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Il capitalismo ha i giorni contati (da duecento anni)

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Che cosa resta del “dopo” quando lo si guarda da vicino: qualche sedia in più nel consiglio d’amministrazione, due costituzioni rimaste in sospeso per decenni e un’intelligenza artificiale che non ha nessuna intenzione di iscriversi al sindacato

Il prefisso “post” è il modo più elegante che abbiamo inventato per ammettere di non sapere come chiamare una cosa. Abbiamo avuto il postindustriale, il postmoderno, il post-ideologico, la post-verità: etichette che dicono con grande precisione che cosa non siamo più e tacciono con altrettanta precisione su che cosa stiamo diventando. Il post-capitalismo appartiene alla stessa famiglia, con un’aggravante: lo si annuncia da così tanto tempo che ormai fa parte del capitalismo stesso, come i saldi di fine stagione. Mark Fisher aveva reso celebre l’idea, che girava già tra Fredric Jameson e Slavoj Žižek, che sia più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. A quasi vent’anni di distanza si può aggiungere un corollario: immaginare la fine del capitalismo è facilissimo, a patto di non dover spiegare che cosa succede il lunedì mattina successivo.

Il lunedì mattina è proprio il punto su cui prova a ragionare un lungo articolo uscito in questi giorni su Jacobin Italia, intitolato “Il coraggio di pensare il postcapitalismo”. La tesi è semplice e ha il fascino delle tesi semplici: dopo il 1989 gran parte della sinistra occidentale si sarebbe rassegnata all’idea che il capitalismo si possa correggere ma non superare, ricadendo in quella “minorità” da cui Kant invitava a uscire con il suosapere aude; tre studiosi europei della stessa generazione — l’economista Thomas Piketty, la filosofa Lea Ypi e la sociologa Isabelle Ferreras — l’avrebbero finalmente riportata all’età adulta, osando pensare un sistema diverso. È una bella storia. E come tutte le belle storie merita di essere perquisita tasca per tasca, con la stessa diffidenza che si riserva a chi giura che il capitalismo sia eterno.

Tre professori e una sala riunioni

Le proposte dei tre hanno nomi diversi e un’anatomia sorprendentemente simile. Piketty parla di “socialismo partecipativo”: imposte fortemente progressive sui grandi patrimoni, una dote di capitale da assegnare a ogni giovane adulto e, soprattutto, metà dei seggi nei consigli d’amministrazione delle grandi imprese ai lavoratori, con un tetto al potere di voto dei singoli grandi azionisti. Ferreras propone il “bicameralismo economico”: l’impresa governata come un parlamento con due camere, una che rappresenta chi ci mette il capitale e una che rappresenta chi ci mette il lavoro, con le decisioni strategiche che devono passare in entrambe. Ypi, da filosofa, offre la cornice morale: un socialismo che discende da Kant almeno quanto da Marx, riassunto in una formula che l’autore dell’articolo trova geniale, “Socialismo = Liberalismo – Capitalismo”. Un matematico pignolo farebbe notare che, spostando i termini, si ottiene “Capitalismo = Liberalismo – Socialismo”, che è più o meno quello che i difensori del libero mercato sostengono da sempre, solo con l’espressione soddisfatta rivolta dall’altra parte.

Il dettaglio più interessante, però, è un altro: tutti e tre tengono il mercato. Prezzi, concorrenza, imprese che nascono e falliscono, consumatori che scelgono. Quello che cambia è chi vota dentro l’impresa e come si distribuiscono reddito e patrimonio. Il post-capitalismo di oggi, nella sua versione più seria, non abolisce la merce né il denaro: abolisce il monopolio del voto da parte del capitale. La rivoluzione, se mai arriverà, passerà dall’assemblea dei soci, e il nuovo Palazzo d’Inverno avrà la moquette grigia e un proiettore che non si collega al portatile.

Lo abbiamo già visto, con altri nomi

Detta così, l’idea suona nuova solo a chi non ha mai attraversato le Alpi. In Germania laMitbestimmung, la codeterminazione, esiste dal 1951 per carbone e acciaio e dal 1976 per tutte le aziende sopra i duemila dipendenti, dove metà del consiglio di sorveglianza è eletta dai lavoratori — con il piccolo dettaglio che il presidente, espresso dagli azionisti, ha voto doppio in caso di parità. La Volkswagen, dove sindacato e governo regionale della Bassa Sassonia pesano da decenni, è il caso più citato di impresa in cui il lavoro siede davvero al tavolo. È anche l’azienda del dieselgate del 2015. Non è una prova contro la codeterminazione, ma è un promemoria utile: più persone che votano non significa automaticamente più virtù, perché anche i rappresentanti degli operai volevano vendere automobili.

