Cerca nel Franti
Tribe - Gruppi umani e generazionali

Il genitore sotto il segno tossico dello Stato

La scuola ha sostituito la famiglia come istituzione di formazione, poi l’ha accusata dei propri danni. Un’analisi metodicamente scettica tra Illich, trauma e pedagogia istituzionale.

Ovvero: come si demolisce la famiglia accusandola dei danni che altri le hanno già inflitto — e come la scuola ha completato il lavoro

Abstract:

Studiamo la crisi della famiglia moderna, dove lo Stato e il sistema scolastico hanno progressivamente espropriato i genitori della loro autorità educativa. L’articolo esplora come la scuola si sia trasformata in uno strumento di normalizzazione istituzionale, imponendo un linguaggio psicologico che spinge i figli a giudicare i propri genitori come “tossici”. Attraverso i concetti di Ivan Illich, viene descritto un processo in cui i legami affettivi profondi sono sostituiti da criteri di ottimizzazione emotiva e conformismo sociale. Il risultato è una società di individui isolati e privi di radici, dove la famiglia perde la sua funzione di luogo di autonomia reale e sacrificio incondizionato. Il saggio conclude che il vero conflitto non sia generazionale, ma tra l’umanità dei legami familiari e la logica impersonale delle istituzioni.


C’è un esperimento mentale che vale la pena tentare prima di procedere. Immaginate di voler indebolire sistematicamente un’istituzione senza dichiararle guerra apertamente. Non la sopprimete, non la vietate, non la demonizzate in modo diretto. Fate qualcosa di più sottile: le sottraete progressivamente funzioni, tempo, autorità e risorse; le consegnate un’istituzione concorrente, apparentemente neutrale, investita di autorità pubblica; e poi — con impeccabile tempismo — accusate la prima dei danni che la seconda ha prodotto. È un meccanismo antico quanto il potere. Applicato alla famiglia, produce uno spettacolo affascinante e inquietante al tempo stesso. Il nome del meccanismo è semplice: la scuola. Intesa non come l’insegnante di prima elementare che insegna a leggere, ma come sistema di normalizzazione istituzionale che ha colonizzato ogni spazio della vita, dall’aula al tavolo della cena, dal rapporto tra padri e figli al linguaggio con cui quei figli interpretano i propri ricordi.

Partiamo da un dato che circola in certi ambienti, trattato ora come rivelazione cospirazionista ora come verità scomoda: Nicholas Rockefeller avrebbe raccontato ad un amico che sostenere il voto e il lavoro delle donne aveva, tra i suoi obiettivi non dichiarati, aveva quello di tassare una parte della popolazione fino ad allora non imponibile e di affidare allo Stato l’educazione dei figli, sottraendola all’autonomia familiare. La citazione rimbalza sui canali della controinformazione come prova di un piano globale. Sui media mainstream viene liquidata come fake news senza eccessivo rigore investigativo. Come sempre accade quando una voce è comoda a qualcuno per motivi opposti, nessuno ha davvero interesse a esaminarne la credibilità con strumenti metodologici seri.

Qui scegliamo il dubbio metodico, ma questo non significa che la domanda che essa pone sia priva di senso. Le domande legittime non dipendono dalla credibilità delle fonti che le formulano. Chi ha beneficiato dell’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro salariato, a parità di struttura dei servizi di cura? La risposta ha due facce: sicuramente le donne, che hanno conquistato indipendenza economica e dignità pubblica. Ma sicuramente anche chi ha incassato il loro reddito imponibile e chi ha potuto spostare sul sistema scolastico la formazione dei valori delle generazioni successive. La complessità non è una resa. È il punto di partenza.


La macchina che sostituisce il villaggio

Ivan Illich, nel 1971, pubblicava Descolarizzare la società con la serenità intellettuale di chi sa di dire qualcosa di vero in anticipo sul proprio tempo. La scuola, argomentava Illich, non è un luogo di apprendimento: è un rituale di certificazione sociale che insegna soprattutto l’obbedienza alla gerarchia, la dipendenza dall’istituzione e la svalutazione di ciò che non è validato da un’autorità esterna. La scuola forma consumatori di conoscenza istituzionalizzata, non produttori autonomi di senso. Insegna ai bambini che ciò che conta è ciò che viene misurato, che chi non viene valutato non esiste, e che il sapere ha sempre un ente erogatore legittimato.

