Inflazione, carrello, affitti e buste paga: cosa dicono davvero i numeri del carovita, e cosa invece si fa dire loro
Sabato 17 ottobre, in mezzo al corteo torinese contro il carovita, qualcuno ha alzato un cartone con una scritta rossa: «Gettiamo benzina sul fuoco (pagatela voi)». È forse lo slogan economicamente più informato della stagione. Con il gasolio oltre i due euro al litro anche la metafora incendiaria è diventata un lusso, e il privilegio di versarla sul fuoco viene volentieri delegato a qualcun altro. Ma la parola più interessante del cartello è l’ultima, quel «voi» tra parentesi, perché nessuno sa dire con precisione chi siano.
Il fine settimana ha messo in fila cortei in molte città, la manifestazione nazionale di Roma promossa dalla CGIL insieme alla rete della «Via Maestra», e in qualche piazza scontri che hanno subito fornito a ciascuno il materiale per la propria versione dei fatti. Non è stato un fulmine a ciel sereno: il 2 ottobre alcune sigle sindacali minori avevano proclamato uno sciopero plurisettoriale contro il caro benzina, e a metà mese avevano sfilato Catania e Palermo. Le storie già pronte sono due. Per il governo, alle prese con una legge di bilancio che si annuncia tra le più magre di sempre, le piazze sono la campagna delle opposizioni condotta con altri mezzi. Per le opposizioni, sono il popolo che finalmente si sveglia. Hanno entrambe il pregio di non richiedere uno sguardo ai numeri. Proviamo a darglielo, con la diffidenza che meritano tanto i numeri quanto chi li sventola.
Il 4,2 che non vuol dire quasi niente
A settembre l’ISTAT ha registrato un’inflazione del 4,2 per cento rispetto a un anno prima. Preso da solo, è un dato che dice poco, perché l’inflazione misura la velocità con cui salgono i prezzi, non la strada già percorsa. E la strada è lunga: da gennaio 2021 a oggi i rincari accumulati arrivano al 24,1 per cento, il che significa che dove allora bastavano cento euro oggi ne servono centoventiquattro. Quando nel 2024 l’inflazione è scesa sotto l’uno per cento, una parte del dibattito pubblico ha festeggiato come se i prezzi fossero tornati indietro. Un’auto che passa dai centoventi ai venti all’ora, però, non torna a casa: rallenta, e i chilometri fatti restano fatti.
Il grafico della crescita dei prezzi racconta anche una storia che non conviene a nessuno. A ottobre 2021, quattro mesi prima che i carri armati russi entrassero in Ucraina, l’inflazione era già al 3,7 per cento e saliva; all’inizio del 2022 il conto cumulato superava già il cinque. C’erano il rimbalzo dei consumi dopo la pandemia, le catene di fornitura inceppate, l’energia che ripartiva di corsa. Per gran parte del 2021 le banche centrali, BCE compresa, definirono quell’inflazione «transitoria», e Francoforte cominciò ad alzare i tassi solo a luglio 2022. La guerra è l’alibi perfetto proprio perché è vera abbastanza da risultare credibile e parziale abbastanza da assolvere tutti gli altri. Vale anche oggi per la crisi energetica legata alla guerra in Medio Oriente: uno shock reale, documentato, che però cade su un terreno già arato da cinque anni di rincari.
Il pollo di Trilussa nel carrello
L’inflazione ufficiale è una media calcolata su un paniere di beni e servizi che rappresenta la spesa di un consumatore tipo, e il consumatore tipo, come è noto, non esiste. È il vecchio pollo di Trilussa, quello della statistica secondo cui chi ne mangia due e chi nessuno risultano averne mangiato uno a testa, versione che si cita a memoria molto più spesso di quanto si legga la poesia originale. Il cosiddetto carrello della spesa, l’indice che l’ISTAT dedica a cibo, detersivi e prodotti per la persona, è cresciuto dal 2021 del 27,1 per cento, tre punti più dell’inflazione generale.
