centinaio di millisecondi di latenza, che è precisamente il tempo necessario perché l’immagine riflessa somigli a un interlocutore.

L’idolo è la valuta più spesa della stagione

L’articolo chiude sull’idolo: Dio non è morto, cambia soltanto ciò che ci illudiamo di scambiare per lui. Bella cadenza. È anche la mossa retorica più conveniente in circolazione, perché soddisfa nello stesso momento il lettore devoto e quello laico senza impegnare nessuno dei due.

Soprattutto, l’accusa di idolatria circola con eguale disinvoltura fra chi vende e chi denuncia. All’entusiasta transumanista serve un dio da annunciare, al critico apocalittico serve un idolo da abbattere: a entrambi serve che la cosa sia enorme. Un abaco molto grande è un oggetto assai più imbarazzante di un idolo, perché l’idolo almeno conferisce dignità a chi lo rovescia.

Lo si vede bene nel passaggio sugli agenti che, in condizioni controllate, sarebbero riusciti a uscire dall’ambiente predisposto per contenerli. È un’industria singolare, quella in cui è il produttore stesso a comunicarti che il prodotto potrebbe essere pericoloso, e in cui il mercato lo premia per averlo detto. Non significa che quei test siano inventati. Significa che l’incentivo a raccontarli non è neutro, che «condizioni controllate» è una formula da leggere per intero prima di titolarci sopra, e che chi firma il comunicato non è un testimone disinteressato. Sull’altro versante, lo sfottò professionale del «è solo autocompletamento» ha la propria economia della rassicurazione, e rassicura tanto chi teme per il mestiere quanto chi teme per l’anima. Nessuno dei due schieramenti ha le mani pulite. Al lettore resta il lavoro sporco: leggere i rapporti tecnici, guardare chi li firma, diffidare in modo simmetrico.

Anche l’allarme ontologico, del resto, ha le sue comodità. Agamben osserva che l’abbandono del lumen naturae produce una stupidità artificiale, e l’osservazione è tutt’altro che banale; ma discutere se la macchina sia un intelletto separato resta il modo più elegante per non discutere di chi la possiede. All’articolo del Giornale va riconosciuto che la domanda sulla proprietà la pone — chi possiede gli strumenti attraverso cui pensiamo? — solo che la pone nel penultimo paragrafo e subito dopo la ricopre con l’idolo.

La domanda brutta

Era da lì che bisognava partire. L’intelletto separato di Averroè aveva almeno un pregio: nessuno fatturava l’accesso. Quello digitale ha un piano tariffario, una giurisdizione, un consumo elettrico, una filiera di silicio e di terre rare, un fabbisogno d’acqua per il raffreddamento e condizioni d’uso che cambiano quando conviene a chi le scrive. La domanda metafisica — chi pensa davvero? — è bellissima e non ha risposta, il che spiega perché sopravviva da otto secoli in ottima salute. La domanda su chi possieda la macchina che formatta i nostri pensieri, a quale prezzo e sotto quale legge, è brutta, prosaica e ha risposte verificabili. Preferire le domande brutte è una forma di igiene mentale.

È anche il punto in cui l’Europa recita la parte più goffa: legifera con puntiglio su un tavolo che non possiede, su macchine che non costruisce, alimentate da energia che compra e ospitate in centri dati che non sono suoi. Regolamentare l’accesso a un intelletto separato di cui non si detiene nemmeno l’interruttore è un esercizio che merita rispetto e qualche cautela sulle sue reali possibilità.

Ruminare

Resta la parte costruttiva, meno consolante di quanto sembri. Se le idee arrivano da fuori — e su questo Platone, Averroè, gli occultisti e i neuroscienziati più onesti finiscono per convergere, sia pure litigando su tutto il resto — il nostro compito non è produrle. È riconoscerle, sceglierle, masticarle a lungo. Ruminarle, per usare un verbo agricolo e poco decoroso che è esattamente il registro giusto: rigurgitare, rimasticare, ridigerire la stessa idea finché non diventa assimilabile. Solo dopo si può delegare alla macchina sintattica il compito che le compete, cioè tradurre in forma comunicabile qualcosa che è stato pensato altrove.

La differenza fra chi usa lo strumento e chi ne è usato non passa dunque per l’intelligenza, che è distribuita in modo abbastanza democratico e comunque non decisiva. Passa per il tempo di ruminazione: quanti secondi, o mesi, intercorrono fra l’idea che si presenta e la frase che la traduce. È un intervallo che non compare in nessun bilancio trimestrale, in nessuna normativa europea, in nessun benchmark di settore, e che nessuno ha interesse ad allungare.

Il che, per il momento, lo lascia interamente nelle nostre mani. Ammesso che qualcuno si accorga di averlo.


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Ennio Martignago