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Mille anni di scomodità deliberata

Venezia ha scelto la varietà invece di temerla, ed è durata dieci secoli. Funzionava per ragioni che oggi quasi nessuno è disposto ad accettare.

Estratto

Esiste almeno un sistema politico che ha scelto deliberatamente di non semplificarsi: si chiama Repubblica di Venezia, è durato dal 697 al 1797, ed è il record assoluto di longevità politica dell’Occidente. La sua architettura era costruita intorno alla varietà come valore strutturale: oltre settanta magistrature collegiali distinte, controlli incrociati ricorsivi, un sistema di elezione del Doge a undici fasi che gli storici descrivono ancora con disorientamento. La complessità non era un’estetica, era un vaccino contro la concentrazione di potere. Funzionava per ragioni che meritano di essere registrate senza enfasi: una pressione esistenziale costante, una scala contenuta, e soprattutto un’élite addestrata per generazioni alla rinuncia individuale strutturale. Era l’opposto esatto della pulsione di evitamento del disagio cognitivo che ottunde i sistemi contemporanei. Casi simili — Confederazione Svizzera, monasteri benedettini, Repubblica olandese — condividono gli stessi tre tratti. Tolto anche uno solo, il modello si dissolve. È esattamente quello che le utopie tecnolibertarie contemporanee — blockchain, network states, charter cities, DAO — non vogliono ammettere: vendono il risultato veneziano senza la condizione che lo rendeva possibile, e infatti ogni sistema “decentralizzato” su scala significativa finisce per ricentralizzarsi. La legge di Ashby non accetta scorciatoie tecniche: chiede il prezzo antropologico, e se non lo paghi te lo riscuote in altri modi. Significa che siamo condannati all’ottundimento? No, ma significa che le vie d’uscita non sono quelle proposte nei dibattiti pubblici. La cura collettiva, se esiste, è altrove. Le diagnosi individuali sono ciò che resta — e, per chi le sa leggere, già quasi una forma di salute.

La Serie: Dalla Cibernetica all’Automazione Cognitiva

“La complessità non era un’estetica, era un vaccino contro la concentrazione di potere. E aveva un prezzo che oggi nessuno vuole pagare.”
— Il Franti, Mille anni di scomodità deliberata

La domanda che l’episodio precedente lasciava aperta era forse la più scomoda dell’intera faccenda: esiste un sistema storico che abbia scelto deliberatamente di non semplificarsi? Che abbia, cioè, costruito sé stesso intorno alla varietà come valore strutturale, accettando il costo cognitivo e operativo di non potersi mai concedere la scorciatoia? La risposta breve è sì, ne esiste almeno uno, perfettamente documentato e perfettamente non replicato. Si chiama Repubblica di Venezia, ed è durata dal 697 al 1797 — millecento anni, il record assoluto di longevità politica dell’Occidente. La risposta lunga, naturalmente, è meno entusiasmante: il sistema funzionava per ragioni che oggi quasi nessuno sarebbe disposto ad accettare.

Vale la pena guardarlo da vicino, ma dalla parte sbagliata. Non come un modello edificante — il rischio della retorica nostalgica è sempre dietro l’angolo, e Il Franti ha un’allergia documentata a quel tipo di consolazioni — ma come un caso di studio in cui la legge di Ashby viene applicata correttamente, con le conseguenze che la sua applicazione corretta comporta. Sono conseguenze, sia detto con chiarezza, abbastanza spiacevoli da spiegare perché nessuno, in mille e duecento anni di storia successiva, abbia mai più tentato qualcosa di simile.