Dentro il carrello, poi, le differenze sono enormi. In testa alla classifica ci sono gli ortaggi a frutto, pomodori, zucchine, melanzane e peperoni, con un rincaro del 56,8 per cento, ma con una precisazione che vale la pena leggere: il dato è gonfiato da un’impennata eccezionale dei pomodori a settembre, dovuta al maltempo. La medaglia d’oro, insomma, è in parte un bollettino meteo. Seguono gli oli vegetali, compreso quello d’oliva, con il 51,7 per cento dopo gli anni di siccità in Spagna, le patate con il 51,6, il caffè con il 49,8, le uova, il riso, il burro, tutti sopra il quaranta. In fondo alla classifica stanno i detersivi con il 12,9 per cento, i prodotti per l’igiene con il 9 e, ultimi, tè e tisane con il 6,9. Ne viene fuori un paese in cui ci si può ancora lavare e profumare senza troppi patemi, si mangia con qualche cautela in più, e l’unica cosa rimasta quasi a buon mercato è quella che si beve per calmarsi. Se sia un consiglio del mercato o una coincidenza, lo decida il lettore.
La faccenda smette di essere divertente quando si guarda a chi fa la spesa. Le famiglie con redditi bassi destinano al cibo una quota del bilancio molto più alta di quelle benestanti, e la stessa ISTAT, misurando l’inflazione per classi di spesa, aveva mostrato durante il picco del 2022 che i nuclei più poveri subivano rincari ben più pesanti di quelli più ricchi. È un dettaglio che andrebbe ricordato anche a chi ripete che l’istituto di statistica trucca i numeri per nascondere l’impoverimento: i dati che lo documentano vengono proprio da lì, e un falsario che produce da sé le prove a proprio carico sarebbe un falsario piuttosto maldestro. Il limite vero non è la frode ma il metodo, che lascia fuori dalla porta alcune voci decisive. La più grossa è la casa.
La casa, il grande assente
Per una convenzione statistica europea, il costo di comprare un’abitazione in cui vivere viene considerato un investimento e non un consumo, e quindi resta fuori dal paniere; fuori restano anche le rate del mutuo. La voce di spesa più pesante per milioni di famiglie è dunque esclusa per costruzione dall’inflazione ufficiale. E pesa parecchio: il tasso medio sui mutui è passato dall’1,27 per cento di gennaio 2021 al 3,56 di agosto 2026. Tradotto in moneta corrente, un mutuo di centocinquantamila euro a venticinque anni passa da una rata di circa 585 euro al mese a una di circa 755: centosettanta euro in più, ogni mese, per la stessa casa.
Per i prezzi delle abitazioni il riferimento più citato in questi giorni è Immobiliare.it, secondo cui dal 2021 il prezzo medio al metro quadro degli immobili in vendita è salito del 15,8 per cento, da 1.914 a 2.217 euro, mentre gli affitti sono cresciuti del 35,5 per cento, da 11 a 14,9 euro al metro quadro al mese. Qui il dubbio metodico va però esercitato anche nell’altra direzione. Sono prezzi degli annunci, cioè quello che proprietari e venditori sperano di ottenere, misurati da un portale che di quegli annunci vive; e descrivono i contratti nuovi, non quelli in corso. Chi ha firmato un quattro più quattro nel 2021 non paga 14,9 euro al metro; chi si trasferisce oggi per lavoro o per studio li paga, e a Milano, Bologna o Firenze spesso anche di più. Così la stampa che giustamente avverte che le medie ufficiali rischiano di sottostimare il problema si appoggia, per la casa, a una fonte che per sua natura fotografa la parte più surriscaldata del mercato. Le due immagini sono entrambe parziali: quella ufficiale ignora il costo dell’abitazione, quella degli annunci ne inquadra il bordo più tagliente. La verità sta nelle tasche di chi deve spostarsi, cioè soprattutto dei giovani.
A loro lo Stato offre, per esempio, una detrazione del 19 per cento sugli affitti degli studenti fuori sede, con un tetto di 2.633 euro fissato nel 2007 e mai più toccato, quando in Italia l’iPhone non si poteva ancora comprare. Intanto le bollette di luce e gas sono salite del 18,8 per cento in un anno, e salgono di più nelle case vecchie e mal isolate, che d’inverno disperdono il riscaldamento e d’estate trattengono il caldo. Raramente sono le case dei ricchi.
