L’Alphafold di Vertu è l’ennesima, perfetta incarnazione di un lusso che finge di innovare mentre in realtà vende distanza.
Annunciato oggi 28 maggio 2026, il nuovo pieghevole di Vertu parte da 6.880 dollari nella versione in pelle di vitello e arriva a superare i 43.000-47.000 dollari nelle edizioni su misura in oro e diamanti. Il primo lotto di 115 pezzi sta già partendo verso i mercati principali, Stati Uniti inclusi. Il prodotto si presenta come «centro di comando» per dirigenti: hardware decente ma non all’avanguardia (display interno da 8 pollici a 120 Hz, batteria silicio-carbonio da 6.500 mAh, Snapdragon 8 Gen 4 – definito da più fonti «una generazione indietro» rispetto ai top di gamma del momento) e un sistema fotografico modesto, con teleobiettivo da soli 5 megapixel. Il vero carico è tutto sull’Hermes Agent, agente AI autonomo costruito sul progetto open-source di Nous Research.
Qui la dialettica si fa interessante. Hermes non è un semplice assistente vocale: si collega a ERP, CRM, suite Google, Expedia, Amazon Shopping e decine di altre piattaforme aziendali, gestisce approvazioni, pianificazione, monitoraggio vendite, reportistica operativa attraverso linguaggio naturale e, nelle promesse di Vertu e Android Police, «agisce in autonomia completando le attività al posto tuo». Può instradare le richieste su GPT, Claude o Gemini a seconda del compito. In sostanza Vertu prende un framework open-source nato in ambiente ricerca e lo riveste di pelle di vitello (o alligatore) per far credere al dirigente che il suo telefono sia diventato un capo di stato maggiore privato.
Il paradosso è lampante. Da un lato Vertu continua la sua storica formula – materiali artigianali estremi e prezzi che urlano status – dall’altro cavalca la retorica dell’AI agentica proprio mentre questa si democratizza. L’agente che dovrebbe rendere obsoleti i foldable tradizionali è, in fondo, la stessa direzione che Google, Samsung e altri stanno esplorando a prezzi cento volte inferiori. La differenza, come sempre con Vertu, è la narrazione: non compri un telefono, compri l’idea di essere l’unico a possedere un «Private AI Chief of Staff» che decide con te, non per te.

Da osservatorio contro-culturale, l’Alphafold è un oggetto rivelatore. In un’epoca in cui l’automazione manageriale minaccia già strati intermedi del lavoro cognitivo, l’alta borghesia risponde comprando il privilegio di esserne l’utente privilegiato invece che la vittima. Il lusso non più come orpello decorativo ma come scudo contro la propria obsolescenza: mentre l’algoritmo invade le aziende, il dirigente si convince di dominarlo perché il suo telefono costa quanto un’utilitaria di lusso.
È un segnale chiaro di come il capitalismo di piattaforma e quello del lusso stiano convergendo: non più solo beni materiali, ma l’illusione di controllo sull’automazione stessa. Resta da vedere se l’Hermes Agent sarà davvero quell’agente autonomo sicuro e integrato che promette, o se si rivelerà l’ennesima demo patinata destinata a funzionare solo nelle slide di presentazione. Per ora, però, il messaggio è inequivocabile: anche l’intelligenza artificiale può essere confezionata come oggetto di Veblen. E a certi livelli di patrimonio, pagare 7.000 dollari per non sentirsi sostituiti da un’AI è ancora considerato un affare.
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