L’architettura della scomodità deliberata

Il primo dato da fissare è quantitativo, perché è il dato che colpisce chi guarda Venezia dall’esterno. Al suo apice, la Serenissima funzionava con un sistema di magistrature — è il termine veneziano per quelle che oggi chiameremmo cariche pubbliche — che superava le settanta. Non settanta posti: settanta organi collegiali distinti, ognuno con prerogative specifiche, durata limitata, controlli incrociati, e regole di selezione che combinavano elezione, sorteggio e cooptazione in proporzioni variabili da magistratura a magistratura. Il Doge era eletto attraverso un procedimento a undici fasi alternate di elezione e sorteggio, lungo settimane, talmente complicato che ancora oggi gli storici lo descrivono con un misto di ammirazione e disorientamento. Il Consiglio dei Dieci non aveva dieci membri ma diciassette. Il Maggior Consiglio poteva arrivare a duemila membri attivi. I controlli sui controllori avevano i loro propri controllori, e così via, in una stratificazione ricorsiva che non era affatto barocca: era funzionale.

A che cosa? A una cosa molto precisa, e molto poco poetica. A impedire che qualunque attore individuale — il Doge, una famiglia, una fazione — potesse semplificare il sistema a proprio vantaggio. La complessità non era un’estetica, era un vaccino. Veniva mantenuta artificialmente alta perché ogni semplificazione tentata sarebbe stata, immediatamente, una concentrazione di potere. Il prezzo era altissimo: la macchina era lentissima, le decisioni richiedevano consultazioni infinite, le carriere politiche assorbivano decenni della vita di un patrizio veneziano, l’esoterismo procedurale rendeva il sistema quasi impenetrabile a chi non vi era nato dentro. Eppure — e qui la cosa diventa istruttiva — funzionava. La Serenissima sopravvisse a guerre, pestilenze, cambi tecnologici, crisi commerciali e tre o quattro tentativi documentati di colpo di stato interno. Cadde solo quando arrivò Napoleone, che semplificava molto.

Il prezzo che oggi nessuno vuole pagare

A questo punto, in un articolo di tipo edificante, ci si aspetterebbe la morale della favola: adottiamo il modello veneziano per le nostre democrazie ottundite. È esattamente l’argomento che non intendo proporre, perché è esattamente l’argomento che salta a piè pari il dato centrale del caso Venezia. Quel sistema funzionava perché un’intera classe dirigente — il patriziato veneziano, circa duemila famiglie su una popolazione di centocinquantamila abitanti al picco — accettava di pagare un prezzo personale enorme in cambio del privilegio di esistere come classe dirigente. Carriere lunghe, retribuite poco o niente, sottoposte a sorveglianza costante, con sanzioni durissime — e qui durissime non è un’iperbole: si parla di esilio, confisca, esecuzione — per chi tentava di uscire dalle regole. Era un patto di rinuncia individuale strutturale, in cui il singolo patrizio accettava di non poter mai semplificarsi la propria vita, in cambio di partecipare a un sistema che non si semplificava.

È esattamente l’opposto della pulsione che l’episodio precedente di questa serie identificava come motore dell’auto-ottundimento contemporaneo: l’evitamento del disagio cognitivo, la ricerca della risposta più liscia, l’allergia all’attrito. Venezia ha funzionato per dieci secoli perché aveva istituzionalizzato l’attrito, l’aveva reso obbligatorio, l’aveva incorporato nei meccanismi di selezione delle proprie élite. Non era una scelta morale dei singoli — sarebbe ingenuo presentarla così — era una costrizione strutturale talmente pesante da non lasciare alternative: o si stava nel sistema così com’era, scomodo per disegno, o si era tagliati fuori. Il sistema produceva i suoi propri masochisti istituzionali, e li selezionava con cura.

Aggiungere a questo i dettagli meno gradevoli del caso veneziano — il ghetto istituito nel 1516 (la parola stessa è veneziana, prima ancora di essere universale), la dipendenza strutturale dalla schiavitù mediterranea, l’oligarchia chiusa che dal 1297 escluse formalmente dal potere chiunque non appartenesse a famiglie già patrizie — significa registrare che il sistema, per funzionare, aveva bisogno anche di asimmetrie sociali pesantissime. Non perché la complessità interna richieda necessariamente la durezza esterna: ma perché, empiricamente, quel particolare sistema riuscì a mantenersi così a lungo anche grazie a un perimetro chiuso e a una stratificazione rigida. È un dato. Lo si può commentare in mille modi, ma non lo si può saltare.