Più a sud-est, il precedente storico più vicino a ciò che descrivono Piketty e Ferreras — e curiosamente assente dall’articolo — è la Jugoslavia: dal 1950 fino al suo dissolvimento un socialismo di mercato fondato sull’autogestione delle imprese da parte dei lavoratori. Gli economisti ci hanno costruito sopra intere biblioteche, a partire da un saggio del 1958 che per prudenza ambientava l’esperimento in un paese immaginario chiamato Illiria; una parte di quella letteratura sostiene che le imprese gestite dai dipendenti tendano a preferire salari più alti per chi c’è già piuttosto che nuove assunzioni, e la Jugoslavia esportò infatti una quota consistente dei propri disoccupati in Germania comeGastarbeiter, prima di affondare negli anni Ottanta tra inflazione e debito. C’era di mezzo un partito unico, una federazione fragile e la Guerra fredda, quindi trarne una sentenza definitiva sarebbe disonesto in entrambe le direzioni. Resta un’ironia di geografia: Lea Ypi è cresciuta nell’Albania di Hoxha, che con la Jugoslavia aveva rotto già nel 1948 e ne considerava l’autogestione un’eresia revisionista. Il socialismo di mercato, insomma, lei l’aveva oltre il confine, guardato come un pericolo.

Poi ci sono le cooperative di Mondragón, nei Paesi Baschi, nate nel 1956 per iniziativa di un prete, diventate uno dei più grandi gruppi industriali di Spagna e citate ancora oggi come modello, nonostante il fallimento nel 2013 di Fagor Elettrodomestici, il loro gioiello più noto. E c’è l’Italia, che ha Adriano Olivetti nel pantheon e un mondo cooperativo, rosso e bianco, in cui alcuni colossi sono diventati difficili da distinguere da una normale società per azioni.

Due costituzioni e un cassetto

Il capitolo più istruttivo, però, è quello delle costituzioni. L’articolo 46 della Carta italiana, in vigore dal 1948, riconosce ai lavoratori il diritto di collaborare alla gestione delle aziende “nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi”. Le leggi sono arrivate con una certa calma: settantasette anni. Il 14 maggio 2025 il Senato ha approvato in via definitiva la legge n. 76, nata da una proposta di iniziativa popolare della CISL sostenuta da circa 400mila firme, con relatrice una senatrice di Fratelli d’Italia e applausi trasversali da Noi Moderati al Partito Democratico. Prevede forme di partecipazione gestionale, economica, organizzativa e consultiva, e l’ingresso di rappresentanti dei lavoratori negli organi di amministrazione — ma come possibilità, affidata alla contrattazione collettiva, non come obbligo.

In Spagna l’articolo 129.2 della Costituzione del 1978 promette ai lavoratori qualcosa di simile, cioè voce nelle imprese e accesso alla loro proprietà. Anche lì il sonno è durato quasi mezzo secolo, finché nel 2025 la ministra del Lavoro Yolanda Díaz ha affidato proprio a Isabelle Ferreras la presidenza di una commissione internazionale di esperti. Il rapporto, circa cinquecento pagine, è stato consegnato a Madrid il 2 febbraio 2026: propone tra l’altro un indice per misurare il grado di democrazia interna delle imprese, con vantaggi per quelle più virtuose, e un diritto di codecisione dei lavoratori sull’introduzione dell’intelligenza artificiale. La ministra aveva promesso fin dall’inizio che il lavoro non sarebbe finito in un cassetto, citando esplicitamente il precedente di una riforma fiscale studiata da altri esperti e accantonata dal ministero delle Finanze allo scoppio della guerra in Ucraina. Le organizzazioni imprenditoriali, per ora, sembrano preferire il silenzio.

Il paradosso è servito. In Italia il mattone “post-capitalista” di Piketty è arrivato davvero in Gazzetta Ufficiale, ma portato da un sindacato di tradizione cattolica, votato da una maggioranza di centrodestra e nella sua forma più morbida e facoltativa. In Spagna è arrivato nella forma più ambiziosa, dalla sinistra più radicale del governo, firmato dalla stessa teorica celebrata da Jacobin, e aspetta ancora di diventare legge. Chi sia più post-capitalista dei due, è una domanda che nessuno dei due schieramenti ha molta voglia di sentirsi fare.

Gli altri dopo

Il guaio di chi annuncia il superamento del capitalismo è che non è l’unico a farlo, e i concorrenti non sono rassicuranti. Yanis Varoufakis sostiene da qualche anno che il capitalismo sia già morto, ucciso dai suoi figli prediletti: al posto dei profitti di mercato regnerebbero le rendite delle grandi piattaforme digitali, signorie feudali con il cloud al posto del castello. Il post-capitalismo, in questa versione, esiste già e somiglia più a un ritorno al Medioevo che a un’uscita dalla preistoria. Dall’altra parte dell’oceano Peter Thiel, uno dei padri nobili della Silicon Valley, scriveva già nel 2014 che “la concorrenza è per i perdenti” e che il vero obiettivo di un imprenditore è il monopolio. Ne viene fuori una scena da commedia degli equivoci: i professori di sinistra vogliono salvare il mercato e la concorrenza, mentre alcuni dei capitalisti più celebrati del pianeta sognano di scapparne.