Il pieno e il socio silenzioso
All’inizio di ottobre il gasolio ha superato i 2,3 euro al litro e la benzina i 2,1, per poi ripiegare leggermente. Il diesel costa più della benzina, un rovesciamento che ha lasciato molti automobilisti, convinti di aver scelto il motore del risparmio, con la sensazione di essere stati imbrogliati dalla storia. Attorno alla pompa si contendono il campo le due narrazioni di sempre: da una parte la speculazione dei petrolieri, che riaffiora a ogni crisi, dall’altra la rassicurazione che è tutta colpa dei mercati internazionali. Gli economisti hanno un nome per il fenomeno che sta in mezzo, e che è misurabile: i prezzi dei carburanti salgono come razzi e scendono come piume. Le prossime settimane saranno un buon banco di prova: se il greggio cala e i prezzi alla pompa arrancano, il sospetto diventa legittimo; se scendono di pari passo, va archiviato.
E poi c’è il socio silenzioso. Su ogni litro lo Stato incassa accise fisse e un’IVA al 22 per cento che, essendo proporzionale, cresce insieme al prezzo. Chiunque governi, alla pompa un rincaro non è mai una notizia del tutto cattiva per l’erario. Non è un complotto: è aritmetica, che però raramente compare nei comunicati.
La busta paga che sale e scende insieme
Secondo i dati dell’OCSE, tra il primo trimestre del 2021 e il primo del 2026 gli stipendi nominali, quelli scritti in busta paga, sono cresciuti del 12,3 per cento, mentre quelli reali, cioè misurati in quello che ci si può comprare, sono calati del 6,1. La frase che si legge ovunque, «gli stipendi sono fermi», non è dunque esatta: si sono mossi, ma troppo piano. La differenza non è pignoleria, perché è esattamente il congegno del drenaggio fiscale. L’aumento nominale fa sembrare il contribuente più ricco agli occhi del fisco, che in un sistema a scaglioni applica aliquote più alte e riduce detrazioni e deduzioni, mentre al supermercato lo stesso contribuente è più povero di prima. Ricco per l’IRPEF, povero per il carrello. Nel 2025 la pressione fiscale è tornata ai massimi da dieci anni.
Il governo Meloni ha ridotto le imposte per alcune fasce di reddito senza però aggiornare le soglie degli scaglioni, compensando l’effetto fino al 2025; da quest’anno il problema si ripresenta. Prima di attribuirgli tutte le colpe, va detto che nessun governo recente, di nessun colore, ha reso automatico l’adeguamento degli scaglioni all’inflazione, e la ragione è semplice: il drenaggio fiscale è la tassa più comoda che esista, perché nessuno la vota, nessuno la annuncia e si riscuote da sola.
Il grafico dei salari reali contiene poi un particolare che sfugge a entrambe le tifoserie. Dal punto più basso, toccato all’inizio del 2023 intorno a undici punti sotto il livello del 2021, gli stipendi reali stavano recuperando, e a fine 2025 erano risaliti di cinque punti. Il nuovo shock energetico colpisce insomma un convalescente, non un malato terminale, il che non lo rende meno grave ma lo rende meno fatale. E il problema di fondo viene da più lontano: l’Italia è il paese europeo più lento a recuperare il potere d’acquisto perduto perché i suoi salari sono bassi e stagnanti da decenni. Il carovita non ha creato la malattia, l’ha messa sotto la lente.
Chi sono «voi»
Torniamo al cartello di Torino. Letti senza pregiudizi, i numeri dicono che quel «voi» non è un colpevole unico ma una piccola folla: i mercati globali e le siccità, una banca centrale arrivata in ritardo, uno Stato che guadagna sia dall’IVA sui rincari sia dal drenaggio fiscale e che aggiorna una detrazione del 2007 con lentezza geologica, un mercato della casa che nelle grandi città corre per conto suo, un sistema produttivo che da trent’anni paga poco. Ogni meccanismo è spiegabile e documentato, nessuno è segreto. È la notizia più fastidiosa sia per chi cerca un colpevole da appendere sia per chi vuole rassicurare che passerà da sé: non c’è un grande complotto, e non c’è nemmeno una fatalità. Ci sono scelte, come adeguare gli scaglioni, aggiornare le detrazioni o fare una politica della casa degna del nome, che si possono fare o non fare, e il cui conto qualcuno paga comunque.
Nel frattempo, in cinque anni, tè e tisane sono aumentati del 6,9 per cento. Se il mercato avesse voluto mandarci un messaggio, non avrebbe potuto scegliere meglio.
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