Gli altri esemplari della stessa rara specie

Per onestà documentale: Venezia non è del tutto unica. Esistono almeno tre altri sistemi storici che hanno mantenuto un’alta varietà strutturale per periodi lunghi senza collassare nell’ottundimento. La Confederazione Svizzera, dal Patto del 1291 in avanti, ha sviluppato un sistema cantonale e di democrazia diretta che resiste tuttora — anche se la modernizzazione novecentesca ne ha eroso parecchi tratti. La Regola di San Benedetto del 540 ha generato un’architettura monastica durata millecinquecento anni, basata su controlli interni, rotazione delle cariche, e un’elaborata cultura della discretio — la prudenza nel discernere caso per caso anziché applicare regole uniformi. La Repubblica olandese del Seicento, per qualche decennio, ha tenuto in piedi una struttura federale e mercantile di complessità comparabile alla veneziana, prima di essere assorbita dalla logica statale-nazionale moderna.

Tutti e tre i casi condividono con Venezia tre tratti che meritano di essere registrati senza enfasi. Primo: una pressione esistenziale costante — geografica, religiosa, militare — che rendeva la semplificazione del sistema un suicidio collettivo immediatamente visibile. Secondo: un’élite addestrata per generazioni alla disciplina del ruolo, e selezionata anche attraverso meccanismi di esclusione duri. Terzo: un perimetro relativamente piccolo, che permetteva al singolo membro dell’élite di percepire concretamente — non astrattamente — il rapporto tra la propria condotta e la sopravvivenza del tutto. Tolti questi tre tratti, il modello si dissolve. Tutti e tre, non uno solo.

Le finte cure contemporanee

Questo è il punto in cui le narrazioni controculturali del nostro tempo entrano in scena, promettendo di aver trovato la formula per replicare la varietà strutturale senza pagarne il prezzo. La decentralizzazione blockchain, le network states di Balaji Srinivasan, le charter cities finanziate da Pronomos Capital, certe utopie tecnolibertarie californiane che vogliono “ricostruire la repubblica” via Ethereum: sono tutti tentativi di vendere il risultato del modello veneziano senza la condizione che lo rendeva possibile. Promettono complessità decisionale, controlli distribuiti, protezione contro la concentrazione del potere — senza la disciplina personale richiesta, senza la pressione esistenziale che la rendeva sostenibile, senza la chiusura del perimetro che la rendeva auto-correttiva. Vendono, in altre parole, il vaccino senza l’iniezione.

Il risultato osservabile, finora, è che ogni sistema “decentralizzato” su scala significativa ha finito per ricentralizzarsi — non per cattiva volontà degli ingegneri, ma per la stessa pulsione di evitamento del disagio cognitivo che agisce ovunque ci sia un pubblico di utenti. Le criptovalute si sono ricentralizzate intorno a poche grandi exchange. Le piattaforme social “alternative” si sono ricentralizzate intorno alle proprie celebrità. Le DAO — decentralized autonomous organizations — si sono ricentralizzate, statisticamente, intorno ai loro fondatori. La legge di Ashby non è disposta ad accettare scorciatoie tecniche: chiede il prezzo antropologico, e se non lo paghi te lo riscuote in altri modi, di solito spiacevoli.

La domanda vera, e la sua risposta sgradevole

Resta da capire se questo significhi che l’auto-ottundimento del controllore — descritto nel pezzo precedente — sia un destino e non una condizione. La risposta più onesta che riesco a formulare è la seguente, e me la fornisce proprio la rarità dei casi storici esaminati. La complessità deliberata non è una scelta morale, è un fenomeno raro, che appare quando si combinano tre condizioni difficilmente ricostruibili a comando: pressione esistenziale, scala contenuta, élite disposte alla rinuncia individuale strutturale. Quando anche una sola di queste condizioni viene meno, il sistema scivola verso la semplificazione, perché è la traiettoria di minor resistenza per ogni attore individuale. Non è cinismo, è termodinamica sociale.

