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IL NOVECENTO E L’INTIMITÀ COME PRESTAZIONE

Freud ha trasformato il sesso in rivelazione psicologica. La rivoluzione sessuale l’ha trasformato in atto politico. Il risultato: un’aspettativa così alta sull’intimità che l’atto reale, imperfetto e corporalmente goffo, è diventato difficile da sostenere. I dati lo confermano.

L’intimità: storia di un malinteso millenario: Capitolo IV

Freud, la rivoluzione sessuale e il nuovo conformismo del desiderio autentico
Il Novecento porta due rivoluzioni che si combinano in modi imprevedibili: la psicoanalisi e la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta e Settanta. Entrambe, nelle loro intenzioni, mirano a liberare. Entrambe, nei loro esiti, producono nuove forme di coercizione.
Freud trasforma il sesso in un territorio di significato psicologico profondo. Fare sesso non è più solo un atto corporale: è un’espressione dell’inconscio, un campo di battaglia tra Eros e Thanatos, una finestra sulla struttura nevrotica o sana della personalità. Il sesso diventa rivelatorio. E questo significa che la qualità della propria vita sessuale diventa un indicatore della propria salute mentale, della maturità psicologica, della capacità di amare davvero. Seguirà qualcosa di curioso: l’intimità sessuale diventa oggetto di valutazione. Non basta più fare sesso: bisogna farlo bene, con presenza emotiva, con autenticità, con piacere reciproco. Il sesso distaccato diventa sospetto. La frigidità è una nevrosi. L’impotenza è un messaggio dell’inconscio.

Sesso libero

La rivoluzione sessuale degli anni Sessanta-Settanta eredita questo framework e lo radicalizza. Libera il sesso dalla morale borghese — ottimo — ma lo carica di una nuova morale: quella dell’autenticità. Fare sesso liberamente è un atto politico, una rivendicazione dell’io autentico contro la repressione della società. Ma se il sesso diventa espressione dell’io autentico, allora un sesso che non esprima la tua autenticità più profonda è una forma di alienazione.
Siamo quindi passati, in pochi secoli, da un sesso che era semplicemente un atto biologico o un dovere coniugale, a un sesso che deve essere contemporaneamente espressione di amore, manifestazione di salute psicologica, atto politico di liberazione, esperienza di fusione con l’altro e prova concreta di autenticità personale. Il peso che abbiamo caricato su questo povero atto è semplicemente smisurato.

L’esaurimento delle aspettative

I dati contemporanei lo confermano con la brutalità della statistica. Negli Stati Uniti, il 15-20% delle coppie sposate raramente o mai ha rapporti sessuali (General Social Survey). In Giappone, il 48,3% delle coppie sposate ha riferito zero rapporti al mese nell’ultimo sondaggio JFPA (2024) — il dato più alto mai registrato dal 2002. La quota di adulti americani che hanno rapporti sessuali settimanali è scesa dal 55% (1990) al 37% (2024). Tra i giovani uomini americani 18-24, l’inattività sessuale è salita dal 18,9% al 30,9% tra il 2000 e il 2018 (Ueda et al., 2020, JAMA Network Open). Il termine sōshoku-kei danshi — «uomini erbivori» — coniato in Giappone nel 2006, descrive un fenomeno che ha ormai contagiato l’Occidente: uomini che rinunciano alla conquista romantica non per repressione ma per esaurimento delle aspettative.
Non si tratta di repressione nel senso vittoriano. Si tratta di qualcosa di più sottile e più moderno: un’aspettativa così alta sull’intimità che l’atto reale, imperfetto, situato, corporalmente goffo, diventa difficile da sostenere. Abbiamo alzato l’asticella del sesso autentico così in alto che molti hanno smesso di provarci.

Cosa ci aspettiamo dall’altro?

John Gottman, attraverso decenni di ricerca osservazionale al «Love Lab» dell’Università di Washington, ha identificato i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse — i pattern comunicativi che predicono il divorzio con una precisione del 94%: critica, disprezzo, difensività e ostruzionismo. Il disprezzo — esprimere disgusto o superiorità verso il partner — è il singolo predittore più forte. Ma la sua scoperta forse più rilevante per il tema di questo dossier riguarda le «offerte emotive»: le coppie che restano insieme si voltano l’una verso l’altra l’86% delle volte che l’altro cerca connessione; quelle che divorziano solo il 33%. L’intimità non si misura nei momenti grandi: si consuma o si costruisce nei gesti minimi, quotidiani, quasi invisibili.
Esther Perel, in Mating in Captivity (2006), formula il paradosso fondamentale che il Novecento ha prodotto: «L’amore gode nel sapere tutto di te; il desiderio ha bisogno di mistero. L’amore ama ridurre la distanza che esiste tra me e te, mentre il desiderio è energizzato da essa. L’intimità cresce attraverso la ripetizione e la familiarità; l’erotismo è intorpidito dalla ripetizione.» E poi, la frase più citata — e più fraintesa — del suo lavoro: «Ci aspettiamo che una sola persona ci dia ciò che un tempo un intero villaggio forniva, e viviamo il doppio.»

La botte piena e il partner vuoto

La diagnosi di Perel è chirurgica: abbiamo confuso la vicinanza con l’intimità, la familiarità con la conoscenza, la sicurezza con il desiderio. Abbiamo creduto che avvicinarci all’altro — sapere tutto di lui, condividere tutto con lui, eliminare ogni distanza — avrebbe prodotto più intimità. Il risultato è stato spesso l’opposto: più ci si avvicina, meno si desidera. «Quando due diventano uno», scrive Perel, «la connessione non può più avvenire. Non c’è nessuno con cui connettersi.»
Il Novecento, insomma, ha consegnato alla coppia contemporanea un’eredità contraddittoria: l’idea che il sesso debba essere autentico e libero, e insieme l’idea che debba essere intimo e connettivo. Due aspettative che si contraddicono strutturalmente, e che producono esattamente la paralisi che i dati statistici fotografano con fredda precisione.

Free love

[Continua nel Capitolo V — Filosofia del corpo e dell’intimità: sette voci]

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Ennio Martignago