I liceali francesi in piazza, il conto delle pensioni scritto per la prima volta nero su bianco nel bilancio dello Stato, e lo specchio italiano, dove lo stesso squilibrio fa molto meno rumore
Al liceo Paul-Éluard di Saint-Denis, nella cintura nord di Parigi, un pezzo del portone principale è finito a terra nei primi giorni di blocco, a fine settembre. Tre settimane più tardi, il 15 ottobre, quel cancello si è rivelato inutile per un motivo opposto: secondo un comunicato del personale, il preside aveva convocato un ragazzo nel proprio ufficio e poi aveva lasciato entrare gli agenti in borghese della BAC, la brigata anticrimine, che lo hanno arrestato lì dentro. Insegnanti e sorveglianti raccontano di essere stati colpiti mentre si mettevano in mezzo; la prefettura di polizia, dal canto suo, conta due agenti feriti. Ognuno tiene il proprio registro delle contusioni, come da copione. Il numero su cui nessuno litiga arriva invece dalla Cancelleria, il ministero della Giustizia: dall’inizio del movimento quasi ottomila persone sono passate per lagarde à vue, il fermo di polizia, e più di seimilasettecento di loro erano minorenni. Ventisei sono finite in custodia cautelare.
Già sull’origine le versioni divergono, e non è un dettaglio. Amnesty fa partire tutto dal liceo Saint-Exupéry di Créteil il 21 settembre, altre cronache da Saint-Denis; il sindacato studentesco USL, che sembra aver acceso la miccia, denunciava professori mancanti, edifici cadenti, orari impossibili e classi sovraffollate. Il primo ottobre gli istituti coinvolti erano già 1.027 in tutta la Francia, 222 dei quali bloccati, con quasi duemila fermati in una sola giornata. È un movimento senza una rivendicazione centrale, e questo agli occhi di un governo è più inquietante di qualsiasi cassonetto in fiamme: non si può concedere una cosa sola per far tornare tutti a casa. Il resto lo fa il calendario, perché a sette mesi dalle presidenziali ogni liceale con un cartello diventa, suo malgrado, il manifesto elettorale di qualcun altro. Il sindaco di Saint-Denis, Bally Bagayoko, eletto con la France insoumise, viene acclamato dai ragazzi in piazza della Bastiglia; il primo ministro Sébastien Lecornu accusa gli insoumis di una rincorsa irresponsabile a estendere i blocchi; il 13 ottobre al Paul-Éluard si presenta perfino Greta Thunberg. Due racconti si contendono la scena, quello della gioventù manovrata dalla sinistra radicale e quello della gioventù martire di uno Stato di polizia, e sono entrambi comodi per chi li pronuncia. Il quindicenne che chiede un supplente di matematica e un termosifone acceso, curiosamente, non abita in nessuno dei due.
Un bilancio che cresce senza crescere
La risposta del governo sta nel progetto di legge di bilancio per il 2027. Il ministro dell’Istruzione Édouard Geffray rivendica una spesa che sale di 1,2 miliardi, fino a poco più di 64 miliardi di euro, mentre lo Stato nel suo complesso taglia 54 miliardi tra misure nuove e vecchie: l’istruzione, sostiene, è oggettivamente preservata. Il ministero parla di 3.257 posti creati, ma nel conto entrano anche i docenti in formazione iniziale, e la stampa specializzata francese, dal Café pédagogique all’agenzia AEF, legge le stesse tabelle trovandoci il ritiro di 1.588 posti di insegnante, compensati da 1.300 accompagnatori per gli alunni con disabilità, circa duecento consiglieri educativi e 304 figure medico-sociali. Le due versioni sono vere insieme, perché contano cose diverse, ed è proprio questo il genere di verità che non entra in uno slogan. A far quadrare i conti provvede la demografia, con 180.000 alunni in meno attesi nel 2027: le classi si alleggeriscono da sole, e la denatalità diventa una specie di sottosegretario ombra dell’Istruzione che lavora gratis. L’economista Mathieu Plane, dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche, fa notare che con l’inflazione dell’ultimo anno quell’aumento, in termini reali, evapora.
La novità vera, però, sta in un allegato. Per la prima volta la direzione del Bilancio ha pubblicato, ministero per ministero, la quota dei crediti che non finanzia il servizio pubblico di oggi ma le pensioni dei dipendenti di ieri. In media è il 13 per cento; all’Istruzione si arriva al 32, cioè 28,5 miliardi su un perimetro complessivo di 89,1, il dato più alto di tutto lo Stato, con l’Interno poco sotto. Va detto con precisione, perché è qui che i titoli corrono troppo: quei soldi non vanno direttamente agli ex insegnanti, ma alimentano un conto comune delle pensioni pubbliche a cui ogni ministero versa la propria quota da datore di lavoro. Ed è un meccanismo con una beffa incorporata: siccome il contributo si calcola sugli stipendi in servizio, ogni posto tagliato fa salire l’aliquota necessaria a reggere le pensioni. Meno professori in cattedra significa un peso del passato più grande sulle spalle di quelli rimasti. Nel frattempo il governo chiede ai pensionati uno sforzo di 5,5 miliardi attraverso una rivalutazione inferiore all’inflazione, il che smentisce, almeno in parte, l’idea di una gerontocrazia intoccabile.