Il che porta a una conclusione che non ha nulla di consolatorio, e per questo merita di essere formulata: probabilmente, nei sistemi politici di massa contemporanei — democrazie elettorali con pubblici di milioni, élite globalizzate senza appartenenza territoriale stretta, pressione esistenziale percepita come distante anche quando è reale — il modello veneziano non è proponibile. Non perché sia troppo arcaico, ma perché manca tutto ciò che lo rendeva sostenibile. Le condizioni iniziali che lo nutrivano sono assenti, e proporlo come modello senza quelle condizioni equivale a vendere il risultato senza il prezzo: lo stesso errore che le utopie tecnolibertarie californiane stanno facendo con risultati visibili.

Significa che siamo condannati all’ottundimento? No, ma significa che le vie d’uscita non sono quelle abitualmente proposte nei dibattiti pubblici. Non è una questione di “buona volontà delle élite”, né di “riforma istituzionale”, né di “tecnologia liberatrice”. È una questione molto più ruvida: in quali nicchie, oggi, esistono ancora le tre condizioni ashbyane combinate? Probabilmente in alcune comunità monastiche superstiti — ce ne sono, e fanno cose interessanti, ma sono per definizione marginali. Probabilmente in certe imprese a conduzione familiare di lunga durata, dove la pressione del fallimento è concreta e l’élite è ristretta. Probabilmente in alcune comunità scientifiche autenticamente di nicchia, dove l’errore costa carriere intere. Sono tutte realtà piccole, sotto il radar, raramente celebrate come modelli, e probabilmente è meglio così — perché diventare modelli significherebbe attirare la pulsione di semplificazione.

La vera lezione di Ashby, presa in tutte le sue tre stagioni — l’asimmetria iniziale, l’auto-ottundimento del controllore, la rarità della varietà deliberata — non è una ricetta. È una geografia: una mappa di ciò che funziona e di ciò che è strutturalmente fragile, di dove guardare se si vogliono trovare sistemi che non si sono ancora resi ciechi, e di perché probabilmente non possiamo aspettarci che i sistemi di massa si comportino come Venezia.

Quel che possiamo fare — e qui il dossier può chiudersi, almeno per ora — è imparare a riconoscere i sintomi. Sapere che quando un sistema rivendica orgogliosamente la propria semplificazione decisionale, sta contemporaneamente accecandosi. Che quando un’élite descrive la varietà come “rumore”, sta dichiarando di non voler più ascoltare. Che quando una piattaforma offre “risposte sempre più rapide”, sta riducendo, in proporzione, la propria capacità di sorprendersi. Sono diagnosi minute, di scarsissimo conforto, e probabilmente è esattamente per questo che vale la pena registrarle. La cura collettiva, se esiste, è altrove. Le diagnosi individuali sono ciò che resta — e, per chi le sa leggere, già quasi una forma di salute.


Riferimenti citati nel testo:

  • W. Ross Ashby, An Introduction to Cybernetics, Chapman & Hall, 1956
  • F. C. Lane, Venice: A Maritime Republic, Johns Hopkins University Press, 1973
  • Regola di San Benedetto, ed. critica G. Penco, Garzanti
  • B. Srinivasan, The Network State, 2022 (citato per contrasto)

Nota di continuità editoriale:
Episodio III e chiusura del corollario ashbyano. Episodio I — La sfortuna di Ashby (e la nostra) — apriva l’asimmetria AI/pubblico. Episodio II — Il sensore che si è rotto da solo — descriveva l’auto-ottundimento del controllore. Questo episodio risponde alla domanda lasciata in sospeso: esistono sistemi che hanno scelto la varietà, ma a condizioni difficilmente replicabili. Il dossier può essere pubblicato come trilogia compatta o come serie con cadenza settimanale. Volendo, un possibile post-scriptum potrebbe essere dedicato a un singolo caso contemporaneo di “varietà deliberata” funzionante (es. una comunità monastica specifica, o una particolare scuola scientifica) — ma è materiale per un pezzo successivo, non per estendere ulteriormente questa trilogia.


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Ennio Martignago