Quello che Illich non poteva prevedere nel 1971 è il passo successivo: la scuola non sarebbe rimasta confinata nel perimetro dell’aula. Sarebbe esplosa all’esterno, trasformandosi in una pedagogia diffusa, una morale normativa capace di colonizzare ogni spazio della vita. Oggi un adolescente non impara soltanto a leggere e scrivere a scuola. Impara a interpretare se stesso come progetto, a patologizzare ogni conflitto, a categorizzare ogni relazione attraverso la lente del benessere emotivo e dei confini psicologici. Impara che il disagio è un segnale di disfunzione. Impara che la lealtà alla famiglia è sospetta se entra in conflitto con l’autopiezione. La scuola contemporanea — nelle sue varianti dai curricula socio-emotivi ai corsi su tossicità e linguaggio inclusivo — non trasmette soltanto saperi. Trasmette un’ontologia, un modo di stare al mondo radicalmente ostile ai presupposti su cui si regge la famiglia: il sacrificio senza contrattazione, l’obbligazione senza giustificazione, l’amore come non-scelta.

Il punto che Illich aveva visto con cinquant’anni di anticipo è che questa struttura non è neutra: assorbe il bambino in un sistema di norme, valori, linguaggi e aspettative che appartengono allo Stato e all’economia, non alla famiglia. Non per malevolenza individuale degli insegnanti, che spesso sono persone di buona volontà intrappolate in una macchina troppo grande per loro. Ma per logica strutturale di un sistema che deve produrre soggetti conformi a un certo tipo di società. Il bambino trascorre più tempo nella scuola, nelle piattaforme digitali e nei dispositivi di intrattenimento che in conversazione reale con i propri genitori. Non è un’accusa alle famiglie: è un dato demografico, economico, urbanistico. Il tempo della genitorialità è stato eroso non dalla cattiveria dei genitori, ma dall’architettura economica e sociale che ha reso necessario il doppio reddito, il pendolarismo, le giornate lavorative lunghe, la necessità di delegare.

In questo contesto, accusare i genitori di scarsa presenza è come accusare un bagnino di non aver salvato abbastanza persone dopo avergli tolto la barca.


Il paradosso del doppio esproprio

Qui si annida la struttura più interessante — e più perversa — dell’intera vicenda. La scuola non si è limitata a sottrarre tempo e funzioni alla famiglia: ha anche insegnato alla famiglia come giudicarsi. Ha fornito ai figli il lessico con cui valutare i genitori, e ai genitori l’ansia con cui sottoporsi continuamente a quel giudizio. Il risultato è un doppio esproprio. Prima si erode l’autorità genitoriale attraverso l’allungamento dell’orario scolastico, la digitalizzazione dell’infanzia, l’esternalizzazione sistematica della cura. Poi si consegna ai figli un apparato critico — il linguaggio del trauma, del confine psicologico, della disfunzione relazionale — con cui misurare i residui di quella presenza ridotta. La famiglia perde due volte: perde il tempo con i figli, e poi perde anche il processo.

Quando un ventottenne dice al proprio padre che la sua infanzia è stata traumatica perché non gli era permesso giocare ai videogiochi per otto ore, non sta semplicemente riflettendo su un ricordo doloroso. Sta utilizzando il linguaggio che la scuola gli ha insegnato a utilizzare, ormai normalizzato come il solo linguaggio intelligente per parlare di sé. E il padre, confuso, non capisce che la critica non proviene realmente dal figlio, ma dalla voce della pedagogia istituzionale che parla attraverso il figlio. È come se il figlio fosse diventato un canale attraverso il quale la scuola giudica la famiglia, e la famiglia, ovviamente, fallisce. Deve fallire. Perché la famiglia non è un progetto di ottimizzazione, non è una relazione pura governata da contrattazioni esplicite di benessere reciproco. La famiglia è una struttura di obbligazione radicale, dove il genitore non sa cosa farà il figlio domani e il figlio non sa chi sarà dopodomani, e entrambi devono navigare questo abisso senza una guida procedurale.


La tempesta che arriva tardi

La narrativa mediatica e terapeutica dominante degli ultimi vent’anni ha costruito un’iconografia potente: il genitore tossico. Il narcisista patologico, il padre padrone, la madre ingombrante, la famiglia come luogo di trauma irrimediabile. Non che questi fenomeni non esistano — esistono, e ogni famiglia che li produce merita attenzione critica. Ma l’intensità del fuoco mediatico puntato su questa iconografia, proprio nel momento in cui i genitori hanno il minor grado di influenza effettiva sui figli che la storia moderna ricordi, produce un effetto paradossale che dovrebbe far riflettere.

