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Il Voyeur Intelligente (IV)

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C’è qualcosa di rivelatore nel fatto che lo scandalo tecnologico più istruttivo di questi mesi ruoti attorno a un paio di occhiali da sole firmati Ray-Ban. Non un server oscuro, non un algoritmo astratto: un accessorio moda venduto con la promessa di essere “designed for privacy, controlled by you”. La promessa era scritta nei termini di servizio — esattamente dove nessuno legge nulla. L’inchiesta della BBC, le indagini dei quotidiani svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, una causa legale negli Stati Uniti e l’apertura di un’istruttoria da parte dell’Information Commissioner’s Office britannico compongono un quadro che va ben oltre il singolo abuso. Nel 2025 sette milioni di persone hanno acquistato gli occhiali smart di Meta. I filmati catturati vengono inviati a una catena di subappalto che termina a Nairobi, dove lavoratori etichettano i contenuti per addestrare i modelli AI — inclusi video di utenti in bagno, scene intime, documenti finanziari ripresi per sbaglio. Meta sosteneva di sfumare i volti: il filtro falliva regolarmente nelle situazioni più delicate. Quando la cosa è emersa, Meta ha rescisso il contratto con il subappaltatore Sama, lasciando 1.108 lavoratori senza impiego con sei giorni di preavviso. Nel frattempo, Google, Apple, Samsung e Snap accelerano verso lo stesso mercato. I tribunali di Philadelphia vietano gli occhiali nei propri edifici. I ricercatori stimano che con 100 milioni di dispositivi in circolazione diventerà impossibile far rispettare qualsiasi divieto di registrazione. Questo articolo esamina la geometria di uno scandalo che non è un’anomalia del sistema, ma la sua logica portata a compimento: il consenso come finzione funzionale, la privacy come promessa di marketing, la sorveglianza come modello di business normalizzato e accessoriato con stile.

Come Meta ha trasformato un paio di occhiali in un dispositivo di sorveglianza di massa con la benedizione dei suoi termini di servizio

C’è qualcosa di profondamente istruttivo nel fatto che uno degli scandali tecnologici più rivelatori di questi anni ruoti attorno a un oggetto dall’aspetto innocuo come un paio di occhiali da sole. Non un server oscuro, non un algoritmo astratto: un accessorio moda firmato Ray-Ban, venduto con la promessa che fosse “designed for privacy, controlled by you”. La promessa era vera, naturalmente. Nel senso in cui è vera ogni promessa scritta in un documento che nessuno legge.

Partiamo dai fatti, che in questo caso sono già abbastanza eloquenti da non aver bisogno di essere drammatizzati. Nel gennaio 2026, decine di influencer maschili su TikTok e Instagram stavano usando gli occhiali smart Ray-Ban di Meta per filmare segretamente donne, producendo contenuti che in almeno un caso hanno raggiunto 1,3 milioni di visualizzazioni, incluso il numero di telefono della vittima. A febbraio, un’inchiesta dei quotidiani svedesi Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten rivelava qualcosa di ulteriore: lavoratori subappaltati in Kenya revisionavano filmati catturati dagli occhiali, inclusi video di utenti in bagno, scene di intimità sessuale e situazioni private all’interno delle abitazioni. In un caso documentato nella relativa causa legale, un uomo aveva posato gli occhiali sul comodino e lasciato la stanza; la sua compagna era entrata e si era cambiata davanti alla fotocamera senza sapere che gli occhiali stessero ancora registrando — il filmato fu poi inviato a lavoratori in Kenya per l’etichettatura, senza che la donna ne sapesse nulla.

A questo punto il lettore distratto potrebbe già concludere: abuso, caso limite, devianza individuale. Ma il punto esattamente opposto è quello interessante. Non si tratta di abusi del sistema. Si tratta del sistema che funziona esattamente come progettato.


Il consenso sepolto nel piccolo testo

Nel 2025 oltre sette milioni di persone hanno acquistato gli occhiali smart di Meta — il triplo delle vendite combinate dei due anni precedenti. Tutti questi acquirenti hanno accettato termini di servizio che, come scoperto dalla BBC e da TechCrunch, menzionano la revisione umana dei contenuti in modo sufficientemente vago da non allarmare nessuno. Meta ha dichiarato che i filmati rimangono sul dispositivo dell’utente a meno che l’utente non scelga di condividerli, ma ha anche ammesso di usare appaltatori per rivedere i dati allo scopo di migliorare l’esperienza, e gli utenti non possono rinunciare a questo processo.

“Designed for privacy, controlled by you” è il tipo di slogan che funziona perfettamente finché non si scopre cosa significhi davvero in pratica. Meta sosteneva di sfumare i volti nei contenuti inviati per revisione, ma secondo i dipendenti di Sama questo filtro falliva regolarmente — in particolare in ambienti a bassa illuminazione come le camere da letto, o quando la fotocamera era in movimento. Il che, per ragioni che non richiedono spiegazione, è esattamente il tipo di situazione in cui la privacy sarebbe più necessaria.

Il meccanismo è di una semplicità quasi elegante nella sua brutalità: l’utente indossa gli occhiali, interagisce con l’assistente AI, il sistema registra, i dati vengono inviati a una catena di subappalto che termina in un ufficio a Nairobi, dove lavoratori — retribuiti e organizzati attraverso una società chiamata Sama — etichettano i contenuti per addestrare i modelli. Alcuni di questi lavoratori hanno dichiarato ai giornalisti svedesi di aver visto utenti nudi o in bagno; un altro ha visto la moglie di un uomo che si spogliava nella camera da letto. “Capisci che stai guardando la vita privata di qualcuno”, ha detto un dipendente, “ma al tempo stesso ti aspetti di svolgere il lavoro. Non sei autorizzato a fare domande. Se inizi a fare domande, sei fuori.”