Non va meglio sul fronte controculturale. Il bitcoin prometteva l’uscita dalle banche, dalle monete statali e dai grandi intermediari finanziari; dal gennaio 2024 lo si compra comodamente attraverso fondi quotati gestiti, tra gli altri, da BlackRock. Il sistema ha questo talento antico: trasforma in prodotto finanziario anche la propria uscita di sicurezza. E c’è un altro dettaglio che rende la questione della proprietà più scivolosa di quanto sembri. Attraverso i fondi pensione, milioni di lavoratori possiedono già una fetta enorme delle azioni quotate nel mondo; i diritti di voto che ne derivano, però, li esercitano in larghissima parte i grandi gestori. È un argomento a favore di Ferreras — la proprietà senza voce è una scatola vuota — ma è anche un avvertimento: cambiare il nome sul titolo di proprietà non basta a spostare il potere, perché quello sa trovare strade sue.

La camera vuota

C’è infine la domanda che rende tutto il dibattito più strano e più attuale. Il bicameralismo economico presuppone che la camera del lavoro sia popolata. Che succede se una quota crescente del lavoro viene svolta da agenti software e da sistemi automatici che non votano, non scioperano e non si iscrivono a nulla? Il rapporto spagnolo ha avuto il merito di intuirlo, chiedendo che i lavoratori abbiano voce in capitolo sull’introduzione dell’intelligenza artificiale. Non è poco: è più o meno quello che chiedevano i luddisti, che prima di rompere i telai avevano provato a contrattare. Ma è anche, a guardarla senza zucchero, il diritto di negoziare le condizioni della propria sostituzione. E sul lato opposto la camera del capitale cambia faccia: il potere economico del prossimo decennio si misura meno in fabbriche e più in centri di calcolo, modelli e dati. Chi possiede quelli? Le risposte disponibili — pochissime imprese private oppure gli stati — non tranquillizzano nessuno che abbia letto un po’ di storia del Novecento.

Il trilemma risolto per decreto

L’articolo di Jacobin descrive con efficacia il dilemma della sinistra degli ultimi decenni: le idee forti e desiderabili sembravano impossibili, quelle forti e possibili poco desiderabili, quelle desiderabili e possibili troppo deboli. Poi annuncia che le proposte di Piketty, Ypi e Ferreras sono tutte e tre le cose insieme. Ma dichiarare risolto un trilemma non equivale a risolverlo: la coerenza teorica si verifica nelle riviste accademiche, la possibilità si verifica solo provando, sbagliando, misurando. E la frase con cui l’autore annuncia che “sta arrivando il momento” ha un suono familiare: è stata pronunciata nel 1873, nel 1929, nel 2008, nel 2020, con la stessa convinzione e lo stesso esito.

Il rovescio della medaglia, però, è altrettanto pigro. Il “non c’è alternativa” di Margaret Thatcher e la “fine della storia” di Francis Fukuyama hanno la stessa struttura delle profezie che pretendono di smentire: la storia ha un capolinea, e chi parla sa qual è. Lo stesso vale per i profeti del collasso imminente, che da anni su qualche canale Telegram annunciano per il mese prossimo il crollo definitivo del sistema. Chi liquida come utopia infantile qualunque idea di democrazia nell’impresa dovrebbe spiegare perché in Germania funziona da settant’anni senza che nessuno abbia preso il Palazzo d’Inverno, e perché perfino il Parlamento italiano, non esattamente un covo di bolscevichi, ne ha appena approvato una versione.

Il lunedì mattina

Che cosa significherebbe allora, oggi, la parola post-capitalismo? Probabilmente non un grande giorno dopo il quale tutto cambia, ma una manciata di manopole che si possono girare un po’ alla volta, e in entrambe le direzioni: chi vota dentro le imprese, quanto pesano patrimoni ed eredità, chi possiede le infrastrutture digitali da cui dipende quasi tutto il resto, quanta parte di ciò che paghiamo ogni mese finisce in rendita invece che in lavoro. Più un termostato che un interruttore. Il che lo rende meno eroico di quanto vorrebbero i suoi profeti e meno minaccioso di quanto temano i suoi detrattori.

Per orientarsi, quando qualcuno annuncia l’alba di un sistema nuovo — o giura che quello vecchio è eterno — bastano quattro domande da portare in tasca: chi possiede, chi decide, chi incassa quando le cose vanno bene e chi viene licenziato quando vanno male. Se le risposte non cambiano, il prefisso “post” è solo una nuova etichetta sulla vecchia confezione. Se cambiano anche solo un poco, vale la pena di guardarle da vicino, senza applaudire e senza sghignazzare. Forse il post-capitalismo più realistico ha l’aspetto di una riunione di bilancio in cui il magazziniere vota accanto all’amministratore delegato e scopre, con una certa delusione, che il bilancio è noioso per tutti e due. Sarebbe una rivoluzione minuscola. Ma sarebbe la prima, da molto tempo, di cui si potrebbe controllare il verbale.


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