L’istituzione educativa contemporanea — scuola, piattaforme digitali, algoritmi, industria dell’intrattenimento — è strutturalmente anaffettiva, normativa e psicologicamente standardizzante. Non perché abbia cattive intenzioni, ma perché non può avere relazioni individuali: gestisce masse, produce medie, misura performance, premia conformità. In questa macchina, le percentuali di danno psicologico misurabili sono statisticamente enormi. I disturbi d’ansia tra adolescenti sono esplosi in parallelo con la digitalizzazione dell’infanzia, non con l’aumento dell’influenza genitoriale. Il bullismo istituzionale, il body shaming scolastico, la violenza algoritmica dei social, l’esposizione precoce a contenuti disturbanti attraverso schermi che nessun genitore controlla davvero: questi sono i vettori documentati del danno. Ma il dibattito continua a tornare sul genitore.

Questo non vuol dire che i padri padroni non abbiano mai causato danni reali. Vuol dire che la proporzione tra fuoco mediatico e responsabilità effettiva è clamorosamente squilibrata, e che questo squilibrio non è casuale.


Quello che il dibattito mainstream vede e quello che non vede

Il dibattito pubblico sull’allontanamento familiare — quei figli adulti che scelgono di interrompere i contatti con i propri genitori — prende di solito la forma di una disputa tra due narrazioni speculari. Da una parte chi glorifica il taglio dei ponti come atto terapeutico liberatorio, dall’altra chi nega la legittimità di qualsiasi distanza dai propri genitori. Le voci più oneste, come una recente analisi del Baltimore Sun, prendono le distanze da entrambi gli estremi: la famiglia raramente è perfetta, ma è anche uno dei pochi spazi in cui perdono, pazienza e amore conservano ancora una capacità ricostruttiva.

Ma tanto i progressisti che celebrano l’allontanamento quanto i conservatori che piangono la morte della coesione intergenerazionale mancano completamente il punto. Entrambi accettano il presupposto che la relazione genitore-figlio debba essere valutata secondo criteri di auto-realizzazione emotiva, di confini psicologici, di satisfaction narrativa. Entrambi hanno già ceduto alla pedagogia della scuola senza saperlo. I conservatori lo fanno chiedendo ai figli di rispettare genitori che hanno loro stessi incorporato il linguaggio della normalizzazione; i progressisti lo fanno celebrando una libertà che in realtà è solo una riallocazione della servitù — dalla famiglia alla rete di istituzioni specializzate. La querelle è interna a un sistema di coordinate che la scuola ha già definito. È una guerra civile combattuta con il linguaggio del nemico.

Ciò che il dibattito non vede — o vede appena, nella fretta di trovare una posizione equilibrata — è la dimensione strutturale del problema. L’allontanamento familiare non è solo un fenomeno culturale amplificato dai social: è anche il sintomo di una società che ha sistematicamente delegato la formazione emotiva dei bambini a istituzioni e algoritmi, e poi si sorprende che questi bambini cresciuti abbiano difficoltà con le relazioni complesse, ambivalenti, imperfette. Le comunità online che discutono di trauma e confini psicologici non sono soltanto spazi terapeutici dove le persone si riconoscono. Sono anche piazze dove la scuola, ormai ubiqua e diffusa, continua il suo lavoro di normalizzazione sotto le spoglie di testimonianza personale. Quando un ventenne legge il racconto di un altro ventenne che si è allontanato dal padre perché non lo ascoltava, sta consumando una narrazione pedagogica presentata come autobiografia. La crede più autentica perché viene da qualcuno della sua generazione. Non sa che quel linguaggio, quella forma di auto-interpretazione, è un prodotto standardizzato e confezionato altrove.


La famiglia imbelle e il controllore involontario

Il risultato finale di questo processo è paradossale, e vale la pena guardarlo in faccia senza distogliere lo sguardo. La vera crisi non è che i figli si allontanano dai genitori. È che sia i genitori che i figli sono stati reclutati nello stesso progetto di normalizzazione, e non lo sanno. I figli stanno diventando i controllori dei genitori, applicando il protocollo della scuola; i genitori, confusi e demoralizzati, non riescono a opporre resistenza perché hanno già interiorizzato una buona parte di quella stessa pedagogia. Si sentono inadeguati ogni volta che un figlio usa il lessico della disfunzione. Si interrogano, si autoanalizzano, cercano di diventare genitori migliori nei termini che il sistema ha definito. La famiglia non muore di tradimento. Muore di anemia morale, perché nessuno le ha più permesso di credere in se stessa.

E nessuno ha detto loro che stava avvenendo. Quei genitori che hanno lavorato le notti insonni, che hanno sacrificato, che hanno cercato sinceramente di trasmettere valori — non sono semplicemente vittime dell’ingratitudine dei figli. Sono vittime di una transizione storica silenziosa. Sono stati il ponte attraverso il quale la scuola ha raggiunto i figli, senza rendersene conto. Hanno insegnato ai propri figli ad andare a scuola pensando che la scuola li avrebbe aiutati. Non sapevano che la scuola stava simultaneamente insegnando ai figli a diffidare della trasmissione genitoriale, a cercare la validazione esterna, a trasformare ogni relazione in un’analisi costi-benefici di benessere emotivo.