Sotto tutto questo c’è il numero che in Francia pesa come un lutto nazionale. Nel 2025 sono nati circa 645.000 bambini e, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, i decessi hanno superato le nascite. Gli over 65 sono il 22,2 per cento della popolazione, praticamente quanto gli under 20. Il Paese che per decenni è stato il campione europeo della culla, e ne andava fiero con qualche ragione, ha appena toccato il punto in cui le due curve si incrociano.
Trent’anni di trimestri
Per capire perché i liceali vedano nelle pensioni un nemico, bisogna tornare al 1993. La recessione seguita alle tensioni monetarie della riunificazione tedesca scava un deficit profondo, e il governo di Édouard Balladur, con Nicolas Sarkozy al Bilancio, allunga i contributi di un trimestre all’anno: dai 37 anni e mezzo per i nati nel 1933 si arriva ai 40 per i nati dal 1943, mentre la pensione smette di calcolarsi sui dieci anni migliori e passa ai venticinque migliori. Jacques Chirac vince nel 1995 promettendo di ricucire lafracture socialee, appena dentro l’Eliseo, scopre la dimensione del buco; il suo primo ministro Alain Juppé prova a toccare i regimi speciali dei dipendenti pubblici e le ferrovie si fermano per settimane, finché la riforma viene ritirata, salvo riemergere nel 2003 con Jean-Pierre Raffarin. Nel 2023 Élisabeth Borne porta l’età a 64 anni e i contributi a 43, e la piazza resiste per cinque mesi; la commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa denuncia l’uso sproporzionato della forza, il prefetto di Parigi Laurent Nuñez lo nega. Oggi lo stesso Nuñez è ministro dell’Interno e ripete la stessa valutazione davanti ai fermi dei minorenni. Nell’autunno del 2025, infine, il governo Lecornu ha congelato la riforma Borne fino a dopo le presidenziali, pur di sopravvivere in Parlamento.
La lezione che una generazione intera ha imparato, senza bisogno di leggerla sui libri, è che in Francia la piazza può fermare una riforma. È l’unica leva che abbia funzionato con regolarità in trent’anni, e i liceali di oggi l’hanno semplicemente raccolta da terra, insieme al portone. Il difetto della leva è che sa fermare ma non sa costruire: blocca il cambiamento sgradito, ma non produce le aule che mancano. E così lo Stato centralista francese, che ha promesso di accompagnare il cittadino dall’asilo alla casa di riposo, si ritrova a non poter pagare tutti i capitoli della promessa e a non poterne cancellare nessuno.
Lo specchio che non fa rumore
Negli stessi anni l’Italia ha percorso una strada quasi simmetrica e opposta. Nell’autunno del 1994 il primo governo Berlusconi tenta di mettere mano alle pensioni, e la risposta è uno sciopero generale con una delle manifestazioni più grandi della storia repubblicana; poche settimane dopo quel governo cade, per ragioni che non si esauriscono nella previdenza ma che la previdenza aveva reso più acute. Nel 1995 arriva la riforma Dini, concordata con i sindacati, che introduce il sistema contributivo. La differenza con Parigi è tutta qui: la Francia ha litigato a ogni trimestre, l’Italia ha firmato un trasferimento lento e silenzioso. Chi ha cominciato a lavorare dopo il 1995 avrà una pensione calcolata sui contributi effettivamente versati, dunque più magra, con una transizione lunghissima che ha protetto chi c’era già. Il conto è stato spedito a chi al tavolo non sedeva, e in parte non era ancora nato. Nel dicembre del 2011, sotto la frusta dello spread, la riforma Fornero è passata con uno sciopero di poche ore.
Oggi l’età di pensionamento è legata per legge alla speranza di vita, e dal 2027 salirà di un mese, poi di altri due nel 2028, mentre Quota 103 è stata abolita. La spesa pensionistica vale 352,4 miliardi nel 2026, il 15,2 per cento del prodotto interno lordo, e secondo il documento programmatico di finanza pubblica salirà a 366,5 miliardi nel 2027, quasi quindici miliardi in più a legislazione invariata. La Banca d’Italia ricorda che resta la più alta d’Europa in rapporto al Pil. Ma c’è un dettaglio che rende il confronto con la Francia quasi impossibile, ed è contabile: da noi le pensioni degli insegnanti le paga l’INPS, non il ministero dell’Istruzione. Nessun allegato italiano dice quale fetta dei soldi della scuola serva a pagare il passato, perché quella fetta sta in un altro cassetto. Il terzo di Saint-Denis, in Italia, è invisibile per costruzione.