La reazione di Meta di fronte a questa rivelazione è stata, a suo modo, perfetta. Ha rescisso il contratto con Sama, lasciando 1.108 lavoratori senza impiego con sei giorni di preavviso — una mossa che un’organizzazione kenyana di lavoratori dell’industria tecnologica ha definito una ritorsione nei confronti di chi aveva parlato. Punire il messaggero è una tradizione antica; Meta vi ha aggiunto l’efficienza operativa del licenziamento di massa.


Il problema del voyeur in vetrina

Quello che emerge dall’inchiesta della BBC sul versante del voyeurismo pubblico è forse ancora più interessante dal punto di vista sistemico, perché non richiede nemmeno la cooperazione inconsapevole dell’utente. Una donna anonimizzata come “Alice” ha dichiarato di essere stata filmata di nascosto da un uomo con gli occhiali smart in un centro commerciale di Londra; il video è stato pubblicato online e quando ha chiesto la rimozione le è stato detto che era disponibile come “servizio a pagamento”.

Questo dettaglio — il video della tua umiliazione come prodotto commerciale — merita una sosta. Non è una degenerazione del capitalismo della sorveglianza, è la sua logica portata a compimento: qualunque dato, inclusa la tua immagine registrata senza consenso in un luogo pubblico, diventa un asset monetizzabile. La piattaforma non è necessariamente responsabile di chi usa il prodotto, naturalmente. I termini di servizio lo dicono chiaramente.

Il problema tecnologico che rende questo scenario particolarmente resistente alle soluzioni tradizionali è stato identificato dai ricercatori citati dalla stessa BBC: se le aziende concorrenti raggiungeranno volumi di vendita paragonabili a quelli di Meta, entro pochi anni fino a 100 milioni di persone potrebbero possedere occhiali intelligenti, rendendo praticamente impossibile far rispettare i divieti di registrazione in tribunali, ospedali, musei e altri luoghi sensibili. I tribunali di Philadelphia hanno già risposto vietando i dispositivi nei propri edifici — una soluzione che ha il fascino novecentesco di qualcuno che cerca di svuotare l’oceano con un cucchiaino.


La corsa all’occhiale

Nel frattempo, l’industria non ha nessuna intenzione di aspettare che i legislatori risolvano problemi che i legislatori non sembrano nemmeno comprendere completamente. Google ha annunciato occhiali con intelligenza artificiale per il 2026, in collaborazione con Samsung, Gentle Monster e Warby Parker, basati su Android XR con integrazione Gemini. Snap ha confermato i propri occhiali AR consumer, chiamati Specs, per quest’anno. Apple starebbe testando quattro design di montature con lancio previsto per inizio 2027. Samsung dovrebbe svelare i Galaxy Glasses il 22 luglio a Londra.

Quattro colossi tecnologici che si precipitano a commercializzare un dispositivo la cui versione attuale è sotto indagine simultaneamente nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Kenya, con una causa legale in corso, un’agenzia di protezione dei dati britannica che bussa alla porta e una prima condanna per voyeurismo già registrata in un tribunale di Warrington. In una logica di mercato razionale, questo sarebbe un segnale di rallentamento. In Silicon Valley è evidentemente una validazione del potenziale.

David Harris, ex ricercatore di Meta AI oggi docente alla UC Berkeley, ha dichiarato alla BBC che la tecnologia “viola fondamentalmente la privacy, e con ogni probabilità dovrà affrontare una crescente opposizione”. È la valutazione di un insider che ha lavorato dall’interno del sistema e ora ne descrive la struttura dall’esterno. Non è una posizione eroica, ma è almeno onesta nella sua tardività.


Il consenso che non esiste

C’è un’ultima ironia che vale la pena di esaminare prima di tirare le somme provvisorie — perché le somme definitive sono, per definizione, premature. L’intera architettura giuridica e comunicativa di questi prodotti si regge su un concetto di consenso che è, nella pratica, una finzione funzionale. Gli utenti consentono perché cliccano “accetto” su documenti che nessun essere umano razionale legge nella loro interezza. Le persone filmate nei luoghi pubblici non consentono affatto, ma la legge arranca a definire cosa significhi “luogo pubblico” nell’era delle fotocamere indossabili sul viso. I lavoratori in Kenya che rivedono i contenuti consentono perché la struttura contrattuale non lascia alternative — o taci, o sei fuori.

Il columnista di Forbes Tim Bajarin aveva scritto a febbraio una frase che è diventata quasi un epitaffio preventivo: “Una volta che milioni di persone inizieranno a indossare telecamere sul proprio viso, ripristinare una cultura del consenso diventerà quasi impossibile.” La formula “quasi impossibile” ha l’aria di un eufemismo politicamente accorto. La domanda più perturbante non è se sia possibile, ma se qualcuno stia davvero tentando di farlo — o se, molto più semplicemente, il consenso stia diventando un concetto obsoleto che sopravvive solo nei comunicati stampa delle aziende e nelle dichiarazioni degli organi di regolamentazione che arrivano sistematicamente in ritardo.

Quel che rimane, alla fine di questa storia ancora aperta, è una geometria abbastanza nitida: un’azienda vende un prodotto promettendo privacy, raccoglie dati attraverso una catena di subappalto internazionale, licenzia i subappaltatori quando la cosa emerge, fa causa agli accusatori tramite comunicati e, nel frattempo, i concorrenti accelerano verso lo stesso mercato. I regolatori scrivono lettere. I tribunali vietano gli occhiali nei propri edifici. I ricercatori rilasciano dichiarazioni di preoccupazione. Gli influencer caricano i video. Il mercato cresce.

Nessuno, in questa storia, ha le mani pulite. Nemmeno chi la racconta.



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Ennio Martignago