Ciò che rende il fenomeno ancora più interessante — e difficile da smontare — è che non c’è nulla di consapiratorio in questa dinamica. Nessun memo firmato da qualcuno in un consiglio d’amministrazione. La scuola non ha bisogno di un complotto esplicito perché i suoi meccanismi di normalizzazione funzionano per semplice inerzia istituzionale: ogni istituzione espande il suo dominio, e ogni espansione richiede di delegittimare le istituzioni rivali. La famiglia era la rivale naturale. È stata scossa dalle fondamenta non da un attacco frontale, ma da un’erosione silenziosa della sua autorità epistemologica. È questo il punto che la voce apocrifa del magnate americano, che tanto circola in rete, coglie vagamente senza capire fino in fondo: il piano non serve, perché la logica è già nel sistema.


Il paradosso demografico finale

C’è un’ultima ironia che vale la pena nominare. Il risultato cumulativo di questa narrazione — la famiglia come luogo di trauma, il genitore come potenziale aggressore, il taglio dei legami come atto di salute mentale — è che le generazioni più giovani hanno sempre meno probabilità di scegliere la genitorialità. I dati italiani ed europei sul calo delle nascite, sulle convivenze brevi, sulle relazioni che si dissolvono prima di stabilizzarsi, raccontano una storia coerente: il modello della famiglia come impegno a lungo termine, come progetto condiviso, come struttura generativa, è percepito con crescente diffidenza. Non per caso, e non solo per ragioni economiche.

Se qualcuno avesse davvero voluto — come sussurra la voce apocrifa — che i figli crescessero più obbedienti alle istituzioni che ai propri genitori, avrebbe ottenuto un successo parziale: ha prodotto soggetti altrettanto diffidenti verso le istituzioni, ma anche verso le famiglie. Il che, dal punto di vista di chi governa, è probabilmente peggio. Persone senza radici familiari forti e senza fiducia nelle istituzioni non sono sudditi docili: sono atomi in deriva, vulnerabili alla prossima narrazione disponibile.

La vera autonomia, quella che la scuola non insegna, non è l’allontanamento. È la capacità di scegliere di stare, di resistere, di portare il peso della lealtà senza che qualcuno ti dica che sei un eroe per averlo fatto. Quella autonomia la insegnava la famiglia, quando ancora era lei il vero luogo di formazione. Ora che quella funzione le è stata sottratta, nessuno sa più cosa sia una vera autonomia. Sappiamo solo di cosa abbiamo paura di non essere. E quella paura, quella sì, è un prodotto perfettamente standardizzato e distribuito dalla pedagogia istituzionale.


Invece di una conclusione

Non esiste un punto di arrivo pulito in questo territorio. Le famiglie possono fare danni reali — e alcune lo fanno, gravemente. Le istituzioni possono fare danni reali — e alcune lo fanno, sistematicamente. I social media amplificano narrazioni semplicistiche che producono scelte irreversibili in persone ancora in formazione. Il problema non è scegliere il cattivo della storia. Il problema è che la domanda «chi ha danneggiato chi» viene posta in un sistema in cui tutti gli attori sono dentro la stessa pressione strutturale, e le risposte che producono il maggior numero di clic raramente sono le più utili.v

La riconciliazione, se mai fosse possibile, non inizia dal perdono reciproco tra genitori e figli. Inizia quando entrambi riconoscono che il vero conflitto non è tra loro, ma tra il diritto della famiglia di essere irrazionale, sacrificale, vincolante — cioè, umana — e il diritto della scuola di trasformare ogni relazione in un progetto di ottimizzazione psicologica. Quando quel riconoscimento non avviene, la famiglia continuerà a dissolversi non perché i suoi membri si amino meno, ma perché il linguaggio stesso attraverso il quale potrebbero amarsi è stato colonizzato da voci esterne che sussurrano continuamente: non sei obbligato a questo. Proteggi te stesso. Taglia i ponti.

Il dubbio metodico, si diceva all’inizio, non è una risposta. È una postura. Una postura che costa più delle certezze prêt-à-porter, ma che lascia aperta la possibilità che qualcosa di vero emerga — se si ha la pazienza di aspettarlo.


Le immagini sono tratte dal film “I 400 colpi” di François Truffault


Scopri di più da Franti Magazine

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

avatar dell'autore
Ennio Martignago