Si vede bene, invece, il resto. Secondo il rapporto della Commissione europea sull’investimento in istruzione, l’Italia destina alla scuola l’8 per cento della spesa pubblica, contro una media europea del 9,7, ultima nella graduatoria, e il 4 per cento del Pil contro il 4,8. In valore assoluto fanno 89,2 miliardi nel 2024: una cifra quasi gemella degli 89,1 del ministero francese, una di quelle coincidenze che sembrano un messaggio cifrato e invece misurano cose diversissime, il perimetro di un singolo ministero con le pensioni dentro da una parte, tutta l’istruzione pubblica di un Paese dall’altra. L’OCSE aggiunge che il 36 per cento dei docenti delle superiori ha più di 55 anni, in calo rispetto al 46 del 2015, e che entro il 2033 i bambini tra i 5 e i 14 anni diminuiranno del 18 per cento. Il ministro Giuseppe Valditara, presentando lo stesso rapporto, ha rivendicato una spesa per studente superiore alla media OCSE, ed è vero. Il rovescio è che, quando gli studenti diminuiscono, la spesa per studente sale anche senza aggiungere un euro: il denominatore lavora per il ministro, esattamente come a Parigi.
E poi la demografia, dove l’Italia non ha nulla da imparare da nessuno. Nel 2025 sono nati 355.000 bambini, il 3,9 per cento in meno dell’anno prima, con una fecondità scesa a 1,14 figli per donna e un saldo naturale negativo di circa 296.000 unità. Gli over 65 sono il 25,1 per cento della popolazione, gli under 14 l’11,6. Il punto di incrocio che la Francia scopre adesso, l’Italia l’ha superato da così tanto tempo da averci arredato casa. Le uscite verso l’estero, 144.000 nel 2025, non riguardano tutte dei ventenni, ma il ventenne con la valigia è da anni la forma italiana del blocco: si protesta andandosene, senza rovesciare portoni.
Torino, 5 ottobre
Quest’anno, però, qualcosa ha attraversato le Alpi. Le occupazioni sono cominciate a Torino il 5 ottobre, in anticipo sulle altre città, e diverse scuole occupate hanno organizzato collegamenti con i coetanei francesi; a Roma un collettivo si è battezzato «Les Blocages Roma», importando insieme al metodo perfino il marchio in lingua originale. Il 16 ottobre, ribattezzato dagli organizzatori No Meloni Day, il collettivo Osa ha rivendicato quattrocentomila studenti in piazza, mentre il ministero ha diffuso un’adesione allo sciopero dell’1,08 per cento. Le due cifre non si smentiscono, perché una conta i ragazzi e l’altra il personale scolastico, e ciascuno sceglie quella che gli serve. Valditara ha parlato di teppismo politico; tra Bologna, Genova e i petardi davanti al ministero in viale Trastevere qualche episodio gli ha dato materiale, mentre il sindaco di Torino Stefano Lo Russo invitava i ragazzi a isolare i violenti proprio perché le telecamere, alla fine, inquadrano gli scontri e non le aule. Le richieste parlano di edifici che cadono a pezzi e di fondi da spostare dalle armi alla scuola, e contestano il decreto che fissa un tetto del 30 per cento per alcune categorie di alunni stranieri e il modello quadriennale degli istituti tecnici. A Torino alcuni docenti hanno sfilato a braccetto con gli studenti, citando senza dirlo la catena umana dei professori francesi davanti ai cordoni di polizia.
Il rischio di un movimento d’importazione è di indossare vestiti presi in prestito. Il problema della scuola italiana non è quello francese: non c’è un 32 per cento da sventolare, c’è un declino lungo, sommesso, distribuito su vent’anni, che non offre un nemico con un nome e un cognome. Allo stesso modo la risposta del governo, che dichiara di dialogare con le consulte studentesche elette, è legittima e insieme evasiva, perché le consulte non hanno occupato nulla e non sono loro il problema da risolvere.
Il nonno non è il nemico
La narrazione più di moda, quella della guerra tra boomer e generazione Z, qui funziona male, e vale la pena dirlo prima che qualcuno ci costruisca sopra un format. In Italia la pensione del nonno è spesso il primo ammortizzatore sociale del nipote, e chiunque abbia una famiglia lo sa senza bisogno di consultare un rapporto. Il conflitto non è tra persone, è tra promesse scritte in epoche diverse, per un Paese che faceva il doppio dei figli e immaginava che sarebbe continuato così. Il disagio francese nasce da uno Stato che ha promesso tutto e scopre di non poter pagare tutto; quello italiano da uno Stato che ha smesso di promettere ad alta voce e paga con il rinvio, con la valigia, con il silenzio. La Francia urla, l’Italia sottrae.
Resta da capire quale delle due malattie sia la meno grave. Il portone di Saint-Denis è a terra, e qualcuno dovrà pur rimetterlo in piedi. I portoni delle scuole italiane sono quasi tutti intatti: forse perché nessuno ha ritenuto valesse la pena di spingerli, o forse perché dall’altra parte, anno dopo anno, sono rimasti sempre meno ragazzi a spingere.
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